Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 3 dicembre 2015

Emergenze


Sono le 22 e sta piovendo a dirotto.
Le strade devono essere tremende ed impassabili.
Gli operati di oggi vanno bene e la maternità al momento è calma.
Forse è meglio approfittarne ed andare a letto un po’ presto, visto che ieri l’ultimo cesareo è finito dopo mezzanotte.
Mi congedo da Giancarlo, ma, proprio mentre stiamo per andare a dormire, arriva la chiamata che più temiamo nella stagione delle piogge: “Pronto. Qui è la maternità di Kaongo. Abbiamo una emorragia antepartum, con distress fetale”.
Vedo un velo di disperazione nello sguardo del mio confratello prima che egli risponda: “le strade sono pessime. Non so neppure se riuscirò ad arrivarci con l’ambulanza!”
Ci guardiamo un attimo, ma entrambi sappiamo che non si può rifiutare di andare a soccorrere un caso del genere. 
Il problema è che piove tantissimo, e davveno non conosciamo le condizioni delle strade.
Comunque Giancarlo parte, insieme ad un infermiere della notte, mentre io resto di guardia e faccio preparare la sala.
Per Giancarlo è un viaggio da incubo. Quattordici chilometri ci separano da quella struttura e le condizioni di viabilità sono tremende: matatu impantanati in mezzo alla strada a Kaguma, un camion messo di traverso poco distante da Kaongo. 


In discesa l’ambulanza che va da sola, completamente senza controllo, anche con la prima marcia inserita e con il freno a mano tirato; in salita, uno slittare inefficiente delle ruote, che, invece di portare avanti il veicolo, scavano buche sempre più profonde.
Con l’aiuto della Provvidenza comunque, in qualche modo Giancarlo arriva a Kaongo, carica la donna ed riesce a far ritorno a Chaaria per le 23.30.
La donna è infangata e sporca di sangue.
Prima di correre in sala decido di confermare l’età gestazionale del bimbo: quella pancia mi sembrava infatti troppo piccola per essere una gravidanza a termine.
Faccio l’ecografia che in effetti mi indica un travaglio pretermine a 33 settimane. Il feto è vivo ed il battito è buono. 
Sto ancora osservando gli ultimi particolari con la sonda sulla pancia della donna, quando arrivano due potenti contrazioni: si rompono le acque ed in un battibaleno compare la testa del bambino.
Tutti si agitano e prepariamo l’occorente per il parto nel mio studio.
La femminuccia nasce in pochi minuti, e nonostante il peso corporeo apparentemente al di sotto dei due chilogrammi, piange forte e dimostra di aver voglia di vivere.
L’infermiere che era con Giancarlo in ambulanza flemmaticamente dice che la donna ha potuto partorire così in fretta grazie ai tremendi scossoni della strada. 
Io e Giancarlo siamo contenti sia per essere andati a prendere questa mamma (ed essere tornati sani e salvi), sia per il fatto che lei e la sua bambina stanno bene, e sia anche perchè, non dovendo fare il cesareo, andiamo a letto un po’ prima.
Anche oggi comunque la mezzanotte è passata da un po’.

Fr Beppe


Nessun commento:


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


Guarda il video....