Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 29 agosto 2015

Cinismo o autodifesa?

Ieri è stata una giornata piena di problematiche e di tanti pazienti.
Per stare dietro a tutto si corre dal mattino presto alla sera tardi, e quasi sempre si ha la sensazione che è più quello che non sei riuscito a fare di quanto magari hai portato a termine.
Erano le quattro del pomeriggio, e, come al solito, saltavo come un grillo tra la sala operatoria e l’ambulatorio per cercare di servire tutti. 
Sono velocemente passato nel reparto donne per chiedere che la paziente dell’ecocardiogramma mi fosse portata nello studio con una barella, in quanto troppo debole per camminare o sedere...ma appena mi sono affacciato sulla porta, Jakub (uno dei due studenti di medicina di Varsavia che ora costituiscono la totalità dei nostri volontari), mi ha chiamato con volto visibilmente turbato, e mi ha chiesto di visitare una giovane donna in condizioni critiche.
L’ho seguito ed ho visitato la paziente: dall’aspetto mi è parso un caso di AIDS conclamato con consunzione estrema e con diarrea e vomito irrefrenabili. Jakub era preoccupato delle sue condizioni respiratorie e della pressione arteriosa quasi imprendibile.
La donna era appena arrivata e stavamo ancora aspettando i primi esami di laboratorio: al momento la cosa più importante mi sembrava fosse una generosa reidratazione ed una terapia antibiotica mirata contro i principali patogeni intestinali della nostra zona.


Dopo aver prescritto i farmaci che ritenevo indicati, ho salutato Jakub e mi sono dedicato all’ecocardiogramma che mi era stato richiesto; quindi sono corso in sala per un cesareo.
Alle 18.30 sono tornato nel reparto donne per chiamare un’altra paziente in attesa di ecografia, ed ho trovato Jakub seduto al tavolo con la testa tra le mani.
“Stai poco bene?”, gli ho chiesto.
“Quella giovane donna è morta!”, ha risposto lui lapidario.
Io sapevo di avere ancora un raschiamento uterino in attesa dopo l’eco che mi accingevo a fare; quello che ho saputo dirgli è stato semplicemente: “ho fatto tutto quello che potevo e sapevo; più di quanto le ho prescritto, non avrei potuto fare... neppure se fossi stati lì tutto il tempo”
“Lo so e non dico che sia causa tua, ma la cosa pesa molto sul mio cuore”.
Tra me ho pensato che quello che Jakub prova è molto nobile ed è bellissimo che un medico conservi questo sgomento ogni volta che un paziente muore, malgrado le sue terapie.
Chaaria mi ha però un po’ indurito interiormente: vedo morire qualcuno ogni giorno, e non riesco ad andare in crisi tutte le volte. E’ come se avessi bisogno di una certa distanza che mi aiuta a non andare in depressione tutte le volte. E’ sbagliato? Sono diventato cinico ed insensibile? La realtà è che sovente non ho neppure il tempo per sedermi ad un tavolo e pangere la morte di un mio paziente, perchè ci sono i vivi che hanno bisogno di me e mi tirano qua e là fino allo stremo delle mie forze.
Provo però sempre quanto ha in cuore Jakub se mi muore un paziente operato, perchè lì è troppo forte la paura di aver sbagliato ed il senso di colpa mi chiude la gola: mi è successo anche oggi, quando un anziano è andato in Paradiso tre giorni dopo l’intervento, lasciandomi sgomento e svuotato interiormente...soprattutto perchè non so cosa gli sia successo! 
Sovente invece, per un paziente gravissimo in reparto, magari affetto da una malattia cronica ed incurabile e soprattutto quando ho sinceramente messo a sua disposizione tutte le mie conoscenze cliniche, le mie energie ed il mio tempo, non vado più in crisi se per caso ci lascia. 
Penso che la mia parte l’ho fatta e che le energie rimaste devono essere messe a disposizione degli altri...forse è una corazza che indosso per non crollare di fronte al mistero della sofferenza e della morte, con cui ogni giorno mi confronto a Chaaria.

Fr Beppe


PS: nella foto vedete la nuova orfanella. Si chiama Faith Gakii ed ha un giorno di vita. La sua mamma è morta di parto in un ospedale del Tharaka, ed il papà ci ha chiesto di tenerla qui per alcuni mesi. L’abbiamo con gioia accolta nella nostra famiglia, anche se ci diaspiace moltissimo per la sua mamma.


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