Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 11 maggio 2015

La povera gente attorno a noi

A volte a Chaaria approdano ragazzi smilzi e coperti di pochi stracci. Hanno il volto emaciato e la pelle disidratata; camminano scalzi o con sandali ricavati da copertoni usati. Rincorrono pochi bovini denutriti come i loro mandriani; uomini e bestie camminano per strada e non sai bene dove vadano.
Vengono normalmente da molto lontano. Se domandi loro da dove, ti indicano nomi esotici di villaggi mai sentiti: sono i nomadi di necessità, i nomandi della povertà e della siccità; quelli che non migrano per motivi culturali trasmessi da millenni di padre in figlio, ma lo fanno solo quando nella loro zona non c’è più acqua ed i pascoli si seccano.
Camminano per giorni e giorni, ed infine arrivano qui da noi perchè siamo vicini al monte Kenya ed i nostri torrenti sono permanenti: aveve corsi d’acqua che non si prosciugano nella stagione secca, porta certamente a pascoli e coltivazioni anche quando c’è siccità.
Loro che sono poveri e “stranieri” qui a Chaaria non invadono i campi privati, ma seguono il corso dei torrenti e fanno pascolare le mucche sulle loro sponde verdeggianti.
Qualche volta passano di casa in casa a chiedere del cibo per se stessi, e normalmente la gente semplice non li manda mai via a mani vuote, ma condivide sempre un po’ di riso, qualche fagiolo ed un po’ di polenta.



Altre volte invece, soprattutto al culmine della stagione secca, a Chaaria vedi arrivare gruppi di uomini vestiti alla bell’e meglio; non hanno automobili e neppure biciclette; non hanno mandrie da far pascolare; anch’essi parlano un linguaggio che non è kimeru ed intuisci che devono aver camminato per tantissimi chilometri.
Arrivano carichi di cesti di vimini di varie dimensioni che essi accatastano con precisione l’uno dentro l’altro, come se fossero bamboline russe; hanno anche dei borsoni in cui puoi vedere grandi mestoli di legno, di forma un po’ strana in quanto servono soprattutto a rimescolare la polenta nei grossi pentoloni.
Camminano giorni per arrivare da noi; spendono la notte ospiti di famiglie buone che ancora credono chè l’ospitalità verso il povero è un atto di carità cristiana.
Essi arrivano fin qui perchè da noi c’è l’acqua nei torrenti, e dove c’è l’acqua c’è sempre possibilità di raccolto e di qualche soldo in tasca per poter acquistare i loro prodotti.
E’ strano sentirsi in una zona comparativamente benestante, una zona scelta dalle popolazioni delle terre aride per venire a domandare aiuto, per avere un po’ di elemosina, od anche semplicemente per trovare pascolo.


Fr Beppe


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