Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 2 novembre 2016

Il nord e il suo fascino

Amina portava sulle spalle un grosso zaino, avvolta in un lungo vestito nero. Si vedevano solo i suoi occhi scuri che mi fissavano attraverso la fessura del velo. Dietro di lei il marito, Mohammed, in un tradizionalissimo abito islamico. Si è tolta il chador e mi ha lasciato intravedere anche i suoi bellissimi capelli lunghi raccolti in trecce. Una donna davvero molto affascinante, con tratti aggraziati come tutte le donne di origine nilo-camitica. Alta, slanciata, con stupende decorazioni marroni dipinte sulle mani e sui piedi. Il marito mi ha detto subito: “Veniamo da Moyale. Abbiamo fatto quattro giorni di viaggio per raggiungere Chaaria. Abbiamo sentito tanto parlare del tuo ospedale e speriamo che le tue medicine ci guariranno”. Io mi sono stretto nelle spalle, impotente: “Facciamo solo del nostro meglio, il
resto lo lasciamo a Dio”. Lui ha annuito, e mi ha ricordato che Allah è grande.



Non posso non pensare che anch'io, nel 2005, feci il loro stesso viaggio. Avevo deciso di provare a ripercorrere la strada che fanno i pazienti. Zaino in spalla, con un po’ di paura nel cuore, mi feci accompagnare fino a Isiolo alla famosa sbarra dove molti credono ci sia il confine tra il Kenya e la Somalia. Era pomeriggio inoltrato quando salutai Kabithi e mi ritrovai solo a discutere con i camionisti il prezzo di un passaggio sul loro autotreno, fino a Moyale, al confine con l’Etiopia. Dopo lunghissime trattative trovai un uomo che mi avrebbe portato solo fino a Marsabit. Dopo avrei dovuto chiedere di nuovo. Non mi mise nel cassone con le mucche, come invece fece con decine di altri passeggeri. Mi stipò nella cabina di guida con la sua famiglia: moglie e due figli piccoli che si contendevano il seno della donna. C’era un nauseante odore di latte cagliato, le urla stridenti dei due neonati e in sottofondo una radio che suonava ritmi arabeschi, probabilmente canti religiosi. Abdi, il conducente, era molto gentile e mi offrì una branda per stare più comodo, ma la cedetti alla donna e
ai piccoli.
Dopo Isiolo il panorama cambia rapidamente, diventa sempre più secco e stepposo. I colori del tramonto esaltano la bellezza selvaggia di queste terre. Andando verso nord, su una strada sterrata e corrugata, prima mandrie di mucche, poi pecore e cammelli. Per un tratto si costeggia anche lo splendido Samburu Park. Quando scoppia la maestosa luce rossa del tramonto è tutto piatto, secco. Ci sono solo arbusti e ogni tanto qualche cactus. Per strada vidi uomini variopinti, al seguito delle loro mandrie. Indossavano collane e bracciali fatti di meravigliose perline colorate e rame. E l’immancabile lancia, che portavano con grande orgoglio. Da lontano vidi diversi animali selvaggi: bufali, zebre, babbuini e antilopi, giraffe. Lì, uomini, animali e natura dipingono un quadro di una bellezza inimitabile. Ma addentrarsi in quelle zone senza scorta può essere rischioso, i banditi pronti ad assaltare e rubare sono all'ordine del giorno. Il nostro camion procedeva lentissimo lungo la Pan African Highway, la
famosa superstrada che collega le due estremità dell’Africa, una specie di Transamazzonica del Continente nero, che, con le sue migliaia di chilometri di paesaggi così diversi, è l’unica strada di collegamento tra il Sudafrica e l’Egitto. La percorremmo nei cinquecento chilometri non ancora asfaltati, in questa splendida regione del Kenya dove il tempo sembra essersi fermato, e dove le popolazioni nomadi – Samburu, Borana, Rendille, Turkana – sono ancora fortemente legate ad antiche tradizioni.
Arrivammo a Marsabit verso le quattro del mattino. Un caldo soffocante, anche se la città si trova in una sorta di oasi verde che si è creata lungo i millenni in un cratere di vulcano spento. Le sue pendici sono tappezzate da una splendida foresta tropicale. Ricordo che rimasi abbagliato dalla bellezza delle moschee, piene di uomini in abito e zucchetto bianco, rannicchiati sul tappeto che ricopre il pavimento nel classico atteggiamento della preghiera islamica. Ancora una volta i musulmani mi diedero una bella lezione di fedeltà al dovere religioso della preghiera. Quanti di noi cristiani sarebbero in chiesa alle quattro del mattino?
Nel caotico mercato del bestiame c’era così tanta gente che non sembrava neppure fosse ancora notte fonda. Non capivo nulla, quasi mi perdetti. Tutti mi parlavano in borana, mi strattonavano, mi chiedevano se avevo bisogno di un taxi, mi chiamavano ripetutamente “my friend”. Ero frastornato e stanco. Il mio camionista per fortuna non mi aveva abbandonato. Mi trascinò verso una Land Rover scassata e straripante di gente e mi trovò un posto vicino al conducente: “Muzungu anaenda Moyale” (“L’uomo bianco va a Moyale”), disse all’autista, che in un inglese stentato mi rassicurò con un “no problem, sir”.
Ripartimmo. Su per la collina, tra gli alberi, per uscire dalla stupenda oasi-vulcano di Marsabit e puntare verso nord. Subito dopo l’alba il solleone diventò rovente, e io più che la fame sentivo i morsi della sete. Raggiungemmo Moyale il pomeriggio tardi. Ero pieno di polvere, stanco morto per il viaggio, ma davvero entusiasta. Prima di salutarci l’autista mi volle fare ancora un favore. Senza chiedermi un soldo di più mi portò giù, vicino a un torrente: “Lo puoi attraversare a piedi. Di là c'è l'Etiopia. Così potrai dire ai tuoi amici che sei stato all’estero”. Lo ringraziai. C’erano un sacco di persone che lo facevano, sia in un senso che nell’altro, ma io non avevo dietro il passaporto, preferii non rischiare. In Etiopia ci andai con lo sguardo. Scrutai la steppa enorme e le montagne, così eleganti, così sontuose, in mezzo a una leggera nebbia all’orizzonte.
A quel punto dovetti cercare un posto per dormire e qualcosa da mettere sotto i denti. Pensai di andare all’ospedale, lì c'era un infermiere che conoscevo, e poi la mattina dopo mi sarei rimesso a contrattare il prezzo per un camion che mi riportasse a Isiolo.
Un viaggio terribile... Una fatica immane. E pensare che non ero malato e avevo fatto tutto il viaggio seduto. È incredibile pensare che ci sia gente che arriva a Chaaria partendo da qui, magari nel cassone di un autotreno. Non so perché lo fanno. Ora però so quanto gli costa raggiungerci, in tutti i sensi.
Ho riguardato in faccia Amina e Mohammed, che hanno atteso pazientemente che mi riprendessi da questa distrazione potente. Devo cercare in tutti i modi di dare loro il massimo. Si meritano tutte le mie attenzioni.


Fr Beppe

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