Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 5 aprile 2015

La collina di spoon river

Quando sono particolarmente stanco ed un po’ ferito dalla vita, c’è un posto segreto dove mi rifugio per qualche minuto.
Salgo la collina di Chaaria fino al punto più alto del nostro appezzamento e là trovo il nostro cimitero. Lo chiamo Spoon River, ricordando un libro che tanto mi ha commosso al liceo. 
In esso provo una sensazione di pace e di riposo e spesso cerco risposte alle mie domande. Là prego coloro che ci hanno preceduti ed a loro chiedo aiuto, consiglio ed intercessione.
Attraversato il cancello arrugginito dalle piogge, alla mia sinistra contemplo la brulla distesa di terra rossa in cui mese dopo mese scaviamo le fosse comuni dove deporre i tanti morti abbandonati nel nostro ospedale. Sono tantissimi, troppi: “perchè la gente non viene a prendere i propri defunti?”
Tra me penso: “dove sono Emily, Charity, Mwenda o Mwandiki? Dove sono le centinaia di bambini spirati prima ancora di ricevere un nome?”.
Una voce interiore mi risponde: “siamo tutti qua e riposiamo nel ventre della collina. Ci hai portati qui tu, perchè i nostri familiari ci hanno trascurati prima in vita e poi anche nel momento in cui la nostra anima è volata via. Qualcuno di noi non ha neppure visto la luce del sole e non ha potuto contemplare il volto della mamma perchè la morte è sopraggiunta nel grembo materno. 



Altri la mamma l’hanno goduta per troppo poco e sono stati stroncati da una malaria o da una terribile polmonite. Qualcuno di noi è grande: siamo padri e madri di famiglia, nonni e nonne con tanti nipoti. Perchè dobbiamo riposare su questa collina insieme a tante persone abbandonate come noi? 
Dove sono i nostri figli che non hanno trovato il tempo di venire a visitarci in ospedale durante l’ultima malattia e non hanno fatto uno sforzo per darci una tomba a casa loro in modo che il nostro spirito ancora potesse star loro vicino? Non abbiamo fatto abbastanza per i nostri figli in modo da meritarci la fossa comune di questa collina? Tanti di noi erano contadini, ma tra di noi non mancano i farmacisti, i commercianti, i pastori od i fotografi: olra siamo tutti qui”.
E’ normalmente notte quando io e Fratel Giancarlo saliamo la collina per affidare alla terra queste anime dimenticate. Anche stasera ne dobbiamo seppellire 12, tutti di età inferiore ad un anno. Il funerale ordinariamente comincia alle 21.30, dopo l’ultima preghiera in cappella: scendiamo in obitorio con l’auto, e li’ carichiamo i corpicini che sono avvolti semplicemente in stuoie di nylon nero. 
Normalmente li seppelliamo una settimana dopo il decesso, per dare la possibilità alle mamme di andare al villaggio e di dare la notizia… sempre sperando che qualche piccolo venga portato a casa per la sepoltura in famiglia.
Con l’auto piena di questo mesto fardello ci inerpichiamo alla volta del nostro cimitero,  e verso le fosse comuni: non sarebbe infatti possibile per noi dare una tomba singola per ognuno; troppo lavoro e troppo spazio sarebbero richiesti, trasformando in breve tutto il nostro campo coltivato in un enorme camposanto. Sfruttiamo quindi il terreno in verticale: le nostre tombe sono profonde quanto un campanile.
Arrivati vicino alle tombe con la macchina, normalmente disponiamo i corpicini sulla nuda terra, tutti in fila. 
In questa operazione siamo aiutati solamente dalla luce delle nostre torce, in quanto non c’e’ alcuna illuminazione vicino al cimitero. E’ quasi sempre una scena surreale: spesso il cielo e’ colmo di stelle e sembra un magnifico arazzo. 
Nell’aria si sente il grugnito dei maiali della casa dei nostri vicini; qualche cane abbaia in lontananza, mentre le nostre scimmie notturne lanciano grida incuriosite dalla cima degli alberi. Non celebriamo alcun rito particolare: e’ troppo gravoso per noi organizzare una funzione funebre praticamente quasi tutti i giorni. 
Diciamo una breve preghiera e poi, ad uno ad uno, lanciamo nella fossa le salme, che raggiungono il suolo con un tonfo ottuso dopo alcuni secondi di caduta libera nel buio assoluto della fossa comune. Ogni volta che sentiamo questo rumore sulla terra, avvertiamo anche un colpo nel nostro cuore, e meditiamo su quanto sia spesso ingiusta la vita: a qualcuno viene negata addirittura una degna sepoltura...
Copriamo quindi i morti che abbiamo appena “buttato” con uno strato di terra non superiore ai 10-15 cm: lavoriamo al buio ed in silenzio, con l’ausilio dei nostri badili e della pila che ci serve a controllare quando tutti le salme sono state coperte sufficientemente. 
Non possiamo mettere troppo terreno… se no, la fossa comune si riempirebbe troppo in fretta. Il tutto poi si conclude con la chiusura del tumulo tramite lamiere ondulate, su cui mettiamo grossi pietroni, per evitare che cani randagi o iene vadano di notte a profanare i nostri morti.
Quando torno di giorno sulla collina di Spoon River, penso a tutte queste persone abbandonate e da noi sepolte con tanta pace, ed a loro chiedo di pregare per noi e di aiutarci a tirare avanti in questa avventura dell’ospedale, che ogni giorno pare diventare più complicata.
A destra del cancelletto invece, il cimitero è più verde e ci sono semplici tombe di terra battuta su cui spunta una croce di legno sulla quale è scritto un nome:
“siamo i Buoni Figli. Abbiamo vissuto qui per tutta la nostra vita. Eravamo abbandonati dai nostri cari, ma qui abbiamo trovato una casa ed un focolare che ci ha fatti sentire vivi, finchè il Signore ci ha chiamato a sè. Noi siamo stati molto più fortunati dei nostri vicini che qui riposano nella fossa comune. 
Per noi è stato celebrato un vero funerale con tanto di Messa; abbiamo persino la cassa da morto, mentre loro sono avvolti semplicemente in una piccola stuoia. La cosa triste è che neppure alla cerimonia funebre i nostri familiari si sono fatti vedere. 
Ci hanno portati a spalle i Fratelli, ed hanno pregato per noi i dipendenti del Centro e le suore. Io mi chiamo George e sono morto di diabete; io invece sono Kamau: ho sempre avuto il torace deformato ed un giorno la polmonite ha avuto il sopravvento su di me, perchè non avevo la forza di tossire. Siamo in tanti qua e facciamo parte della famiglia di Chaaria, l’unica che non ci ha mai abbandonati nè in vita nè in morte”.
Mentre guardo le loro povere tombe su cui crescono “lingue di suocera”, so che posso sempre contare sulla loro intercessione perchè sicuramente sono angioletti del Paradiso.
Più a monte ci sono invece due tumuli in tutto simili agli altri, ma con la croce un po’ più grossa. Sulla prima leggiamo Fr Giovanni Bosco Bordino. E’ il primo Fratello morto e sepolto a Chaaria insieme ai malati ed ai Buoni Figli.
Parlo spesso con lui quando vengo qui al cimitero, perchè lo conosco da tantissimi anni, sin dal 1980  quando ero ancora un aspirante nella famiglia religiosa del Cottolengo.
Era sempre molto preoccupato per me e voleva che mangiassi di più perché ero troppo magro. 
Egli era convinto che la vocazione si misurasse a chili e, siccome a quei tempi il mio peso non superava i 55 Kg., mi diceva che avevo poca vocazione e che la terapia adatta per il rinforzo della mia chiamata sarebbe stata a base di budino al cioccolato.
Poi ci siamo un po’ persi di vista, a parte qualche vacanza insieme al Grand Puj, dove alternavamo camminate sulle vette a mangiate luculliane a base di torte e pasticcini.
Ci siamo poi ritrovati in Kenya ed è a Chaaria che ho davvero conosciuto ed apprezzato questo grande Fratello che ora riposa sulla collina.
Era un uomo veramente gioioso nel profondo del cuore: cantava di continuo e vedeva sempre il lato positivo delle situazioni. Giovanni era una figura davvero importante nella comunità perché sapeva ridere e far ridere e, nei momenti di tensione, sapeva sempre sdrammatizzare. 
Egli non era capace di tenere il muso e con lui ci si riconciliava subito, anche senza bisogno di parole. Si capiva benissimo che ti aveva perdonato perché, immediatamente dopo lo screzio, discorreva con te con la serenità di sempre. Parlava bene di tutti, nessuno per lui era cattivo; aveva un’interpretazione positiva per qualunque cosa gli capitasse intorno.
Forse questa caratteristica gli derivava dalla sua profonda vita interiore: era un uomo di costante preghiera. 
Era sempre presente agli atti comunitari e trovava ampi spazi per la preghiera personale durante il giorno. Amava molto pregare il rosario, anche quando si trovava fuori dalla comunità, magari per una scampagnata con i bimbi della parrocchia, con i Buoni Figli o con i volontari italiani. 
Aborriva le celebrazioni sontuose, soprattutto se si trattava di eccessi di predicazione o di esagerazioni nei canti o nelle danze liturgiche; sapeva esprimere questo disappunto, leggendosi un libro durante l’interminabile funzione o addirittura lasciando la chiesa per andare a ritirarsi nella silenziosa cappella dei Fratelli, dove poteva trovare un clima più consono alla sua contemplazione.
Fr. Giovanni Bosco è stato un vero Salesiano nel cuore, oltre che un autentico Cottolenghino. Con questo intendo sottolineare il suo tenero amore per i bambini, a cui dedicava le sue attenzioni e tutto il suo tempo libero domenicale: Giovanni, infatti, usciva tutte le domeniche con i ragazzi, facendo due escursioni: la prima era in macchina, in modo da poter portare fuori anche alcuni Buoni Figli paralizzati; la seconda, poi, era a piedi, verso qualche angolo di natura incontaminata, come una collina, un fiume o una cascata. 
Quando usciva per la seconda passeggiata vestiva rigorosamente la maglietta del suo “Toro”, di cui era appassionato tifoso, e dietro di lui si snodava una fila di almeno 30 bambini di età compresa fra i 5 ed i 12 anni. Lo seguivano perché nella sua borsetta c’era sempre un pallone e qualche leccornia che Giovanni aveva sottratto alla mensa comunitaria, naturalmente con i dovuti accordi con il Superiore.
“Sono morto attaccato da uno sciame inferocito di api africane, che mi hanno punto da tutte le parti, fino a causarmi uno shock anafilattico e farmi perire a due passi da un fiume che avrebbe potuto salvarmi la vita, se solo ci fossi arrivato per immergermi e proteggermi da quegli insetti... ma non ce l’ho fatta perchè sono caduto su una roccia ed ho perso i sensi, dando alle api il tempo di ferirmi ancora ed ancora, e da allora dormo anche io su questa collina”
E’ sintomatico che la tragedia che ce lo ha tolto per sempre sia successa di domenica, durante un’uscita a piedi con i suoi bambini. Ciò che rimane un mistero è che Dio lo abbia chiamato in questo modo così tragico, sotto gli occhi sconvolti dei suoi ragazzi, proprio il 5 giugno 2005, giorno del suo compleanno.
Nessuno dei bimbi lo chiamava per nome: tutti lo conoscevano come “AMICO”. Questo era diventato il suo appellativo e, per così dire, la sua seconda natura: realmente egli era l’amico dei giovanissimi e dei deboli mentali.
Con i nostri Buoni Figli spendeva del tempo a chiacchierare e a giocare a dama, oltre che  passeggiare. Li accoglieva come suoi figli e spesso li chiamava “i miei padroni”.
Ma Giovanni era anche un matematico e con passione studiava e ristudiava i vari teoremi della geometria e della trigonometria che tutti noi abbiamo completamente rimosso dopo la fine del Liceo. 
Tale passione per la matematica lo ha sostenuto nel compito di economo della missione: egli ha sempre controllato entrate ed uscite con precisione certosina, senza mai usare la calcolatrice, che egli riteneva un abominio. Suo unico sostegno era il “regolo calcolatore” che portava con sé dai tempi della scuola superiore.
Di lui desidero ricordare l’umiltà. Sceglieva normalmente l’ultimo posto, non voleva mai apparire. Sapeva sempre adattarsi alla compagnia: era capace di essere piccolo con i Buoni Figli, giovane con i postulanti ed i volontari, pacato con i confratelli più anziani.
Per sé desiderava uno stile di vita povero, che si accontentasse sempre di poche cose, soprattutto nel vestire e nell’apparire. Era un uomo che sapeva vivere all’essenziale.
Non voleva mai disturbare: quasi si scusava se a volte aveva bisogno di chiedere dei soldi per qualche esigenza personale. 
Proprio il giorno precedente alla sua dipartita, commentando la lunga sofferenza di un prete gravemente ammalato in ospedale, Fr. Giovanni diceva in comunità: “Spero solo che io non debba disturbare nessuno quando sarà la mia ora. Chiedo al Signore una morte veloce, che non dia problemi ai miei confratelli”. Ed è stato proprio così: se n’è andato in un baleno. Chissà se ha sofferto? Tutti pensavano che ad ucciderlo sarebbe stato il diabete che da anni lo affliggeva, vista la arcinota intemperanza nel consumo di dolci; ed invece sono state le api, le produttrici di quel miele che Giovanni tanto amava.
Penso che il funerale sia stato l’epilogo più adatto alla sua vita buona: tutti gli volevano bene e lo hanno dimostrato venendo a migliaia a porgergli l’ultimo saluto. 
Ma i suoi prediletti erano i bimbi, che sono intervenuti a centinaia, da tutte le scuole primarie del circondario. Per lui tutti hanno pregato, hanno buttato una manciata di terra sulla sua bara, hanno piantato un ramoscello verde sulla tomba che ora appare un po’ incolta. I bambini, poi, hanno intonato un lungo canto di addio, mentre i Fratelli lo calavano sotto terra.
Al suo funerale non c’erano fiori, né ci sono stati i tradizionali e lunghi discorsi delle autorità politiche e religiose. Questo per espresso volere di Fr. Giovanni che non avrebbe tollerato che si spendessero soldi in fiori che poi sarebbero appassiti in due giorni; o che si dicessero tante parole su di lui, che si è sempre considerato un piccolo “servo inutile del Vangelo”.
“Mi consola pensarti in Paradiso, caro Fratello. Grazie di quello che sei stato per me e degli esempi che mi hai dato” 
Ma la tomba che attira di più il mio cuore nei miei momenti di fuga è quella accanto: le solite “lingue di suocera” su un semplice tumulo di terra. Una croce di ferro su cui si legge: Fratel Ludovico Novaresio.
“Sono contento di riposare qui sulla collina dopo la mia lunga vita in missione. Stando qui a Chaaria sulla collina vi sarò ancora più vicino e pregherò sempre per voi”.
Sin da quando entrai in Congregazione nel 1981, la figura di Fr Lodovico è stata centrale nella nostra formazione. 
Lui era già in Kenya e di lui sentivamo solo parlare. Ci veniva comunque descritto come uno dei pilastri fondamentali della nostra famiglia religiosa; come uno degli artefici della sua approvazione pontificia; come il primo superiore generale, ed anche come la punta di diamante della prima esperienza missionaria in Africa dei Fratelli Cottolenghini. Ci veniva inoltre presentato come un grande formatore, sia nell’ambito della vita religiosa che in quello delle arti infermieristiche.
Venivamo quindi a conoscere e ad ammirare una persona coerente e radicale tanto con se stesso quanto nei suoi rapporti con gli altri, una persona totalmente dedita a Dio nella preghiera e nel servizio incondizionato ai poveri. Era per noi certamente un modello da imitare.
Conobbi Fr Lodovico personalmente alla fine degli anni ottanta quando venne in Italia per l’intervento di prostatectomia: allora ero studente di medicina, e, quando andavo a trovarlo in ospedale, lui mi spiegava dei bisogni di salute del Kenya e cercava di infondermi la passione per la missione.
Rientrato in Kenya dopo la guarigione, Fr Lodovico mi aiutò moltissimo per la stesura della mia tesi di laurea sulle “diarree batteriche e parassitarie nei Paesi Toropicali e Subtropicali”, inviandomi materiale e statistiche dal dispensario di Chaaria. 
Per la prima volta venni quindi a conoscenza del numero strabiliante di pazienti che egli riusciva a visitare ogni giorno.
Era il 1996 quando per la prima volta misi piede sul suolo africano. Ci venni inviato come medico per accompagnare Fr Lodovico in Italia: era infatti gravemente malato a causa di un attacco malarico che le medicine del posto non riuscivano a controllare. Facemmo il volo di ritorno insieme e fortunatamente nulla acadde sull’aereo. Fr Lodovico venne ricoverato all’ospedale Cottolengo di Torino e si riprese abbastanza rapidamente, dopo un periodo di convalescenza a Feletto.
Ma “il mal d’Africa” in lui era inguaribile: a lui mancava troppo la sua Chaaria. I superiori compresero e permisero a fr Lodovico di tornare in Kenya.
Il suo rientro avvenne nel 2000, e da allora abbiamo sempre vissuto insieme.
Quando giunsi a Chaaria, il dispensario (ora ospedale) era ormai diretto da Fr Maurizio, mentre Fr Lodovico si dedicava a tempo pieno ai lavori agricoli nella shamba. La cosa che ricordo di lui da subito è il fatto che al mattino alle 5 era già in cappella a pregare e che dopo la compieta si tratteneva in cappella fino alle 22. Spesso a quell’ora  io andavo a dormire un’oretta dopo un cesareo notturno, e, tornando in comunità, vedevo la luce in cappella già accesa: ero certo che si trattava di Fr Lodovico.
Lavorava tanto nei campi e coordinava i ritmi delle coltivazioni e le attività zootecniche. Ricordo che spesso mi chiamava per curare delle mucche malate, ma io non sapevo che pesce pigliare. 
Lui allora mi diceva quante compresse somministrare ad una vacca per i vermi e quale fosse la dose di antibiotico per una mastite bovina. Lo ricordo ancora mentre suturava il soppracciglio di una mucca che aveva ricevuto una cornata da un suo simile, mentre io tenevo le distanze di sicurezza ed ero abbastanza impaurito.
Nei primi anni del mio lavoro a Chaaria io ero molto disorientato perchè in Italia ero abituato a fronteggiare solo casi di medicina interna e malattie infettive, mentre a Chaaria mi si presentavano le patologie più disparate: spessissimo ho quindi chiamato Fr Lodovico in dispensario per insegnarmi delle cose e darmi dei consigli. In particolare rammento i gessi: è stato lui a regalarmi la tecnica con pazienza e con precisione.
Fr Lodovico è stato sempre molto positivo su tutti gli sviluppi che Chaaria stava prendendo: ha sostenuto l’apertura dell’ospedale, l’inizio della maternità ed il bisogno di una sala operatoria.
Pur essendo lui stesso molto fedele alla preghiera, non mi ha mai giudicato quando ero in ritardo a motivo del servizio o per emergenze notturne. Mi confidava spesso ed ora qui sulla collina mi ripete nel cuore: “la comunità deve pregare anche per te che stai su di notte a ‘pregare’ attraverso il servizio ai malati”.
Nonostante la veneranda età e la sua formazione iniziale a Torino in anni in cui la Vita Religiosa era certamente molto più rigida di oggi, Fr Lodovico ha sempre dimostrato un’apertura mentale che mi ha continuamente stupito: “devi prenderti dei giorni fuori dall’ospedale, altrimenti muori... non bastano poche ore; ci vogliono alcuni giorni di stacco ogni due o tre mesi”.
Onestamente non l’ho mai ascoltato, anche se so che ha profondamente ragione!
Negli ultimi tempi, ormai ridotto all’isolamento in camera sua, alla veneranda età di 95 anni, Fr Lodovico riusciva ancora a dirmi: “non preoccuparti di venire a recitare il Vespro da me. Quando non ci sei a pregare, non devi chiedere scusa, perchè lo so dove sei.”
Fino agli ultimissimi giorni della sua vita ha conservato un’intelligenza acuta ed un grande interesse non solo  per lo sviluppo di Chaaria ma anche per le sorti della Piccola Casa e della Congregazione dei Fratelli.
Nei momenti di silenzio che riesco a ricavarmi sulla collina a fianco della sua tomba sento nel cuore che Fr Lodovico mi ha voluto molto bene; credo che nel mio lavoro in ospedale egli vedessi il fruttificare della sua opera in dispensario sia a Tuuru che a Chaaria. 
Ha creduto fortemente nella continuità tra il “Chaaria Catholic Dispensary” da lui fondato ed il “Cottolengo Mission Hospital”, che ne è stato la spontanea evoluzione.
Di fronte alla sua fossa ricordo che lui non mi ha mai offeso e non mi ha mai fatto del male in tutti questi anni: non ha mai cercato di scoraggiarmi o di dirmi che Chaaria stava diventando un progetto megalomane, autocentrato o ingestibile. Ha creduto fino alla fine al nostro servizio non solo in ospedale ma anche dai Buoni Figli.
Mi commuove il fatto che l’anno scorso, quando ha sentito che forse la vita gli stava sfuggendo di mano, mi ha chiamato in stanza per una visita medica, e, prima di spiegarmi quello che sentiva, mi ha detto con un ampio sorriso: “ormai il tempo della Festa è arrivato. Vi aspetto tutti là, e vi starò ancor più vicino”.
E’ naturale per me, quando sono al cimitaro nel silenzio, riandare con la mente alla lettera che mi ha lasciato e che mi ha chiesto di aprire solo dopo il suo ultimo respiro. In essa ha scritto, tra le altre cose: “desidero un funerale povero, perchè povero era Gesù sulla croce. Ho già chiesto ai superiori ed ai miei familiari di non venire, per risparmiare i soldi dell’aereo e per impiegare quel denaro per i poveri ed i bisognosi. 
Voglio un funerale umile e soprattutto desidero di essere sepolto qui con voi: vi ho voluto tanto bene ed ora potrò volervene ancora di più, e stando con voi anche fisicamente nel cimitero di Chaaria, potrò esservi ancor più vicino”.
Quando vengo qui sulla collina e gli parlo dei miei problemi e delle mie difficoltà, ancora sento un grande vuoto ed un nodo alla gola. Mi manca un grande punto di riferimento, la sua costante parola di incoraggiamento, la certezza che lui pregava per noi notte e giorno. Mi manca il padre che mi consola ed il modello che tento di imitare.
Fr Lodovico riposa sulla collina dall’agosto 2014; avrebbe voluto un funerale in forma assolutamente privata, “per non disturbare” (mi sembra di sentirlo ancora): la gente però è venuta in massa perchè lo ama e lo rispetta: “è lui che ha iniziato tutto qui a Chaaria...è il fondatore della missione. Ci ha sempre curati tutti gratuitamente sin da quando eravamo bambini. 
Quante volte ha medicato le piaghe che affliggevano le mie gambe e non mi ha mai chiesto uno scellino, anzi, al momento del raccolto, ci regalava anche granoturco e fagioli. Quanto lavoro faceva! Visitava tutti, dava le medicine personalmente e poi, dalle 3 del pomeriggio in avanti, andava a zappare nel campo fino al tramonto”.
Desiderava un funerale “a porte chiuse”, ma è stato  un bagno di folla: un bagno che Fr Lodovico ha meritato pienamente per la sua dedizione, il suo servizio, la sua fedeltà a Dio.
Qui sulla collina trovo momenti di pace; ristabilisco una connessione con il passato; trovo continuità con ciò che è stato e riprendo speranza che tutto quanto abbiamo iniziato non possa finire in un pugno di mosche. 
Qui riesco a pregare un attimo in silenzio: spesso non sono preghiere preconfezionate, ma domande, richieste, confessioni, dialoghi con chi mi ha preceduto ed ora dorme; a volte chiedo scusa a quei pazienti a cui forse ho fatto qualche sgarbo involontario o per i quali mi rodo il cuore dicendo:”cosa avrei potuto fare di più per salvarli?”. 
Chiedo perdono a quelli a cui ho detto: ”ti visito più tardi...ora non ho tempo; ma quel più tardi non è mai arrivato perchè loro sono volati in cielo prima che io tornassi”. Qui sovente mi chiedo che senso ha una vita durata un giorno, oppura un’altra lunghissima ma finita nell’abbandono di una fossa comune.
Anche se nessuno conosce il futuro ed i piani che la Provvidenza ha per ognuno di noi, talvolta oso sperare che un giorno anche io potrò riposare qui sulla collina a fianco di Fr Lodovico e fr Giovanni, ed insieme a tante persone da me curate.

Fr Beppe




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