Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 26 marzo 2017

Mai mi abituerò alla morte in sala

Bisognava fare qualcosa per tentare di salvarle la vita.
Le sue condizioni erano pessime.
Diabete scompensato che le aveva causato una osteomielite del piede sinistro con gangrena umida e puzzolente ormai fino al ginocchio.
Febbre e stato settico; insufficienza renale cronica, probabilmente legata al diabete.
L’unica speranza di sopravvivenza stava nell’amputazione: ne avevamo parlato a lungo nel tanfo quasi insopportabile che circondava il suo letto. Dapprima non voleva, e si era poi convinta dopo vari giorni di ripensamenti e solo al vedere quell’arto putrefarsi sotto i suoi occhi.
Eravamo entrati in sala pieni di speranza: la glicemia era controllata dall’insulina, l’emoglobina era al di sopra dei 10 grammi; la creatinina purtroppo era 2... ma dovevamo agire comunque, prima che uno shock settico si portasse via la nostra malata.
Io e Makena eravamo già “lavati”, in attesa che l’anestesista facesse la spinale. Nessuno avrebbe potuto prevedere quanto sarebbe successo di lì a breve.
Infatti, non appena l’operanda era stata messa in posizione orizzontale, si è verificato un calo pressorio importante e l’arresto respiratorio.


Siamo quindi accorsi tutti in aiuto del nostro anestesista per la rianimazione: respirazione meccanica con ambu, adrenalina in vena per “riprendere la pressione”, liquindi a go-go, ma le condizioni sono peggiorate continuamente.
La glicemia continuava ad essere normale, e non eravamo quindi di fronte ad una crisi ipoglicemica.
Il respiro però non ha mai ripreso: la saturazione d’ossigeno è rimasta abbastanza alta per quasi un’ora, grazie soltanto alla bombola di ossigeno ed alle manovre di respirazione meccanica. Il battito cardiaco per un po’ ha risposto all’adrenalina, ma poi sul monitor vedevamo frequenze cardiache sempre più basse, fino al momento che tutti temevamo: la traccia ECG era diventata piatta.
Perchè abbiamo perso questa paziente in sala? La spinale era bassa e non c’era overdose!
Sarà stato dovuto alla setticemia da cui certamente era affetta la malata? Sarà partito un embolo nel momento in cui l’abbiamo mobilizzata dal letto alla barella?
Vederla morire lentamente e non poter far nulla per salvarla è stato terribile!
Osservare ed ascoltare quel monitor che implacabilmente ci mostrava lo spegnarsi graduale di quella vita che volevamo salvare mi ha riempito il cuore di angoscia.
Certo, se non avessimo pensato all’amputazione, la malata sarebbe comunque morta in pochissimi giorni a causa della sepsi e della gangrena.
Vederla morire così però è davvero terribile, parlarle poco prima, e poi rendersi conto che di colpo ha smesso di respirare è una cosa di cui non ti dai pace.
Non è la prima volta che mi capita purtroppo, e tutte le volte mi sento svuotato e distrutto.

fr Beppe


Nessun commento:

Guarda il video....