mercoledì 10 agosto 2016

Sono le due di notte

...e suona il telefono.
Ero così profondamente addormentato che non riuscivo neanche a raccappezzarmi dov’ero.
“Corri, la bambina di Harriet sta malissimo”
L’avevamo ricoverata verso le 19.30 per convulsioni febbrili.
Avevamo instaurato la terapia antimalarica, quella antipiretica ed una copertura antimeningitica profilattica.
Le convulsioni registrate all’ammissione in reparto erano cessate con del paracetamolo per retto che aveva abbassato la febbre di questa piccolina di sei mesi appena.
Erano le 23 quando ero andato a letto con il mio carico di ansia, in quanto avevo lasciato in sala parto una gravida che sembrava non procedere bene con il travaglio.
Non avevo però visto indicazioni immediate al cesareo elettivo ed avevo deciso di attendere e di darle tempo.
La chiamata delle due pensavo davvero che fosse collegata a quel possibile cesareo, ed invece era la bimba di Harriet che aveva ripreso con le convulsioni parziali causate da febbre altissima che non riuiscivamo a far scendere.
Harriet è una nostra infermiera, e lo so bene per esperienza quanto difficile sia assistere i colleghi: arrivato in ospedale ho visto proprio tutto il personale della notte nella sua stanza di isolamento.



Le altre donne della pediatria poi, ovviamente tutte sveglie, avevano deciso di collaborare con una preghiera intensa e molto chiassosa,dal sapore intimamente protestante: era difficile addirittura ascoltare il torace della bambina perchè la mamma piangeva inginocchiata per terra, lo staff della notte singhiozzava insieme alla madre, mentre tutte le pazienti della pediatria intonavano preghiere urlate a squarciagola che mi toglievano quel poco di concentrazione che potevo raccimolare a quell’ora della notte.
Ho prescritto comunque le mie terapie cercando di stare calmo di fronte a manifestazioni religiose che avverto lontane dalla mia sensibilità personale... e la febbre è scesa: di tanto in tanto un braccino aveva ancora delle scosse tonico-cloniche, ma il quadro convulsivo sembrava in risoluzione.
Non avendo altro da prescrivere ed avendo davvero espresso il massimo delle mie conoscenze terapeutiche, mi sono sentito autorizzato ad andare a letto, affidando la piccola a Dio ed ai farmaci a nostra disposizione.
E’ sempre difficile per me prendere sonno dopo una chiamata notturna, ma forse mi stavo quasi abbioccando quando è suonato nuovamente il telefono: mi aspettavo che fosse ancora il reparto per la solita bimba, ed invece era la missione di Gatunga.
La suora mi informava che avevano messo in ambulanza una donna che avrebbe quasi certamente avuto bisogno di un cesareo: al telefono sono stato calmo e gentile, ma mi chiedo sempre perchè telefonarmi due ore prima dell’arrivo dell’ambulanza...tanto, tutti lo sanno che la nostra sala è sempre pronta per le emergenze. Se non mi avessero chiamato adesso per poi richiamarmi ancora all’arrivo a Chaaria, forse ora avrei preso sonno per almeno due ore!
Ho stentato molto ad addormentarmi ed ho girato tanto nel letto.
Ero ancora sveglio con gli occhi sbarrati al soffitto quando il telefono è suonato ancora: stavolta era davvero la pediatria: “la bimba di Harriet è in gasping...corri subito...non respira più”.
Come uno zombi mi sono rivestito e sono ritornato in ospedale; tutti urlavano che la piccola pareva non respirare più.
Io mi sono preparato al peggio ma ho voluto ascoltare il cuoricino con lo stetoscopio: il cuore batteva regolare ed il respiro, pur superficiale, era assolutamente regolare. Probabilmente si era trattato di una apnea post crisi, ed ora la respirazione riprendeva, seppur alcune convulsioni continuassero ad animare il braccio destro della paziente. E’ ovvio che lo staff è emotivamente scosso e per questo privo di autocontrollo e di senso critico nelle decisioni cliniche.
La glicemia era normale, la malaria positiva, mentre gli elettroliti dimostravano ipopotassiemia.
La terapia antimalarica già l’avevamo instaurata, ma ho aggiunto del potassio endovena, considerando che uno squilibrio elettrolitico possa essere in sè causa di convulsioni.
Alle 5 poi è arrivata finalmente la mamma di Gatunga che io ovviamente dovevo visitare: naturalmente quindi sono stato nuovamente chiamato da letto, un letto sul quale comunque non avrei preso sonno affatto.
Tornando in ospedale ho visto che la bimba di Harriet continuava ad avere “twitchings” comiziali, ma nel frattempo si era persa la vena.
Non sarei stato in grado di provarci ed ho deciso di svegliare Jesse che è bravissimo in questo lavoro: infatti la vena gliel’ha ripresa in tempo di record!
In sala parto invece mi è andata decisamente bene e me la sono cavata con un forcipe e non con un cesareo: bimbo e mamma entrambi in buone condizioni dopo il parto, ed i tempi di esecuzione sono stati brevissimi.
Rprovo quindi ad andare a letto: voglio starci fino alle 8.
Il Signore capirà se non vado a pregare e se salto la Messa.
Invece ancora una volta suona il telefono quando sono circa le 7.
Stavoltà è la maternità: qulella donna che avevo lasciato in sala parto ieri sera con segni di mancata progressione del travaglio ancora non ha partorito. Non ci sono alternative e bisogna fare il cesareo.
Con una nottata così ed una giornata piena di pazienti e di interventi chirurgici, certo oggi sarà durissima!

PS: questa sera (ore 23 locali) la bimba di Harriet è molto migliorata. E’ ancora soporosa e viene alimentata con sondino nasogastrico, ma non ha più febbre nè convulsioni. Speriamo che ce la faccia!
Io non ce la faccio più e spero davvero che stanotte non mi chiamino.


Fr Beppe


1 commento:

Pietro Rolandi ha detto...

POVERO BEPPE, CHE NOTTE! AUGURI ALLA PICCOLA. PS HO CLICCATO POCO INTERESSANTE OVVIAMENTE X SBAGLIO


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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