Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


domenica 15 febbraio 2015

Imparare poco alla volta, pole pole

Quanti Volontari sono passati a Chaaria?? Molti sono tornati, molti no, ma tutti hanno incontrato, ognuno a suo modo, l’Africa.
Sono stati tutti colpiti dai colori, il rosso della terra, i diversi verdi della vegetazione, dagli odori gradevoli e non, dalla gente, ma soprattutto dai bambini: non c’è volontario che interrogato su l’emozione più forte provata non risponda “gli occhi dei bambini”.
In effetti è particolarmente vero nel Meru: la gente è bella, uomini e donne , ma i bambini rubano lo sguardo: allegri con occhi di ossidiana e denti di perla, timidi e curiosi spesso intimiditi dai bianchi.
Poi i Volontari vedono  che sono tanti, tantissimi, spesso vestiti sommariamente, con abiti stracciati, scarpe malconce o piedi nudi. 
Vengono a sapere che l’abbandono scolastico è  elevato, perché le famiglie non hanno i soldi per la scuola e quindi questi ragazzini avranno un limitato futuro. Ed ecco che scatta la  sindrome dell’Europeo.
Tempo fa un Volontario, tornando da una gita al Samburu Park, mi raccontò di aver  visto, durante il viaggio, giovanissimi pastori che governavano magro bestiame e mi chiese: perché fanno tanti figli, non potranno mandarli a scuola, resteranno ignoranti e poveri, che senso ha?
Risposi che nelle tribù di pastori nomadi nel nord del Kenya, che tutti confondono con i Masai,  le donne sono convinte di avere già tutti i figli in pancia e di dover solo farli nascere per offrirli al marito: è una credenza assolutamente  poetica, ricca del dono della Provvidenza.



Aggiunsi poi alcune considerazioni pratiche: la mortalità infantile è molto elevata: un nato su quattordici non arriva all’anno di età e uno su nove non supera i cinque anni; fare molti figli ti dà speranza che una parte di loro arrivi all’età adulta: anche da noi un secolo fa era così.  Poi in Kenya non c’è la pensione per gli anziani: chi provvederà a loro quando saranno inabili al lavoro, se non i figli?
Nelle società nomadi servono tanti figli, i maschi, fin da giovanissimi,  governano il bestiame, lo portano al pascolo lo difendono dagli animali e soprattutto dagli uomini ed in effetti sono purtroppo frequenti episodi di furti di bestiame, lotte, vendette, sangue versato.
Le figlie femmine sono altrettanto fondamentali: procurarsi e trasportare, spesso da lontano, sulla testa, pesanti latte piene di acqua è un lavoro sfiancante quotidiano e poi raccogliere la legna per il fuoco, cucinare per gli uomini, allevare i bambini, magare badare ad uno stentato orto; periodicamente poi le famiglie si spostano, armi e bagagli, per cercare pascoli migliori e saranno soprattutto le donne  a costruire  le nuove capanne, con rami, fango e materiale organico dono delle mandrie stesse.
Anche nelle zone dove prevale l’agricoltura, la forza lavoro di una famiglia  numerosa è indispensabile: ogni componente della famiglia ha un ruolo preciso dallo mtoto (il bambino, la speranza)  al Jojo (il nonno, l’anziano, la saggezza).
L’amico Volontario, a voce bassa, borbottò che aveva perso un occasione  per tacere, ma lo consolai dicendogli  che non si può capire l’Africa in poche settimane e quindi di tornare e tornare e tornare.


Max Albano



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