Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 2 febbraio 2016

L'altra faccia della medaglia

Ieri riflettevo sul nostro quotidiano impegno per la vita e sul fatto che l'ostetricia è in sè entusiasmante, gratificante ed anche un'esperienza spirituale di partecipazione all'opera creatrice di Dio.
Quante volte però il nostro sforzo per promuovere la vita incontra quell'insuccesso e quel fallimento estremo che è la morte!
Visitare un bambino con febbre altissima e convulsioni; impostare tutte le terapie che conosci e che hai a disposizione; vedere la faccia della mamma che certamente spera da te la guarigione, anche se a stento trattiene le lacrime, mentre ti esprime i sintomi e la situazione clinica del figlioletto...e poi venire a sapere da altri membri dello staff che quel bimbo è andato in Paradiso e che la mamma disperata ha deciso di non rimanere un minuto in più in ospedale e si è fatta dimettere all'istante...eppure hai fatto tutto quello che potevi per quella creatura; gli hai dato le medicine che ritenevi efficaci, in scienza e coscienza, e lo sai che in tante altre occasioni la stessa terapia aveva fatto il miracolo ed il bambino era guarito.
Per non parlare di quando la morte avviene in sala operatoria: per mia fortuna è successo piuttosto raramente, ma devo dire che sempre è stata un'esperienza devastante, soprattutto quando ritieni di aver fatto tutto quello che si doveva, ma il malato se ne va ugualmente.


Lo stesso avviene quando un paziente muore nei giorni del post-operatorio: ecco che allora ti crogioli nei sensi di colpa. Dove ho sbagliato? Era meglio che non operassi affatto?
Ma l'angoscia della morte ti insegue non solo per giudicare le tue azioni, bensì anche le tue omissioni: ricordo un giorno in cui decisi di non operare un paziente perchè, a mio giudizio, era troppo grave per sopportare l'intervento. Ebbene, il paziente è morto poi lo stesso, ed io sono stato rimproverato dai familiare per non aver tentato: magari c'era una possibilità su cento - mi dissero - ma, non operandolo, gli hai negato anche quest'unica possibilità di sopravvivenza.
Purtroppo oggi spesso dimentichiamo che la morte fa parte della vita umana e ne è un passaggio inevitabile; la esorcizziamo e ci dimentichiamo anche che essa è uno degli esiti possibile di qualunque terapia.
La morte è un incontro inevitabile per il medico: lavorando per la vita, è giocoforza che ci siano vittorie, ed anche sconfitte. A volte vince la vita, ed a volte essa soccombe alla morte.
Spesso dico a me stesso che, se facevo il commercialista, non avrei incontrato così tante persone che muoiono nonostante tutti i miei sforzi...ma questa idea non mi aiuta a stare meno male.
Anche oggi sono a terra per un malato giovane che mi è scappato dalle mani e se n'è andato all'altro mondo, lasciandomi senza parole: non me lo aspettavo che morisse, ed onestamente mi sento sconfitto e depresso. Non so neppure che cosa dirò ai parenti!
Sinceramente comunque, non riesco proprio ad abituarmi alla realtà della morte che mi perseguita come un nemico sempre in agguato nel mio lavoro quotidiano e capace di sconfiggermi sovente.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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