Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

martedì 30 settembre 2014

Verdi colline d'Africa (Chaaria, Agosto 2002)

Il sole stava scendendo lentamente. Lo guardavo rosso sopra gli alberi mentre camminavo a passo veloce con il mio amico Francis.
Avevamo fretta di arrivare in cima alla collina per un'ultima preghiera prima di ripartire per l'Italia. Il sentiero saliva, una fresca brezza faceva ondulare le erbe della savana. Era un piacere camminare liberi, dopo una giornata intensa di lavoro nel piccolo ospedale di Chaaria.
Avevamo ambedue paura delle zanzare e andavamo di premura, perché sapevamo che al tramonto esse diventano più assetate di sangue. "Muga! Mugheni! I buega! Eta buega!". La gente, che ritornava alle capanne, ci salutava sorridendo. Oramai ci conosceva, i nostri volti erano diventati familiari. Mi sentivo felice, pur avvertendo nell'animo la malinconia per la partenza del giorno dopo.
Ero giunto in Africa tre settimana prima. Una sera di giugno, senza troppo pensarci, presi il telefono, chiamai Fratel Beppe e Fratel Maurizio e chiesi di poter trascorrere le vacanze con loro. Sono amici che non vedevo da anni e avevo voglia di incontrarli. Beppe lo avevo conosciuto a Torino. Era novizio, studiava medicina e nel reparto S. Rocco mi insegnò l'arte di curare gli ammalati. Ricordo che già allora aveva la mano ferma del chirurgo, tagliava le parti morte e rivitalizzava quelle sane. E chiedeva anche a me di fare altrettanto.


Con Maurizio fui volontario per parecchie settimane. Una notte, mentre passeggiavamo chiacchierando per i cortili dei Cottolengo, le Suore ci scambiarono per ladri e dettero l'allarme. Dopo la professione religiosa tutti e due erano partiti per la missione e da anni si trovavano in Kenia.

Era buio quando varcai con Francis il cancello dell'ospedale. I pendii delle colline erano in ombra, le baracche dei venditori chiuse, solo qualche luce balenava lontano nella savana. Non andai in camera, mi sedetti nel cortile a guardare la luna che sorgeva e ad ascoltare le
voci della notte. Mi venne alla mente la forte emozione che provai a Endebbe, sul lago Vittoria, quando l'aereo che mi portava in Africa fece scalo. Mentre guardavo abbagliato lo scintillio dell'acqua, vidi la nube dei fenicotteri levarsi nel sole calante tingendo di rosa tutto l'orizzonte del lago. Il vento piegava l'erba che copriva le rive fino a raggiungere le capanne dei pescatori. Osservai la luna salire sulle colline brune e sentii freddo. Mi raccolsi nel maglione, strinsi tra le mani la corona del rosario e pregai. Non sapevo quello che mi attendeva, ma avevo la certezza che quei giorni sarebbero stati eccezionali, perché il Cottolengo non mi aveva mai deluso.

La sera che arrivai a Chaaria Fratel Lorenzo fermò la jeep davanti alla prima stanza dell'ospedale. Entrammo per salutare Rosemary, una giovane mamma ricoverata per HIV. La trovammo morta nel letto. Era appena spirata. Lasciava due bambini orfani in tenera età, nove e undici anni. Il papà era deceduto qualche anno prima, sembra per la stessa malattia. Recitammo una preghiera, una benedizione, poi il corpo venne composto per la sepoltura. Il giorno dei funerali c'era tanta gente. Tutti volevano salutare Rosemary. Era stata una donna
buona e aveva aiutato molte persone. Quel pomeriggio il cielo era una massa di nuvole grigie. La celebrazione durò a lungo, piena di ringraziamenti, di canti, di discorsi e di silenzio. Poi la salma fu portata alla sua capanna, dove l'attendevano i figli. Venne sepolta sotto le piante di papaia e il suo tumulo interamente ricoperto di fiori.

Intanto il sole aveva preso il sopravvento e picchiava sopra di noi. Faceva caldo. Mi allontanai un po' e mi sedetti sul tronco di un albero morto. I banani erano fitti, l'erba alta interrompeva i campi di mais, cotone e fagioli. Poco in là si ergevano degli alberi alti e delle macchie fitte e poi, lontano, la cima di colline azzurre, che si perdevano nel cielo della sera. I miei occhi non si staccavano dai bambini. Provavo brividi di freddo. "Forse è la malaria", pensai, e vidi una lucciola passarmi davanti e sparire come un puntino luminoso nel folto della savana. "Non sono soli - mi dissi - . La mamma è qui e vigila sul loro futuro". Montai sul sedile anteriore della jeep, ricolmo di gioia, e mi spiegai come le pale di un mulino, pronto ad accogliere la forza del vento.

I giorni passavano veloci. Mi alzavo presto, prima dell'alba. Ogni mattino dalla finestra della mia camera vedevo il sole levarsi sopra le piante della foresta. Era una spettacolo di luce. Attraverso una fessura bassa all'orizzonte i raggi sottili e taglienti filtravano dall'oscurità, dando colore a tutte le cose e in pochi minuti la vita esplodeva nel suo splendore più bello. Le alture azzurre, laggiù, lontano, ai confini della boscaglia, annunciavano giornate chiare e
serene. Scendevo velocemente in chiesa per la Messa e, come al solito, arrivavo tardi, quando la campana era già suonata e le suore e i fratelli avevano incominciato a cantare.

Una breve colazione e poi al lavoro. Andavo dai "buoni figli”: bisognava imboccarli, lavarli, prepararli sulla carrozzina, portarli al sole, insegnare qualche parola di italiano. Suor Luci mi aspettava verso le dieci per parlare alle mamme ricoverate in ospedale con i loro bambini. Ci si sedeva per terra sotto le piante. Io spiegavo in italiano e lei traduceva in Kimeru. Al pomeriggio con Silas facevo il giro degli ammalati. Mi accostavo ad ogni letto. Molti erano gravi.
Ero contento quando potevo farmi capire. Bastavano pochi gesti, una carezza, un sorriso, un servizio fatto bene e l'intesa era piena. Poi ancora con i buoni figli e prima di concludere il lavoro scendevo nel laboratorio delle analisi a preparare i vetrini e le provette per il giorno dopo. Spesso capitava qualche caso grave e allora mi improvvisavo analista, verificando il gruppo sanguigno e le infezioni in atto. Una volta mi misero il camice del dentista e dovetti fare anche questo mestiere.

Dopo l'apprensione iniziale, alla fine con l'aiuto di Ale avevo preso gusto. Quando lasciavo l'ospedale era buio. Mi avviavo alla preghiera della sera sotto un cielo nitido di stelle. Le chiamavo per nome e le identificavo con i volti che avevo incontrato. Una intensa quiete nasceva dentro di me. Il cuore cantava di gioia. Mi sentivo vicino, pieno di affetto e di amicizia sincera. Mi accorgevo di voler bene a Francis, Maurizio, Beppe, Lorenzo, Domenique, Paul, Ludovico, Ale, Renata, Antonella, Cima, Jemes, Silas, Joseph, Agostino, Francis, Andrea, Joel suor Oliva, suor Luci. Tutti mi davano amore.
Ringraziavo il Padre e invocavo la sua benedizione.

Fu Ale a mostrare a me e a Francis per la prima volta un baobab. Esso cresce nella savana da millenni e spicca come un gigante, coperto di muffa grigia sotto la forte luce del sole. Nei periodi di siccità è spoglio, ma fiorisce non appena comincia a piovere. I suoi frutti pendono alle estremità dei rami, che si assottigliano come esili dita.
Anche se una tempesta lo abbatte, riesce a sopravvivere. La corteccia è fatta per rifrangere i raggi del sole, disperdendo solo un numero minimo di gocce delle tante tonnellate d'acqua nascoste nella polpa porosa, che - si dice - piace tanto agli elefanti. Questo albero rimane nella mia mente come l'immagine della gente d'Africa, forte e sempre in lotta per la vita.

A tutte le ore centinaia di mamme e papà bussavano alla porta dell'ospedale. Portavano i loro piccoli dopo giorni e giorni di cammino a piedi o in bicicletta. Molte volte, quando arrivavano, era troppo tardi. La malaria, la dissenteria, le infezioni tropicali avevano già vinto. Una sera tardi giunse una giovane donna. Era stanca, affamata, sporca di terra. Stringeva la figlia di pochi mesi ormai in coma per la malaria. Nel suo sguardo leggevo la paura e la supplica accorata di un miracolo. Fratel Beppe in pochi minuti trovò la giugulare per la trasfusione di sangue. Ero convinto che dopo quell'intervento la piccola si sarebbe ripresa. Invece non ce la fece e Florida morì la sera del giorno successivo.

Provai una pena infinita. Vidi quella mamma abbracciare per l'ultima volta la figlia - gli occhi pieni di lacrime e il volto triste. Poi uscì nella notte per ritornare alla capanna dai fratellini e dalle sorelline, quasi a proteggerli dalla morte sempre in agguato. Dopo cena accompagnai al camposanto tre bambini di pochi mesi, una ragazza di nove anni deceduta per insufficienza renale e una giovane di venti morta per HIV. Ero molto scosso. Sotto il cielo d'Africa la vita è dura e tutto deve sempre ricominciare. Il pericolo piomba dagli alberi, esce dalla terra, vola nell'aria, invisibile. Dopo mesi di avoro le cavallette giungono all'improvviso e divorano il raccolto; quando i monsoni tardano e non piove, ogni cosa secca e muore; zecche e mosche uccidono il bestiame; le zanzare portano la malaria e le acque nascondono la dissenteria e malattie sconosciute; cotone, legumi, mais, vengono venduti per quasi nulla, perché non esistono silos.

Anche Francis mi diceva le stesse cose. Provavo un piacere fraterno parlare con lui, mi faceva bene dentro e mi lasciava più buono. Il mio sguardo si perdeva oltre le colline, che apparivano bellissime, inargentate dal chiarore della luna e sognavo un'altra terra, diversa, più umana, giusta, luminosa.
Pensavo con commozione al drappello di uomini, quelli del Cottolengo, venuti a sfidare la morte in nome della vita. Hanno sentito il "Vieni", uscito dalla bocca di Dio, ed ora lottavano, senza ombra di inquietudine, anche se a molti poteva sembrare follia. Erano pochi. Ma gli eroi sono sempre soli. Io, Francis, e tutti gli altri eravamo felici di essere dei loro. Quella notte c'era più silenzio dei solito e mi addormentai ascoltando la voce del cuore.

Al sabato pomeriggio e alla domenica visitavamo le altre missioni: Gatunga, Mucothima, Matiri, Tuuru, Mukululu. Partivamo con la jeep. I più arditi stavano dietro. Le strade non esistevano. Solo piste di terra rossa, piene di buche e di sassi. Viaggiavamo per la savana contemplando paesaggi incantevoli. Erba alta, dolci colline, valli fitte di alberi, altipiani seminati, papaie e bananeti, macchie spinose, ruscelli e torrenti che sgorgavano improvvisi dal fianco dei monti, cascate scroscianti, vaste pianure appena ondulate, vulcani spenti e villaggi di fango e di paglia in ampie radure, estese paludi verdi e scintillanti, canne e giunchi, il sole sempre caldo, l'aria tersa e il cielo azzurro, solcato qualche volta da nubi bianche spinte dal vento. Entravo sempre di più nel cuore dell'Africa e in me stesso, al punto da dimenticare la strada del ritorno. Incontravo esperienze di umanità, venivo a conoscere imprese di alto valore civile - come quella di fratel Argese, che attraverso l'umidità della foresta dava acqua a duecentocinquantamila persone; assistevo alle danze, ai canti, ai suoni, alle preghiera della liturgia dense di speranza e cariche di serenità; vedevo la festa della gente e la gioia dei colori; gustavo la semplicità dei poveri e apprezzavo il cammino inarrestabile del Vangelo agli estremi confini della terra. Un giorno ci recammo presso le capanne che ospitano gli street boys. Sono i ragazzi rimasti soli, orfani, senza nessuno.

Vivevano fuori dal villaggio sulla collina. Le loro baracche erano povere, senza protezione. Dalle fessure entravano gli insetti, che, annidandosi nei pori della pelle, portavano malattie e infezioni. Ci vennero incontro sorridenti. Erano bellissimi. Circondarono la macchina festosi e ci cantarono una canzone. Sembravano tutti della stessa età. Portavano addosso pochi stracci, che pulivano con cura, perché non ne avevano altri. Ci accompagnarono al fiume, tra piante di papaia, mango, canne da zucchero e banane. Sul fuoco c'era un pentolone dove bollivano legumi e polenta bianca di granoturco. I contadini del posto offrivano loro il poco che serve per vivere. Restammo a lungo insieme.
Dalle nostre escursioni rientravamo, quando oramai era buio fitto e vedevamo la luna, rossa e fumosa, sulle colline. I discorsi, che facevamo tra noi, erano intensi e forti, discutevamo di tutto, cantavamo a squarciagola “Utukufu kwako Mungu mbinguni” e non ci accorgevamo di aver raggiunto le luci di Chaaria con le sue capanne di fango. Salivamo all'ospedale soddisfatti e felici.
Eravamo fratelli nell'Africa nera. Essa era per noi come una di quelle storie d'amore, che si ricordano tra le più belle e indimenticabili.

Don Franco Colombini

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


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