Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


martedì 12 aprile 2011

Ma la notte no!...

Cosi’ canta un cantautore italiano.
Io invece dovrei cantare: “MA LA NOTTE SI’”, in quanto a Chaaria sono di guardia per sette notti alla settimana ormai da vari anni... e le guardie sono parecchio impegnative, visto che ormai di notte la nostra sala d’attesa e’ sempre gremita (siamo infatti l’unico pronto soccorso in un’area vastissima, soprattutto in direzione del Tharaka).
Le chiamate notturne sono molto pesanti, soprattutto perche’ poi di giorno non c’e’ tempo di recuperare. E’ indubbio poi che gli anni passano per tutti, ed oggigiorno le emergenze che si verificano nottetempo mi pesano molto di piu’ che dieci anni or sono.
Nell’ultima settimana le chiamate notturne sono state praticamente quotidiane... a volte anche due per notte.
Sovente si finisce il lavoro in ospedale alle ore ventitre’, e si viene chiamati nuovamente all’una. Poi magari l’altra urgenza arriva alle cinque.
In tal modo la notte e’ distrutta completamente, perche’ un’emergenza ti riempie il corpo di cosi’ tanta adrenalina, che poi riprendere sonno e’ un’impresa difficilissima che richiede tantissime ore.
Per poter riposare alla notte in un ospedale africano, bisognerebbe per assurdo chiudere la maternita’, in quanto le chiamate notturne sono per il 90% legati a tagli cesarei urgenti o a revisioni della cavita’ uterina.
L’altro 10% delle urgenze si puo’ dividere tra ferite da machete, ed altre emergenze mediche (edema polmonare, anemia gravissima che richieda gruppo e prove crociate in tempi brevi, stato di male epilettico, emergenze ipertensive o diabetiche, scompensi cardiaci, ecc).
Quando poi (come in questo momento), non ci sono volontari in ospedale, bisogna anche andare a prendere Makena a casa, perche’ mi faccia da seconda in sala operatoria... e questo prolunga i tempi in cui si e’ “fuori dal letto”.
Normalmente, per i cesarei chiamo sempre anche il dott Antonio, che segue l’operanda dopo che il sottoscritto ha praticato l’anestesia spinale...
Per i “macheti” e per le emergenze mediche, cerco invece di lasciarlo dormire e di aggiustarmi da solo.
Anche per le revisioni della cavita’ uterina riesco solitamente a cavarmela con le mie infermiere della notte, senza disturbare il sonno di Antonio e di Makena.
Quello di essere il solo medico di guardia e’ certo uno degli aspetti piu’ duri di Chaaria: andare a letto senza mai sapere con certezza se dormirai fino al mattino seguente, crea uno stato permanente di allerta che non concilia un sonno rilassato. E’ pero’ anche uno degli aspetti qualificanti della nostra attivita’ missionaria, in quanto il Cottolengo ci vuole al servizio dei malati “fino al sacrificio della vita”.
Si tratta poi di cercare quel necessario equilibrio psico-fisico per non diventare troppo nervosi il giorno seguente: bisogna trovare alle volte il tempo per un pisolino di una ventina di minuti, magari anche su una barella in ospedale o su una poltrona, per evitare di essere troppo nervosi con i malati, correndo il rischio di rovinare con la stanchezza quel servizio di carita’ per il quale stiamo sputando sangue.

Fr Beppe Gaido

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