Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 13 maggio 2015

I poveri

Quante volte i poveri ce li abbiamo proprio in reparto e non è necessario andare in giro a cercarli tra le capanne.
Li riconosci perchè non hanno nemmeno quella cifra simbolica che chiediamo come contributo alle spese ospedaliere.
Poi basta guardarli prima del ricovero: sono stracciati e scalzi, sovente emaciati ed invecchiati prima del tempo.
Dopo il ricovero, la nostra divisa per i malati agisce come un livellamento sociale, in quanto tutti sono vestiti allo stesso modo...ma un posto sicuro da osservare per capire se sono davvero poveri come affermano, sono le mani ed i piedi: normalmente sono infestati di pulci penetranti, la malattia della miseria, di coloro che non hanno le scarpe, che camminano scalzi e che dormono sulla nuda terra.
Beatrice entra proprio in questa categoria di “miserabili” che affollano i nostri reparti.
Può essere considerata una delle più povere pazienti del nostro ospedale… povera in tutti i sensi.
Venticinque anni di età, ma ne dimostrava sessanta già da parecchio tempo. Ha avuto la sfortuna di essere colpita dal diabete giovanile, una malattia che non perdona, se i livelli glicemici non sono tenuti attentamente sotto controllo.


L’ho conosciuta due anni fa: emaciata, quasi cieca a causa della retinopatia diabetica, claudicante a causa di un’ulcera cronica all’alluce con nessuna tendenza a guarire. I familiari sapevano da anni del diabete, ma hanno sempre sostenuto di non avere soldi per la terapia.
La nostra storia è poi sempre stata la stessa: Beatrice arrivava in coma diabetico accompagnata da un padre ubriaco (credo che la mamma fosse morta anni prima); noi la ricoveravamo gratuitamente per molti mesi, sia perché il diabete non si sistemava, sia perché i suoi tendevano ad abbandonarla. Quando finalmente riuscivamo ad acchiappare il padre che furtivamente era venuto a farle visita, la dimettevamo senza chiedere un soldo neppure per l’insulina che avrebbe dovuto praticare a casa. 
Sapevamo che sarebbe stato inutile con quell’ uomo che sembrava più che altro un etilista che si era fumato il cervello con bevande locali.
Il problema di prescrivere terapia insulinica a domicilio è sempre gravissimo: non hanno frigo, e, nel caso  migliore, conservano il farmaco in una pentola piena d’acqua e semisepolta nel terreno. Siccome costa molto, usano per molto tempo la stessa siringa, e chissà se la fanno bollire prima di riutilizzarla. E poi l’insulina è davvero molto cara… Quando il botticino da noi regalato finiva, nessuno ne comprava più per Beatrice; e quando la rivedevamo, lei era di nuovo in coma, con tutte le complicazioni ad uno stadio più avanzato.
Io me la prendevo sempre con il papà, e gli dicevo che era un irresponsabile a non portarmi sua figlia per i controlli quando la bottiglia dell’insulina era vuota; ma il massimo che ottenevo da quella sfuriata era che lui si addormentasse davanti a me senza darmi ascolto.
Questa volta è stata ricoverata da noi per quasi sette mesi: mettevamo a posto la glicemia, ma al momento in cui si pensava alla dimissione, qualcosa di nuovo insorgeva: vomito, diarrea, infezione al piede. 
Quando finalmente siamo stati in grado di darle una qualità di vita accettabile, i parenti si sono dati nuovamente alla macchia, e la poveretta è rimasta in reparto per quasi due mesi dopo la dimissione ufficiale. 
Io le chiedevo come mai non andava a casa, e lei si mostrava chiaramente a disagio nel confessare che nessuno era mai più venuto a farle visita… dovete sapere che Beatrice non era in grado di camminare a causa della debolezza, e non avrebbe potuto lasciare il Cottolengo Mission Hospital da sola.
Credo che questo stato di abbandono abbia in qualche modo creato in lei una tale disperazione da portarla a decidere di lasciarsi morire: rifiutava quindi il cibo, non voleva le terapie.
Alcuni giorni fa, mi ha chiesto di comunicare al padre il posto dove avrebbe voluto essere sepolta nel cortile di casa.
Ha poi sviluppato una specie di paura della solitudine, ed un bisogno estremo di attenzioni. Voleva sempre qualcuno vicino a lei: aveva imparato il nome di tutti, e chiamava ora per farsi sistemare un piede, ora per farsi girare nel letto, ora per un sorso d’acqua.
A guardarla faceva una tenerezza incredibile: pelle ed ossa, piaghe ovunque; i muscoli totalmente andati… poi si è spenta quasi senza accorgersene. E’ morta da sola, senza la presenza di un familiare… ma, tutto considerato, credo che sia davvero andata a stare meglio.
Sono convinto che è stato l’abbandono, più che il diabete ad uccidere Beatrice… l’ho capito quando mi ha chiesto di indicare a suo padre dove seppellirla. 
Io non le avevo detto che stesse morendo; anzi, cercavo di essere molto positivo e di infonderle fiducia: ma lei lo sentiva, e forse si stava gradualmente abbandonando alle braccia della morte, quasi come a quelle di una liberatrice.
Oggi è venuto il padre, ubriaco come sempre: non so neanche se ha capito che sua figlia è morta. Se ne è andato farneticando e non sappiamo neppure se verrà a riprendersi il cadavere.


Fr Beppe






Nessun commento:

Guarda il video....