Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


sabato 10 marzo 2012

Un "Bignami" per gli Infermieri volontari - Marialuisa Ferrando



La ragione di questo scritto e’ di darvi qualche indicazione che possa aiutarvi a comprendere meglio gli infermieri kenyoti con i quali  vi troverete ad operare.
Innanzi tutto tenete conto che in questo momento la maggior parte dei vostri colleghi africani e’ estremamente giovane: quasi tutti hanno appena terminato la scuola ed alcuni di loro addirittura sono ancora studenti. E’ quindi normale che siano molto inesperti!
Altro elemento  che necessariamente si associa alla loro giovane eta’ e’ il fatto che essi tendono a non voler rimanere a Chaaria per lungo tempo:  sovente desiderano ancora specializzarsi, oppure cercano ospedali meno rurali e meno duri di Chaaria. Cio’ comporta  il fatto che il turn over sia  altissimo, e la vita media di un infermiere nel nostro ospedale  e’ talvolta inferiore ad un anno. Questo crea disagi non da poco anche a noi, in quanto, quando hanno imparato delle cose ed hanno iniziato ad assumersi responsabilita’, poi ci lasciano… portandosi con se’ il patrimonio di esperienze che nuovamente dobbiamo cercare di trasmettere ai nuovi venuti.
Chiediamo quindi agli infermieri italiani tanta pazienza ed anche un occhio di comprensione nei confronti delle  nostre evidenti carenze nel campo del nursing.
Ci sono pero’ alcuni infermieri “storici” che con il loro patrimonio di esperienza possono essere un vero punto di riferimento anche per I volontari italiani, sia nel reparto di medicina generale, sia in quello della pediatria-maternita’.
Il punto centrale e’ il fatto che gli infermieri italiani che vengono a Chaaria per due o tre settimane si devono prima di tutto mettere in un atteggiamento di umilta’ e di collaborazione. Noi europei ci rechiamo in Kenya sostanzialmente per aiutare e per collaborare, sforzandoci innanzi tutto di essere accolti e di farci accettare. Solo quando saremo riusciti a farci conoscere ed amare, potremo tentare di insegnare delle tecniche  con la speranza che gli infermieri kenyoti accettino ed apprezzino. Chi si pone dal primo giorno in atteggiamenti ipercritici, con il pensiero che tante cose vanno cambiate nel nostro modo di lavorare, si espone al rischio di essere rifiutato dal nostro staff di Chaaria che si sentira’ poco apprezzato, erigendo quindi  dei muri di divisione e di isolamento attorno al nuovo arrivato.
Il mio consiglio e’ che prima il volontario si ponga semplicemente al loro fianco; cerchi di diventare loro amico… e poi , quando questo rapporto si cementa pian piano, saranno loro a chiedere: “ma voi questa cosa come la fate in  Italia?”
Il volontario deve poi considerare le differenze di formazione tra infermieri italiani e kenyoti: essi studiano tre anni e mezzo, piu’ o meno come in Italia. Il loro curriculum e’ pero’ molto diverso.
Ammetto che probabilmente essi sono piu’ carenti degli italiani riguardo alla formazione nursing: il prendersi cura del benessere totale del paziente, la suo igiene personale, la cura e la prevenzione dei decubiti sono sicuramente un po’ carenti nello staff di Chaaria, e quindi questa e’ un’area in cui I volontari possono certamente avere un impatto che porti ad un miglioramento. Ma ripeto che cio’ non si realizzera’ con un atteggiamento di superiorita’ e di critica nei confronti del personale africano. Il miglioramento potra’ pian piano avverarsi con tempi forse biblici o evoluzionistici, ma si compira’ in modo sostenibile e continuativo solo se i nostri infermieri saranno stati convinti pian piano da persone coerenti ed umili, che parlano poco ed invece insegnano molto con l’umile e costante esempio della vita. Fare critiche aperte o lezioni estemporanee sul modo di lavorare quasi mai ottiene un effetto positivo… anzi puo’ essere deleterio, in quanto certamente essi non daranno alcun ascolto a docenti mai conosciuti prima, che passano da Chaaria come meteore, che si pongono su un piedistallo di superiorita’ e magari danno lezioni in italiano od in un inglese a dir poco stentato. Per questo il mio consiglio agli infermieri volontari e’ il seguente:  lavorate con loro, diventate loro amici… ed aspettate che siano loro a farvi domande sul vostro modo di lavorare.
Certamente anche la sterilita’ e l’igiene sono un punto di carenza dei nostri infermieri. Pure da questo punto di vista gli infermieri italiani possono apportare grandi miglioramenti, ma lo devono fare in modo prudente, proprio come ho descritto sopra.
Vedrete mettere dei cateteri con tecniche non sterile. Se lo dovete fare voi, usate tutta la sterilita’ che e’ propria del caso… il vostro comportamento creera’ in loro delle domande, e, se il vostro modo di lavorare e’ a loro piaciuto, poi vi imiteranno. Lo stesso vale per le garze sterile, le medicazioni e via dicendo.

Desidero ora parlarvi dei tantissimi pregi e dell eccezionali qualita’ che i nostril infermieri africani hanno, e credo anche loro abbiano qualcosa da offrire agli italiani. Si tratta infatti a mio parere di uno scambio interculturale, e non di un movimento a senso unico.
Prima di tutto essi sono non solo infermieri ma anche ostetrici: sono bravissimi nella gestione del travaglio e del parto, oltre che della gravidanza con tutte le sue complicazioni. Un infermiere africano e’ preparato nella stima dell’eta’ gestazionale del feto, nella determinazione del battito cardiaco fetale, nel follow up della donna con le doglie, nel parto sia cefalico che podalico, nella pratica della episotomia e della episiorrafia. Seguono la induzione con oxitocina senza problemi.
Essi sono inoltre in grado di diagnosticare ed inviare al medico I casi di aborto incompleto, o di sospetta gravidanza extrauterina.
Sono bravissimi pure con il paziente neonatale (anche pretermine) e pediatrico: sono effettivamente incredibili  nel reperimento degli accessi venosi in bimbi a volte di appena un chilo e mezzo di peso corporeo. Anche per la rianimazione del neonate subito dopo il parto, essi sono praticamente indipendenti e non hanno quasi mai bisogno di medico o anestesista.
Essi inoltre sono in grado di fare diagnosi e di praticare molte delle terapie necessarie nella normale gestione del paziente ambulatoriale ed anche ricoverato. Soprattutto sulle patologie tropicali sono molto bravi, seguendo i protocolli nazionali: questo li rende molto indipendenti dal medico… cosa utilissima sia di giorno (quando I medici sono pochi), sia soprattutto di notte (quando il dottore e’ sempre e solo il sottoscritto).
Sono anche molto competenti nella gestione delle emergenze mediche: per esempio riescono ad affrontare una crisi asmatica in modo autonomo, e sono in grado di prendersi in carico un malato che ha tentato il suicidio con l’ingestione di pesticidi o veleni di altro tipo: tra l’altro eseguono lavande gastriche con competenza.
Sono in grado di suturare molti tagli e ferite, quando non sono coinvolti tendini od ossa: pure tale aspetto alleggerisce molto il lavoro del medico.
Altro compito che a Chaaria caratterizza l’infermiere kenyota e’ quello del triage: sia in ambulatorio, sia  in reparto questo aspetto e’ totalmente affidato all’infermiere. In ambulatorio i pazienti passano sempre dall’infermiere per la prima visita: se egli e’ in grado di gestire la patologia e di prescrivere la terapia, il paziente andra’ direttamente a prendersi i farmaci prima di andare a casa. Nei casi in cui l’infermiere decida che la patologia e’ al di la’ delle sue competenze, il malato viene inviato alla  consulenza del clinical officer o del medico. Anche in reparto l’infermiere fa il giro visita e poi segnala al clinical officer o al medico il malato piu’ difficile o grave. L’infermiere ha inoltre una grande liberta’ nella richiesta di esami di laboratorio. Egli puo’ aprire una cartella clinica ed impostare un protocollo terapeutico in attesa del medico, e puo’ anche scrivere una lettera di dimissione quando il malato e’ stabile. Normalmente e’ autonomo nella gestione del degente operato, per il quale segue i  protocolli dell’ospedale.
Altro compito che in parte differenzia l’infermiere kenyota da quello italiano e’ il fatto che ad esso e’ affidata la distribuzione dei farmaci in farmacia.
Queste brevi indicazioni possono aiutarci a capire che tra infermieri italiani e kenyoti e’ possibile e doveroso un processo di scambio e di osmosi dal quale  tutti possono trarre giovamento per il bene dei malati da noi serviti.
Nessuno e’ migliore o superiore. Si tratta di profili diversi che comunque si possono integrare ed arricchire vicendevolmente.

Fr. Beppe Gaido e Marialuisa Ferrando


Desidererei ora sottolineare alcune caratteristiche a mio avviso molto utili per tutte le persone che vorrebbero fare o hanno fatto volontariato da noi.  

1.  SENSO DI ADATTAMENTO: sappiamo tutti che un ospedale rurale in Africa non può essere ben organizzato come un moderno ospedale italiano. La struttura qui potrebbe essere paragonata ad un enorme reparto contenente 140 posti letto, divisi tra specialità molto diverse tra loro. A tutto questo si aggiunge il flusso continuo e in progressivo aumento negli ultimi tempi, di pazienti ambulatoriali. Inoltre come ho già detto, lo staff locale è molto ridotto rispetto agli standard italiani, per cui a volte non riusciamo a seguire il singolo paziente come invece si potrebbe fare in Italia. 
2.  UMILTA’ sia nel servizio che nel giudizio globale della realtà africana. Nel servizio, pur essendo molto bello che i volontari ci portino ad un continuo miglioramento, è necessario fare appello alla pazienza personale per accettare che i cambiamenti suggeriti avvengano per piccoli passi. A volte è necessaria una rivoluzione mentale per il nostro personale che è stato formato con altri criteri, soprattutto se consideriamo che un Africano non riesce per natura a cambiare le proprie abitudini da un giorno all’altro. Nel giudizio globale sull’Africa invece, credo che valga quanto ci ha detto un vecchio missionario: “Per i primi tre anni osserva e basta...se vuoi veramente tentare di capire. Dopo puoi cominciare ad esprimere qualche umile parere.” 
3.  COMPRENSIONE: noi Fratelli siamo sempre in vetrina in quanto viviamo 24 ore al giorno con i volontari. A volte è difficile per noi adattarci a personalità completamente diverse che si alternano nella nostra comunità a velocità alquanto elevata. Passiamo da persone pacate ad altre molto esuberanti; da gente che ha bisogno di solitudine ad altri che preferirebbero stare sempre in gruppo e via dicendo... Non sempre è facile passare da un chirurgo che richiede tutto il nostro sforzo per migliorare la sterilità, ad un pediatra che invece ritiene che l’ospedale si debba concentrare soprattutto sulle pappette e sulle soluzioni reidratanti. In ultimo dico che non possiamo essere sempre al meglio: a volte anche noi attraversiamo momenti difficili. 




PROBLEMI DI LINGUA (anzi, di LINGUE)
Mai come, quando si sta a Chaaria, si capisce quanto dovessero essere disperati gli abitanti di Babilonia quando il castigo Divino li privo’ della lingua comune e non poterono piu’ capirsi.
Molto ma molto piu’ in piccolo anche a Chaaria si vivono queste situazioni.
In Ospedale la maggior parte dei ricoverati non parla Inglese, ma Kiswahili (lingua nazionale) o Kimeru (la lingua locale). Ovviamente i due idiomi sono del tutto diversi tra loro e solo chi e’ stato a scuola li parla entrambi. A questo punto, per comunicare con i malati, i volontari devono ricorrere alla traduzione degli infermieri o dei clinical officer.
Ma qualcuno di loro non e’ della zona, quindi parla solo Kiswahili e non il Kimeru: il tuo traduttore deve allora cercarsi un secondo traduttore che aiuti lui o lei che sta aiutando te.
Ricordate il gioco del telefono senza fili, che si faceva da bambini, sussurrando all’orecchio del vicino qualche parola che doveva passare al successivo e cosi via: in fondo alla fila dei bimbi spesso arrivavano parole del tutto diverse o incomprensibili.
Fosse finita qui. Ogni giorno vengono ricoverate persone che arrivano dal Nord, Turkana, Rengilla, ed altre tribu’. Ognuna parla la sua lingua non conosce Inglese, Kiswahili, Kimeru, ma non conosce neanche il linguaggio della tribu’ del nord che non siano la sua. In questo periodo abbiamo diverse persone in reparto con le quali si usa solo il linguaggio dei gesti; sono pero’ un poco perplesso perche’anche i gesti non sono sempre internazionali. Anche semplicissimi messaggi tipo “bevi tanta acqua” “ alzati e non stare tanto a letto” sono difficili da trasmettere.
Ogni tanto qualche ricoverato che parlucchia un po’ di Kiswahili si offre come traduttore: immaginatevi la catena, da una persona analfabeta che parla con una semianalfabeta che traduce in una lingua che non padroneggia appieno…..noi tutti speriamo veramente che la Provvidenza non si distragga mai.
Certo sarebbe bello e romantico dire che con il  linguaggio dell’amore ci si capisce sempre, ma quando bisogna decidere su una terapia o su un intervento chirurgico, una certa sensazione  di disagio ti coglie. E’ uno dei tanti aspetti della complessita’ di Chaaria, di quella complessita’ che ti fa dire “ma perche’ sono venuto a cacciarmi in tutti questi problemi” ma ti fa concludere “ in ogni caso ci torno”.

Max Albano



Bignami Infermieri

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