Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 15 settembre 2015

Albert: non più ragazzo di strada ora

Mi è molto caro parlarvi un attimo di Albert.
Lo avevo conosciuto bambino nell’anno 2000 a Meru, una domenica in cui eravamo andati a fare una clinica mobile nella zona povera e polverosa di “Shauri Lako”: era stracciato e scalzo, e naturalmente era inseparabile dalla sua bottiglietta di plastica lurida e con il fondo coperto di colla da sniffare; aveva tantissimo mal di denti, ma ci era sembrato brutto fargli estrazioni a catena (l’unica cosa che potessimo fare in quella clinica mobile).
Abbiamo quindi deciso di portarlo a Chaaria e di eseguire delle cure odontoiatriche nei giorni successivi: di otturazione in otturazione, gli abbiamo ridonato un sorriso smagliante e perfetto.
Inoltre a Chaaria aveva mangiato bene e gli avevamo dato dei vestiti nuovi.
Temevamo che ci chiedesse di restare con noi in modo stabile, perchè non eravamo pronti ad avere un bambino in missione; avevamo già pensato ad un inserimento nella struttura di Mujwa, ma il suo spirito libero lo ha potentemente richiamato verso la strada: finite le cure, ci ha ringraziati e se n’è ritornato a Meru.
Da allora è sempre rimasto affettivamente legato a noi: faceva la guardia all’auto quando la parcheggiavamo in zone poco raccomandabili; aiutava l’autista a caricare le vettovaglie acquistate sulla vettura.
E la cosa bella è che pare abbia pian piano imparato il valore di una vita onesta.
Infatti, diventato più grandicello, ha trovato un lavoro stabile presso una compagnia di autobus che fa servizio tra Meru e Mombasa.



Il suo lavoro è quello di caricare le merci che vengono stipate nel bagagliaio e sulla bagagliera. Inoltre si occupa anche del bagaglio personale dei passeggeri.
Con il pasare degli anni l’ho visto sempre più maturo, vestito meglio, e pieno di una sua dignità nata
dalla coscienza di essersi fatto da solo.
Lo vedo ancora qualche volta: continua a lavorare presso la stessa ditta e l’ultima volta che sono andato a Mombasa con il pulman, non la finiva più di ringraziarmi e di abbracciarmi.
Proprio in quella occasione mi ha anche detto di essersi sposato e di avere una stanza in affitto in cui vive con la consorte.

Fr. Beppe Gaido

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