Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 7 marzo 2015

I tarli di Chaaria

Tutte le realtà cominciano con un periodo entusiasmante e pionieristico in cui tutti sono sotto l’afflato carismatico dei momenti fondazionali: è così per una congregazione religiosa finchè il fondatore è vivente: tutti sembrano volare sulle ali della carità; lo stesso accade per una nazione che lotta per l’indipendenza e finalmente la raggiunge con i propri eroi. 
Credo che la medesima affermazione calzi alla perfezione per i primi anni di Chaaria: tutto era affascinante, e noi eravamo super-motivati ed entusiasti, quasi sotto la spinta dello Spirito Santo che ci suggeriva di andare avanti.
Spesso però poi capita che, morto il Fondatore, l’afflato carismatico di una congregazione religiosa pian piano si affievolisca... a volte fino all’aridità; ci sono nazioni che, raggiunta l’autonomia, dimenticano i traguardi raggiunti e distruggono tutto quello che i predecessori hanno costruito, magari sacrificando le proprie vite: come non pensare al Sud Sudan, che, dopo decenni di lotta per l’indipendenza, ora si sta autodistruggendo in una guerra civile senza senso, che soddisfa soltanto la sete di potere di due leader politici?
Pure Chaaria sta correndo un rischio simile, anche se io penso che dobbiamo credere che gli ideali si possono mantenere alti, nonostante tutto.
All’inizio i dipendenti che lavoravano con noi erano pochissimi: solo quattro infermiere e poche signore della pulizia. 



Con loro era facile instaurare rapporti di amicizia e soprattutto era quasi naturale trasmettere loro i valori in cui crediamo e per cui spendiamo le nostre vite: si poteva parlare di spiritualità cottolenghina, di servizio al povero fino al sacrificio della vita, di dedizione e di gratuità. Loro ci comprendevano e condividevano queste grandi idee-forza. Qualcuna addirittura donava del tempo al volontariato o a volte pagava i farmaci per qualche poveraccio.
Poi però è arrivato il momento della grande scelta di fondo: continuiamo a rimanere pochi in modo da non distruggere questo spirito di famiglia e riuscire a condividere non solo le ore di lavoro ma anche gli ideali di vita? Oppure ci ingrandiamo e di conseguenza diventiamo una struttura più anonima, con rapporti interpersonali meno veri, e soprattutto con il continuo arrivo di nuovi membri selezionati in base soprattutto alle necessità del momento e non in base alla condivisione dello spirito che ci anima?
Da una parte sarebbe stato bello non perdere lo spirito di famiglia, ma questo ci avrebbe impedito di aumentare i nostri servizi: con quattro infermiere come unico staff non avremmo mai potuto pensare a qualcosa più impegnativo di un dispensario: impossibile sarebbe stato il servizio ventiquattr’ore su ventiquattro come richiesto dalla maternità, dal pronto soccorso o anche solo dai reparti in cui i malati ci sono di notte e di giorno. Impensabile sarebbe stata una sala operatoria che operi sei giorni alla settimana per la routine... e sempre per le emergenze.
Abbiamo quindi scelto di privilegiare il servizio che potevamo offrire e di puntare sempre di più verso l’eccellenza, perchè una vita salvata ha un valore incommensurabile ed una vita perduta senza lottare è una sconfitta inaccettabile: ecco quindi che i posti letto sono sempre aumentati, le prestazioni offerte son divenute sempre più complesse ed impegnative, la risposta ai problemi di salute della gente è via via cresciuta sino alla situazione odierna in cui è raro dover trasferire una persona in un’altra struttura perchè non riusciamo ad aiutarla.
Con i servizi, però, è parallelamente aumentato il numero del personale: il fatto poi che Chaaria sia un ospedale molto rurale ed isolato ha fatto sì che da sempre ci sia stato un velocissimo turn-over, con dipendenti che sovente se ne vanno senza preavviso, e lasciandoci quindi nella necessità di assumere persone nuove con urgenza e senza possibilità di conoscerle prima o di selezionarle adeguatamente.
Tale fatto ha pian piano eroso alcuni pilastri essenziali della nostra identità missionaria: prima di tutto si è tremendamente abbassato il livello ideale.
Mentre all’inizio tutti credevamo nelle stesse cose ed avevamo lo stesso sogno per Chaaria, ora poche sono le persone che davvero condividono il nostro ideale missionario di servizio ai poveri: tanti lavorano solo per i soldi, cercando di fare il meno possibile e con pochissimo entusiasmo ed impegno.
E’ frequente per me sentire questa critica da parte dei volontari e onestamente non posso negare che sia alle volte sia proprio vero: oggi i dipendenti sono più di cento, e quindi per Fr Giancarlo ed il sottoscritto è difficile far giungere a tutti, con l’esempio di vita e con la parola, quello in cui crediamo. In pratica bisogna ammettere che oggi una buona fetta del personale vive Chaaria come un normale posto di lavoro, e non come una missione... e vive noi solo come datori di lavoro e non missionari che si sacrificano per i poveri. In pratica tutto questo significa che l’afflato ideale ed emotivo del servizio si è grandemente indebolito, anche se noi continuiamo a crederci e ci sforziamo di instillarlo in chi vive con noi, sacrificandoci di notte e di giorno.
Un altro tarlo che pian piano si è intrufolato nella nostra vita è quello del furto: e qui ne parlo in senso un po’ lato.
Purtroppo abbiamo un grandissimo problema di furto reale: spariscono medicine, equipaggiamento ospedaliero, materiale di consumo, soldi. Qualcuno alle volte riusciamo a sorprenderlo con le mani nel sacco e lo licenziamo (con un grande senso di delusione e di tradimento ricevuto), ma poi le ruberie continuano apparentemente su scala sempre più estesa: ci rendiamo quindi conto che non si tratta di una “mela marcia” tra lo staff, ma di un sistema in cui c’è un vero racket dello svaligiamento. Forse è un sistema composto da pochi facinorosi, ma purtroppo è come protetto da una stranissima cultura dell’omertà (che impercettibilmente diventa connivenza), per cui nessuno vuole venirci a riferire chi in effetti sono i ladri tra di noi. Questi furti continui, uniti alla cultura del silenzio, è per noi molto deprimente e scoraggiante e quasi ci porta a non fidarci più di nessuno: chissà se colui che ti sorride in questo momento è anche quello che alla sera in qualche modo riesce a far uscire dall’ospedale uno scatolone di farmaci molto costosi!
All’inizio dell’avventura ospedaliera a Chaaria, Fr Maurizio ed io non chiudevamo mai il magazzino delle medicine: lo avremmo considerato una grave mancanza di fiducia verso le nostre quattro infermiere; oggi i ladri sono così articolati che riescono a portare a termine i loro “svaligiamenti” anche con tutte le porte chiuse a chiave.
Ma questo non è tutto, in quanto c’è poi anche il furto del tempo: si arriva in ritardo; si va via prima del tempo prefissato (soprattutto se io e Giancarlo non siamo presenti), si allungano a dismisura le pause per il caffè o per il pranzo, si dorme quando si è in servizio di notte. Io e Giancarlo non possiamo fare pure i carabinieri di giorno e di notte (anche se qualche giretto inaspettato alle 4 di mattina ci ha permesso di comprendere molte cose sull’irresponsabilità di qualcuno che dorme alla grande lasciando l’ospedale completamente scoperto): abbiamo quindi l’inquietante sensazione di non poter far nulla per una situazione che pare sfuggirci di mano. A volte paragoniamo la situazione di oggi ad una barca piena di buchi: tenti ripararne uno e si apre una falla più grande altrove... Ricordo che nei primi tempi potevamo uscire alla domenica pomeriggio e lasciare le infermiere da sole in dispensario: eravamo sicuri che nè si sarebbero assentate e neppure avrebbero rubato. Oggi questa certezza non è più così solida, almeno per una fetta dei nostri collaboratori.
C’è anche il problema della mancanza di motivazioni in molti che lavorano qui: quando passo per il reparto e vedo i pazienti sporchi, oppure mi rendo conto che un malato paralizzato ha il piatto vicino al letto e nessuno si preoccupa di imboccarlo; quando le terapie prescritte non vengono eseguite o i malati non ricevono l’attenzione che si meritano, sovente provo a chiedere a chi è in servizio: “ma se in quel letto ci fosse tuo padre o tua madre, ti farebbe piacere che fosse trattato così come tu fai per gli altri?” Vorrei dire loro di più, perchè, secondo la spiritualità del Cottolengo, nel malato serviamo Gesù stesso; ma sarei già contento se sempre tutti a Chaaria fossero trattati come i genitori di chi li serve.
Inutile dire che la tentazione dello scoraggiamento e della depressione è sempre alle porte sia per me che per Fr Giancarlo, ma dobbiamo lottare ogni giorno e continuare a credere, ad aver fiducia e ad aver fede in Dio Padre Provvidente che ci ha ispirato questo progetto di servizio e ci sostiene ogni giorno nelle nostre fatiche.
E’ vero: i momenti carismatici degli inizi non possono durare per sempre, ma io credo che il nostro compito sia quello di mantenere alti gli ideali, soprattutto con il nostro esempio di vita donata senza riserve per i poveri ed i sofferenti.
Io vedo tutti questi problemi, ma ostinatamente continuo a pensare che Chaaria sia una stupenda realtà di servizio dove cerchiamo di dare il massimo e di fare tutto quello che è in nostro potere per aiutare gli altri. Nessuno può negare che tanta gente guarisce, trova una risposta ai suoi problemi, è contenta di noi e benedice Dio per l’aiuto ricevuto qui in ospedale.
Onestamente continuo ad essere un sognatore per Chaaria, così come lo ero all’inizio, anche se forse oggi sono un po’ meno idealista ed ho i piedi un attimino più per terra: sogno, mi dedico incondizionatamente, servo i malati e vorrei fare sempre di più per loro... ma non ho le fette di prosciutto sugli occhi ed i problemi cerco di vederli, di accettarli, e, quando possibile, di trovarvi una soluzione.
Chaaria è infatti una realtà stupenda ma anche problematica e con forte necessità di correzioni e di guida ed a volte di re-indirizzamento: e come possiamo assolvere a questo compito non facile ed assolutamente poco gratificante?
Ho sempre creduto che il nostro servizio incondizionato, il nostro buon esempio, il nostro impegno per gli altri debbano essere la nostra “predica” quotidiana che ancora possa indicare a chi lavora con noi che siamo una missione e che vogliamo essere portatori di un ideale di amore per il quale siamo disposti a donare la vita.
Purtroppo l’essere umano tende sempre a voler volare basso, ad abbassare gli ideali; ma il nostro compito è quello di far riprendere quota al nostro servizio ogni volta che tutto sembra crollare.
Aiutateci con la vostra preghiera.
Lascio decidere a voi se la foto rappresenta un’alba od un tramonto,


Fr Beppe


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