Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

sabato 17 dicembre 2016

Anche oggi abbiamo lottato

Sabato campale.
Situazione impossibile ovunque.
La maternità rimane totalmente al collasso.
Anche oggi ci sono stati parti a ripetizione e spesso ci siamo trovati a non avere lettini per far partorire le nostre mamme.
Siamo quindi ricorsi alle barelle dei nostri corridoi.
Anche in reparto ormai usiamo le barelle come letti di fortuna.
I cesarei sono stati tantissimi ed hanno ovviamente stravolto la nostra fitta lista operatoria, che ancora una volta non siamo riusciti a finire.
Di tutti questi cesarei ne ricordo uno in particolare: mamma mandata a Chaaria da una struttura governativa per sospetto di presentazione trasversa.
All’ecografia confermo questa situazione ed in più vedo pure una placenta previa.
Sono io l’anestesista in sala perchè Jesse è impegnato dall’altra parte con un enorme taglio sul cranio e sta lottando con Apophie per fermare l’impressionante emorragia che rischia di ammazzare il paziente.
La spinale non mi dà problemi...ne faccio così tante da quando Mbabu è in ferie che sono diventato un esperto; ma le difficoltà iniziano poco dopo con un importante sanguinamento causato dalla placenta previa, non appena ho aperto l’utero.


Poi sono venuti momenti di puro terrore: il bimbo era davvero trasverso, ma io non riuscivo a fare la versione interna...dalla breccia operatoria usciva sempre e solo la mano, ed io non riuscivo a girarlo in una posizione favorevole per uscire.
I secondi passavano, ma a me parevano ore.
Provavo a girarlo in posizione podalica e non ci riuscivo...non trovavo i piedini; cercavo allora la testa e non la trovavo.
Temevo anche di creare una grossa lacerazione uterina con la mia mano che gli rovistava dentro, ed avevo una paura tremenda di una possibile emorragia dall’arteria uterina.
Mi tremavano le gambe, ma poi sono riuscito ad afferrare la testolina e pian piano ho messo il feto in posizione verticale.
L’ho quindi estratto con presentazione cefalica, ma lui non piangeva...forse ci avevo messo troppo! L’infermiera di sala ha fatto del suo meglio per la rianimazione: aspirazione delle secrezioni, massaggio cardiaco, ambu per la ventilazione, farmaci a go go.
Fortunatamente l’utero non era male.
Nonostante le manovre poco ortodosse per estrarre il piccolo, non avevo causato lacerazioni.
Ho suturato senza grossi problemi, ma la mia mente era continuamente rivolta alla culla termica. Vedevo gente agitarsi attorno ad essa, aspiratori accesi; sentivo sculacciare il neonato ma non udivo quello che avrei desiderato con tutte le forze.
Sono passati cinque eterni minuti, e già avevo richiuso la breccia uterina con un minimo di depressione in cuore, quando finalmente ho sentito l’atteso, forte strillo del nuovo venuto.
Meno male!
Cesareo davvero ansiogeno, ma fortunatamente madre e bambino sono entrambi in ottime condizioni.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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