Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

lunedì 18 gennaio 2016

Amina

Dice di avere 13 anni, ma il suo corpo maturo non corrobora la sua affermazione.
Forse non è mai andata a scuola e non conosce la sua vera età.
Secondo me di anni ne ha circa 16 o 17.
E’ una bella ragazza minuta e non troppo alta.
Proviene dal Nord, e questo aumenta le difficoltà per noi, in quanto la comunicazione è praticamente impossibile senza l’intervento di un interprete.
Le donne che l’accompagnano parlano solo il Rendille come lei, e bisogna ricorrere ad un uomo che invece conosce il Kiswahili
Il suo pancione enorme la rende in qualche modo goffa e sproporzionata. Le sue gambe sono gonfie ed il respiro difficoltoso.
Amina è mansueta e come rassegnata: sembra un agnellino condotto al macello.
Non parla e guarda tutti di sottecchio, cercando di mantenere sempre lo sguardo basso, come probabilmente è d’obbligo nella sua cultura tribale.
Il personale di sala parto mi richiede un’ecografia per escludere una gravidanza gemellare, ma il traduttore, che non è neppure suo marito, comincia a darmi problemi. Mi dice che, siccome io sono un uomo, devo far fare l’esame da una dottoressa: oggi però è domenica, e la dottoressa non c’è.
Alterchiamo un po’ ed alla fine riesco a convincerlo. Faccio l’eco e confermo quanto già le ostetriche sospettavano.


Amina ha due gemelli, entrambi in posizione cefalica, e questa è la ragione del pancione veramente sproporzionato.
E’ una primipara e bisognerebbe fare un cesareo per essere sicuri che non ci siano complicazioni, ma l’uomo è irremovibile: nella loro cultura il parte deve essere naturale. Punto e basta!
Amina è minorenne e non può firmare per l’intervento; inoltre, neppure riesco a spiegarle la situazione perchè non conosco la loro lingua.
Lei ci guarda di tanto in tanto con occhi sofferenti: evidentemente ha contrazioni e sta soffrendo in silenzio, sapendo comunque che a lei non spetta alcuna decisione riguardo al suo corpo, alla sua salute ed a quella dei nascituri.
Non ci sono alternative al parto naturale... non posso oppormi alla decisione del parente!
La seguiremo con attenzione con il poco personale che abbiamo alla domenica.
Fortunatamente oggi c’è Eunice che è davvero brava nella gestione del travaglio.
Amina sopporta il suo dolore, nel consueto silenzio delle donne del Nord, dal mattino presto fin verso le 21, quando nasce il primo gemellino...il parto fila liscio e senza grossi problemi.
Comunichiamo a gesti in quanto il traduttore non è in sala parto con noi. Amina pare anestetizzata e non dà segni di particolare eccitazione alla vista del suo primogenito: lo so che è estremamente felice, ma nella sua cultura non è autorizzata ad esprimere esternamente i suoi sentimenti, per questo non me ne stupisco affatto.
Dopo il primo parto però le contrazioni passano del tutto.
Amina è sfinita e tende ad assopirsi. La visitiamo dopo due ore: non ci sono doglie ed il secondo gemello sembra non voler uscire: la testa rimane molto alta nel canale del parto.
E’ una decisione difficile e non priva di rischi, ma non vedo altra soluzione: induco le contrazioni con dell’ossitocina a dose piena ed in 45 minuti nasce anche il secondo fratellino. Anche lui piange vigorosamente e fa la pipì mentre tagliamo il cordone ombelicale.
Siamo molto stanche perchè è notte fonda; siamo però molto sollevati perchè è andato tutto bene, anche se i rischi non sono stati pochi.
Siamo anche riusciti a non offendere la cultura Rendille da cui la paziente proviene. Ogni volta che sia possibile, cerco infatti di non offendere le tradizioni locali dei nostri clienti. E’ un dovere centrale del missionario, quando ciò non crea problemi e rischi alla salute del paziente.
Ora la nostra giovanissima paziente è mamma di due bellissime creature.

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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