Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 1 novembre 2015

Con il tuo agocannula in mano

Normalmente te lo portano quando e’ gia’ stato bucato da tutte le parti.
Tu sei l’ultima spiaggia, e lo sai.
Questo non aiuta, perche’ aumenta la tensione emotiva e la percentuale di errore.
Il bimbo e’ quasi sempre gravissimo, o per una malaria estrema, o per una anemia paurosa.
Sei ben conscio del fatto che i farmaci o la trasfusione sono gia’ tutti pronti, ma non potranno essere utili al piccolo, se tu fallisci.
Sistemi il bimbo sulla barella, con la sua testa verso di te. 
Ti siedi e ti concentri, come un pugile al proprio angolo del ring prima che inizi l’incontro.
Le condizioni sono di norma gravissime ed il respiro quasi sempre e’ pauroso.
Pieghi la testa del tuo paziente su un lato, e gli fai estendere un po’ il collo.
A questo punto te la vedi davanti: danza sotto i tuoi occhi beffarda, al ritmo del battito cardiaco impazzito del povero piccolo morente. La scorgi chiaramente solo quando il malato espira o tenta di piangere; mentre sparisce minacciosamente quando c’e’ l’inspirazione.
Sei pronto con il tuo ago cannula tra le dita, e spii il momento giusto per affondarlo, come un cecchino appostato e pronto a sparare.
Devi riuscire a bucarla, in quelle frazioni di secondo in cui e’ visibile. E’ un fatto di concentrazione e di riflessi… ed e’ spesso anche una lotta contro il tempo. Quando hai infilato la cannula, e vedi un po’ di sangue risalire in essa estraendo il mandrino, allora hai la percezione che forse salverai la vita del malcapitato. Ti affretti a mettere cerotti per non perdere il traguardo raggiunto.


Ma se la vena gonfia, sei ben cosciente del fatto che hai un’altra “pallottola” soltanto… perche’ le giugulari sono solo due, e per noi esse sono davvero l’ultima spiaggia.
Ripeti l’operazione, normalmente in modo piu’ nervoso, dall’altro lato del collo… ed ancora speri di riuscirci velocemente… se no, lo sai che il bambino morira’ per causa tua. La mamma poi e’ in piedi vicino a te. Si contorce di dolore ogni volta che buchi la sua creatura, come se la cannula entrasse direttamente nel suo cuore. Spesso puo’ anche svenire!
E tutto questo e’ sulle tue spalle: la vita del piccolo e’ appesa ad una vena, o forse meglio… e’ appesa ad un ago… e questo ago in mano ce l’hai tu.

Fr Beppe


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