Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 12 dicembre 2016

Decisioni difficili

Siamo in sala parto dopo le 21.30.
I tre lettini sono occupati.
In quello di mezzo vedo la donna che avevo lasciato alle 19.30 con la speranza che partorisse: la trovo nella stessa situazione; la cervice non si è dilatata ed il liquido amniotico è ora diventato meconiale.
Vorrei dire di prepararla per il cesareo, ma mi rendo conto che è praticamente impossibile: Giulia sta conducendo un parto su un'altra barella e Carol sta invece riparando un'episiotomia di un'altra mamma.
Il neonato del parto di Giulia però non respira.
Vengo chiamato per la rianimazione: facciamo adrenalina ed aminofillina; ventiliamo con ambu; pratichiamo massaggio cardiaco.
L'attività cardiaca c'è, ma quella respiratoria rimane persistentemente assente. Non basta l'ambu e neppure l'ossigeno. Il bambino non si riprende: non un gasping, non un minimo atto repiratorio.
Rianimo sul lettino termico.
Ho tra le mani quel neonato che in cuor mio riengoo già morto, anche se non ho il coraggio di smettere.


Al suo fianco ho invece il bimbo nato poco prima con Carol: quest'ultimo è roseo ed in perfetta salute.
Ignaramente, nei suoi primi movimenti in questo mondo, spesso tocca la manina del bimbo che invece non ce la farà.
Alle mie spalle la sua mamma guarda preoccupata quello che stiamo facendo. Forse già si aspetta la brutta notizia.
Intanto arrivano Josphine e Kinanu a dirmi che la sala è pronta per il cesareo.
Sono passati vari minuti dal parto: i farmaci e le manovre rianimative non hanno sortito alcun effetto sul bambino. Un'altra donna aspetta il mio aiuto in sala per non perdere anche lei il suo piccolo.
Che cosa devo fare?
Per quanto tempo devo continuare a pompare con l'ambu, anche se non ha mai dato il minimo segno di attività respiratoria spontanea?
Guardo il colore dei due bimbi di fronte a me: l'uno è roseo e vitale; l'altro ha il color della terra ed è totalmente flaccido e senza alcun segno di voler respirare e vivere.
Prendo la mia decisione: sicuramente in Italia sarebbe stato portato in rianimazione perchè l'attività cardiaca ancora c'è; lo avrebbero attaccato ad un ventilatore e forse sarebbe migliorato...ma qui la terapia intensiva non c'è.
Con il cuore pesante interrompo la rianimazione e mi avvio a far la spinale alla donna del cesareo.
Queste sono le decisioni che più mi pesano!
Sono ora le 23.30: mamma e bambino stanno bene dopo il cesareo.
L'altro bimbo che ho lasciato per un po' alle cure rianimative di Carol è ora definitivamente deceduto.
Vado a letto con il cuore triste.

Fr Beppe

PS: Meno male che i muratori non scioperano e siamo ora alle lamiere ondulate del tetto. Grazie ai nostri donatori ed all' Associazione Volontari Missioni Cottolengo.



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