venerdì 9 gennaio 2009

Come la pupilla dell'occhio

Anche oggi il piccolo bungalov che di solito serve per l’ambulatorio HIV e’ molto popolato. Si vedono persone giovani e anziane che soggiornano nella piccola veranda e chiacchierano tranquillamente. Aspettano il DAGITARI, e sono fiduciosi del AmbulatorioHIV.jpgsuo arrivo: si raccontano storie piu’ o meno prevedibili circa i loro problemi di salute.
Ed infatti eccolo che appare, sempre sorridente, con la sua valigetta quasi magica, colma di strumenti strani.
E’ Joseph, il nostro ottico che regolarmente viene a Chaaria per l’ambulatorio oculistico. Arriva carico degli occhiali che ha preparato durante il mese passato. Con lui ha gli stumenti del mestiere. Altre apparecchiature le trova gia’ predisposte nella sua stanzetta. Ci sono stati regalati infatti dall’Istituto Galvani di Reggio Emilia.
La prima domanda di Joseph e’ sempre la stessa: “c’e’ qualcosa dall’Italia?”, ed oggi con gioia posso dirgli di si’: quattro paia di occhiali che il nostro Superiore ci ha appena consegnato. Sono stati confezionati con amore dagli studenti di quella scuola emiliana, i quali vogliono cosi’ unire la solidarieta’ al loro bisogno di imparare. Invece di costruire prototipi che poi non servono a nessuno, essi ci preparano occhiali veri per i poveri che non possono pagarseli.
Infatti anche la montatura piu’ semplice qui costa sui 2000 scellini, una cifra che per qualcuno rappresenta i ¾ dello stipendio.
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Joseph al lavoro


Oggi Joseph e’ contento: ha visitato 36 pazienti, di cui 6 in regime di ricovero. Questi ultimi sono quasi sempre malati con diabete in stadio avanzato, che ha gia’ creato problemi alla retina.
I clienti esterni invece presentano vari tipi di patologie che possono essere corrette dall’uso di una lente: miopia, astigmatismo, spesso cataratta. Non mancano poi i casi di malattie piu’ propriamente tropicali, come per esempio il tracoma.
Ci sono anche moltissimi pazienti con cataratta. Noi a Chaaria non possiamo operare tale condizione, ma a Meru c’e’ una ONG chiamata SPARK, che invita degli specialisti e quindi ci offre anche questo servizio.
Joseph e’ ora pronto a tornare a Embu (che dista da noi quasi 150 chilometri): viene a Chaaria una volta al mese, normalmente il primo venerdi’. Ormai la gente lo sa e si adatta a queste date fisse. Anche io rimando al giorno prestabilito quasi tutte le patologia oculistiche in cui mi sento molto poco preparato.
Sono le ore 15: per le 18 potra’ essere a casa a riabbracciare la moglie e la figlia primogenita.

Ciao Beppe

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Il Progetto "Occhiali per l'Africa" che lega il settore Ottici dell'IPSIA Galvani di Reggio Emilia all' Ospedale di Chaaria è un segno che mostra come lo spirito di solidarietà, che è essenzialmente carità, oltre ad aiutare persone che si trovano in grave necessità ha la capacità di rendere più facilmente raggiungibili obiettivi importanti sul piano della formazione integrale dei giovani, quali la motivazione allo studio, la concentrazione nella realizzazione delle attività laboratoriali, la percezione del valore della propria esperienza scolastica e del proprio futuro lavoro, la connessione tra scuola e vita, l'autostima nell'avvertenza di essere parte attiva di una collaborazione tra grandi Istituzioni, la gestione ottimale delle risorse altrimenti sottoutilizzate, la cittadinanza attiva. E' cioè confermato che nella solidarietà tutti i soggetti coinvolti sono arricchiti, come è arricchita la società. Certo la solidarietà esige lo zelo proprio della carità! Alessandro Corsini, referente del progetto.

Anonimo ha detto...

Caro Fr. Beppe, ho appena letto il tuo articolo sul blog: è molto bello e sarà molto gratificante per i nostri ragzzi ed insegnanti. Te ne ringrazio. Mercoledì mattina quando avrò lezione con loro lo farò vedere entrando nel sito in aula multimediale. Che Dio ci accompagni sempre. Saluti. Alessandro.


Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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