Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 1 luglio 2016

Difficile dare una risposta

Oggi una persona mi ha chiesto a bruciapelo che cos'è la cosa che mi piace di più fare in ospedale.
E' stato difficile per me rispondere rapidamente perchè l'ospedale è la mia vita ed onestamente in esso mi piace un po' tutto.
Certamente in questo momento la chirurgia mi attrae molto di più che la medicina interna: sarà perchè in sala ho rapporti con meno persone; sarà perchè lo staff della sala è stupendo; sarà perchè ad operare sai bene cosa devi fare, hai delle manualità da applicare e degli schemi di azione precisi.
Forse sarà anche perchè spesso hai la percezione palpabile di aver fatto qualcosa di importante: facciamo l'esempio di un cesareo urgente per un distress fetale. Ricevi in sala una mamma esausta ed in preda al dolore e la riporti fuori dalla sala rilassata e sorridente, dopo aver accolto la nuova vita che si era portata in grembo per nove mesi.
Metti anche un addome acuto: il paziente entra con rischio di morte imminente, e poi va a casa guarito dopo una settimana dall'intervento.
La Medicina Interna è molto più complessa: spesso ci mancano gli strumenti diagnostici per capire bene cosa stia succedendo al paziente; sovente poi abbiamo di fronte situazioni complesse, con problemi multipli e talvolta insolubili. 
A differenza di quelli chirurgici spesso i pazienti medici non migliorano: le malattie infettive forse sono un'eccezione a questa regola, perchè anche in questo caso si vedono risultati eclatanti, paragonabili a quelli della chirurgia: penso ai miracoli del chinino in vena che risveglia un paziente dal coma da malaria cerebrale, alla terapia antitubercolare o anche agli antiretrovirali per l'HIV. 


Ma immaginate un cardiopatico scompensato, od un diabetico con problemi di vasculopatia periferica, o un malato con un ictus. Sei lì con le tue poche medicine e con i tuoi quattro esami mai risolutivi: vedi che le terapie non aiutano, ma non hai null'altro da fare; il paziente vuole che tu lo visiti ogni giorno, ma in cuor tuo sai di aver già sparato tutte le tue cartucce.
Onestamente la medicina interna è molto più frustrante della chirurgia...almeno a Chaaria!
Non posso poi negare che tutta la parte che riguarda la maternità mi piace da morire, anche se spesso mi porta anche a gravi crisi e problemi di coscienza, ed anche se il 90% delle chiamate notturne sono legate alla maternità.
La pediatria e la neonatologia non mi dispiacciono, ma devo essere onesto ad ammettere che sono aree che temo moltissimo: i bambini mi fanno paura perchè non si sanno esprimere, perchè non ti possono spiegare i sintomi, perchè possono cambiare le condizioni generali in modo assolutamente repentino. 
Ho visto bimbi con malaria cerebrale riprendersi in maniera miracolosa con il chinino; ma ne ho visti altri che, invece di migliorare con lo stesso farmaco, hanno sviluppato complicanze mortali in poche ore: frequente è il caso di un bambino con malaria cerebrale e diarrea, che in terza giornata di ricovero sviluppa una distensione addominale ingravescente e poi rapidamente muore. 
Se poi disperatamente tenti di aprirgli loro la pancia, ti rendi conto che non è operabile, che non era in effetti una occlusione, ma una necrosi intestinale estesa (setticemia da gram negativi?). Per non parlare delle polmoniti in pediatria: vedi dei bambini che, nonostante febbre e torace congesto, ti paiono stabili: metti loro le terapie del caso... e poi sono morti dopo due ore, e non sai perchè.
I neonati poi sono un mistero ancora più fitto e difficile da penetrare per me: faccio quello che posso, ma li temo. 
Sono fragili, esposti a tutte le complicazioni; le dosi dei farmaci e delle infusioni sono difficili da calcolare (non ci vuole nulla a causare un'overdose anche mortale); la nutrizione è complessa da gestire quando non riescono ad allattarsi. Poi sono così deboli dal punto di vista immunitario, che ti possono scappare da un momento all'altro per una sovrainfezione batterica.
E la parte più stressante della mia giornata in ospedale?
Senza dubbio l'ambulatorio in cui per ore devi ascoltare persone che ti elencano i loro sintomi e che spesso vogliono più tempo di quello che tu obiettivamente puoi dare loro.
Ma, alla fin della fiera, l'ospedale e la vita condivisa con i malati sono per me sempre un dono che mi riempie l'anima, anche quando è difficile e poco gratificante.

Fr Beppe


Nessun commento:

Guarda il video....