Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


lunedì 26 settembre 2016

Stai calmo

Antoine è un caro amico. E’ un medico congolese che di tanto in tanto passa ad aiutarci a Chaaria perché vuole incrementare le proprie esperienze cliniche. E’ in Kenya da alcuni anni, ed ha un pesante accento francofono. 
E’ ancora giovane, ed in questo lo invidio molto.
Quello che non gli invidio è tutta quella ingenuità dei primi anni di pratica clinica, quando ci sembrava che ogni cosa dipendesse da noi e che fossimo noi in persona a salvare il mondo. E’ un genio dal punto di vista medico, ma, prima di tornare in Congo a dirigere un ospedale, dovrà certo acquisire anche qualche nozione in più sull’organizzazione del lavoro di squadra.
Oggi Antoine sembra fuori di se’, e corre disperato nell’aula in cui abbiamo appena terminato la lezione per gli infermieri: “e’ arrivata una donna anemicissima. Ha 3 grammi di emoglobina. E’ collassata e la pressione e’ imprendibile.”
“Hai fatto un’eco?”, gli chiedo immediatamente.
Antoine si aspetta la domanda:“Certo! Sono piu’ o meno sicuro che si tratta di una gravidanza extrauterina”.
“OK, ora facciamo le prove crociate; iniziamo la trasfusione; Jesse vede la malata, e poi entriamo in sala”.
“Ma le condizioni sono instabili; dobbiamo prima stabilizzarla con la trasfusione. Non possiamo operare adesso”, aggiunge un volontario internista.


Antoine si fa piu’ ansioso: “l’eco dimostra che lei ha gia’ piu’ di un litro di sangue raccolto in pancia. Piu’ aspettiamo e piu’ continua a sanguinare! Rischiamo di perderla!”
E’ Jesse a risolvere il dilemma: “dobbiamo operare subito; altrimenti la mamma muore! Le sue condizioni emodinamiche sono un problema mio, e non vostro!”.
Onestamente io ne sono felice, e silenziosamente ringrazio in cuor mio il vecchio anestesista, perche’ attendere sarebbe stato un errore grave.
“Bisogna metterle del sangue subito”, riprende Antoine.
Io rispondo che c’e’ un tempo tecnico necessario per il gruppo e le prove crociate, ed in questo campo la fretta e’ una cattiva consigliera: “La donna adesso sta ricevendo liquidi, e puo’ aspettare 5 minuti per lo screening del sangue, non ti pare?”.
“Allora le faccio prendere un’altra vena e prescrivo di mettere un altro flacone di soluzione Ringer. “Guarda, Antoine, che il secondo accesso gia’ ce l’ha, e, se vuoi, possiamo iniziare una soluzione osmotica anche da quella parte. “Ci penso io”, dice giovane collega sempre piu’ ansioso e agitato. Quando poi se ne ritorna con la sua Ringer, la nostra infermiera ha gia’ messo su la sacca di sangue.
“Allora prendiamo la barella, ed entriamo subito”.
A questo punto, come collega anziano, mi sento in dovere di assumere un ruolo di coordinamento in una situazione che rischia di andare fuori controllo, a causa delle emozioni che crescono in modo esponenziale: Dico a Jesse ed a Makena di pensare al trasporto della paziente e poi abbraccio paternamente Antoine:
“Ma stai calmo, mon ami!”
“Eh, come si fa a stare calmo quando la donna sta morendo?”
“Lo so che può succedere, ma ti assicuro che, se siamo calmi, il nostro autocontrollo ci permettera’ di gestire la situazione molto meglio. L’ansia del chirurgo e’ ansiogena e contagiosa: se tu sei spaventato, tutto lo staff perde la testa.
Antoine, la malata non e’ in coma: ci sta guardando… Lei ha il diritto di vederci calmi e pienamente ‘in controllo’… altrimenti si angoscia!
Poi le nostre infermiere: se ci vedono sorridenti e orientate, ci verranno dietro… ma se ci sentono dare ordini sconclusionati, perche’ anche noi abbiamo perso la testa, diventano nervosissime, e non rendono certo al 100%.
Loro hanno diritto ed hanno bisogno della tua calma. Anche se stai crepando di paura, tu devi essere un distributore di ottimismo. Se l’operatore si abbatte, gli altri si sentono alla deriva” .
Ci guardiamo con uno sguardo complice. Credo che Antoine abbia capito, perche’ si rilassa e mi sorride.
Intanto veniamo chiamati in sala in quanto e’ tutto pronto. Gia’ la malata sta ricevendo la seconda sacca di sangue. L’intervento e’ piu’ facile del previsto, e finiamo in meno di un’ora. In sala siamo calmi e raccolti, e questo si traduce in ottima collaborazione con le infermiere. Non volano parolacce e tutto procede per il meglio. E’ proprio vero che, con nervi saldi e mente lucida, si puo’ fare di piu’ e meglio.”

Fr Beppe


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