Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

giovedì 13 ottobre 2016

Altro disastro

Ann ha vent'anni e fortunatamente ha un figlio che è nato con cesareo eseguito in un altro ospedale a metà del mese scorso.
Purtroppo però lei non ha mai smesso di sanguinare dopo l'operazione, ed oggi è arrivata da noi con una emoglobina di quattro grammi.
L'ecografia ha dimostrato la presenza di emoperitoneo e di una grossa massa nell'annesso di destra.
Forti delle brutte esperienze di questi ultimi giorni, abbiamo deciso di correre in sala operatoria senza alcun ritardo: fortunatamente una sacca del suo gruppo ce l'avevamo ed abbiamo iniziato subito a trasfondere!!!
Sia io che Vera pensavamo ad una deiscenza della sutura chirurgica da cesareo, ma non ci aspettavamo un distastro come quello che abbiamo trovato.
Considerando l'età della paziente ed il fatto che aveva un figlio solo, con tutte le forze ho sperato di poter suturare quell'utero malconcio.
Ci ho davvero provato, ma i tessuti erano macilenti e cedevano sotto ogni punto che tentavo di dare.
La sutura non teneva affatto ed anzi peggiorava l'emorragia, strappando ripetutamente i tessuti. E' risultato sempre più chiaro che suturando, io stavo rendendo la situazione peggiore di quella che avevamo trovato.
Siccome poi l'emorragia continuava, le condizioni fisiche della donna stavano rapidamente deteriorandosi.
Avevamo ormai una pressione massima di 75 mmHg!
E' stata Vera a dirlo per prima. Io ho resistito un po' all'idea ed ho fatto finta di non sentire. Poi però mi sono reso conto che era l'unica via percorribile.


"Ann, non posso salvarti l'utero. Se non lo tolgo in fretta e furia, morirai dissanguata!"
Ann era debole, ma l'anestesia spinale le ha permesso di rispondere: "OK, toglilo pure. Non voglio morire!"
Prima di partire con la procedura voglio la conferma del marito che è fuori della sala ed appare estremamente sconvolto.
Anche lui consente...con mia grande sorpresa.
L'isterectomia è difficile.
I rapporti anatomici sono tutti alterati.
Il grande ematoma del legamento largo di destra ha traformato quella struttura in una grande cavità necrotica e sanguinolenta.
Non troviamo il collo e la vescica è aderente al segmento inferiore dell'utero.
Viviamo momenti di tensione in cui si teme il peggio.
Poi pian piano l'emorragia sembra ridursi e ci pare di comprendere meglio anche l'anatomia. Chiudiamo l'addome della paziente con cura e speriamo che ce la faccia.
L'ho vista poco fa e, nonostante il dolore post-operatorio, mi pare che sia stabile.
Il cesareo era stato eseguito in emergenza.
Probabilmente c'era stata una lacerazione profonda del segmento inferiore che non era stata notata: da quella breccia la paziente aveva continuato a sanguinare.
Ovviamente non accusiamo nessuno perchè l'errore umano è sempre possibile.
Non so.
La cosa che auguro ad Ann è che suo marito sia una persona dalla mente un po' aperta e che la accetti e la ami ancora anche se non potrà più dargli un altro figlio.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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