Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 16 ottobre 2015

Andata in cielo

Non ricordo neppure il suo nome.

So che era ricoverata da noi fino ad una settimana fa.
HIV positiva in stadio quasi terminale, presentava dei grossi linfonodi laterocervicali che ne cambiavano l'aspetto, rendendolo in qualche modo grottesco e spiacevole.
Avevamo fatto prima un'ecografia del collo e poi un'agobiopsia ecoguidata.
Da una parte speravamo che fosse tubercolosi, perchè questo sarebbe stato l'unico caso in cui avremmo potuto somministrare una terapia gratuita i cui i risultati sono in genere incoraggianti.
Dall'altra però temevamo un linfoma o addirittura un sarcoma nasofaringeo, che da noi è molto frequente come tumore opportunistico nei sieropositivi.
Dopo la biopsia, i colleghi del progetto DREAM avevano prescritto la terapia antiretrovirale per la nostra paziente.
Siccome i tempi di attesa per il risultato della biopsia (che mandiamo a Nairobi) sono di circa tre settimane, avevamo deciso di mandarle a casa la donna, con il progetto di chiamarla nuovamente non appena avessimo ricevuto il risultato dell'istologico.
Ieri sera alle 22 però, mentre concludevo la controvisita serale, me la sono ritrovata in ambulatorio: era sdraiata in barella! Ricordo benissimo che era andata a casa camminando con le sue gambe.
"Come mai è sdraiata e non cammina?" ho chiesto ai parenti.
Però la paziente era lucida ed ha risposto lei alla mia domanda: "E' successo ieri. Di colpo ho perso la forza agli arti inferiori".


"Cos'altro senti?"
"Faccio fatica a deglutire e per questo non riesco ad alimentarmi. Inoltre queste masse sul collo tendono un po' a soffocarmi ed ho difficoltà a respirare".
L'ho quindi visitata e mi sono reso conto che non c'erano grosse novità cliniche rispetto al giorno della dimissione, a parte una paralisi flaccida agli arti inferiori che prima non c'era. Mi
aspettavo mughetto orale, ma la mucosa era libera: probabilmente la disfagia era totalmente dovuta alla compressione causata da quei linfonodi paurosamente ingrossati.
Ho quindi impostato una terapia, includendo anche del cortisone in vena, sia a scopo antiedemigeno e sia anche nella condiderazione che la donna potesse aver sviluppato una sindrome paraneoplastica, tipo Guillain-Barré.
Ho prenotato una visita di controllo da parte dei coleghi di DREAM per il giorno seguente, allo scopo di valutare i protocolli di terapia antiretrovirale precedentemente instaurati ed i loro possibili effetti collaterali.
Erano quasi le 23 quando l'ho lasciata agli infermieri della notte e sono andato a riposare.
Stamattina la giornata è cominciata in modo caotico come sempre: bisognava preparare le biopsie da mandare a Nairobi ed organizzare la lista dello "shopping" a Meru per il nostro autista. C'era anche un prelievo ecoguidato di liquido ascitico per citologico, da eseguire
prima che la vettura partisse per Meru.
Finiti questi lavori mattutini, già ero stato chiamato in sala per il primo intervento.
La chirurgia ed i vari pazienti ambulatoriali e ricoverati in reparto mi hanno poi assorbito così tanto che mi sono del tutto dimenticato della mia paziente sieropositiva.
Erano le 17.30 quando, finito di suturare un paziente maciullato a colpi di panga, mi sono ricordato di lei.
Volevo sapere se era stato cambiato qualcosa della mia terapia di emergenza da me instaurata di notte, se i colleghi di DREAM avessero modificato qualcosa dei farmaci antiretrovirali, considerata la paraplegia di insorgenza acuta; se per caso il cortisone avesse fatto il miracolo e la paziente fosse ora in grado di muovere le gambe e di deglutire meglio.
Mi sono diretto speditamente da Martina nel reparto donne e le ho chiesto della donna. La mia mente non poteva essere più impreparata alla risposta che ho ricevuto: "E' morta!"
Sono rimasto di sasso e non ho saputo cosa dire. Sono letteralmente rimasto senza parole.
Già speravo che l'istologico ci avrebbe indirizzati verso una tubercolosi e che avremmo potuto far sparire quei linfonodi con la terapia medica; mi auguravo che il cortisone avrebbe fatto camminare nuovamente quella giovane donna. D'altra parte, con la terapia antiretrovirale, ho visto tanta gente rinascere a nuova vita.
Invece lei è andata in Paradiso dopo pochissime ore di ricovero.
Si dice spesso sui libri che ormai l'AIDS è una malattia cronica e non più mortale; si afferma che normalmente i pazienti sieropositivi in terapia hanno sopravvivenze così lunghe che alla fine muoiono per altre cause, e non per l'infezione virale.
Ma a Chaaria ne vediamo morire ancora tanti di AIDS!
In genere sono giovani e consumati dalla malattia...e sempre ti toccano profondamente.

Fr Beppe


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