Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


mercoledì 12 aprile 2017

Da Isiolo verso Nord

Se i volontari vanno al parco del Samburu o per altre ragioni viaggiano verso nord, si rendono conto con chiarezza di come l’ambiente diventi sempre più arido e secco man mano che si procede verso settentrione.
Di pari passo con la diminuzione delle precipitazioni e con l’inospitalità del terreno, va anche il livello di povertà della popolazione: più si procede verso nord e più la gente è povera. Questo fatto è legato prima di tutto al fatto che l’agricoltura diventa sempre meno produttiva fino a diventare impossibile nelle regioni più settentrionali dove non c’è acqua.
Altro elemento di grande importanza nella genesi della povertà al nord è il fatto che i gruppi tribali che lo abitano sono per lo più nomadi e dediti alla pastorizia: essi dipendono completamente dall’andamento delle precipitazioni e stanno in una località finchè ci sono pascoli, dopo di chè migrano con le loro mandrie di mucche o cammelli alla ricerca di erba, di pozzi o di piccoli corsi d’acqua.
Questa è anche la ragione per cui al nord molta gente ancora abita in “manyatta”, cioè in piccole capanne fatte di pelli di cammello e fango: sono delle specie di basse “tende canadesi” in cui c’è spazio solo per dormire, in quanto la vita sociale avviene tutta al di fuori:
si cucina fuori, si mangia fuori, ci si siede attorno al fuoco la sera fuori della capanna. 
Inoltre la “manyatta” è facile da smantellare e da sostare sul dorso di un cammello.
Più si va a nord e più aumenta il tasso di bambini che non vanno a scuola per le stesse ragioni sociali che ho elencato sopra: i genitori sono poveri e non possono permettersi di pagare le spese scolastiche; loro stessi non sono mai andati a scuola e quindi non comprendono l’importanza della formazione; inoltre, trattandosi di tribù nomadi, è alquanto difficile che i bambini possano seguire un intero anno scolastico in una stessa scuola. 


I figli sono inoltre una importante forza lavoro per la mandria della famiglia, e molti genitori non se ne vogliono privare.
Abbiamo molti pazienti del nord che scelgono Chaaria per i loro problemi di salute. E’ bello accoglierli nei loro vestiti tradizionali, con il loro inseparabile pugnale al fianco e con la miriade di collanine che portano al collo.
Spesso abbiamo enormi problemi di comunicazione perchè molti di loro non hanno alcuna conoscenza del Kiswahili, ed il nostro staff non conosce le loro lingue: dobbiamo quindi ricorrere all’espediente di ricoverarli insieme ad un loro parente che ci possa fare da interprete.
I pazienti del nord sono in genere molto riconoscenti per i nostri servizi ed apprezzano davvero il nostro ospedale. Abbiamo persone da North Horr o da Moyale, a circa 600 chilometri di strada sterrata da noi; non sappiamo come mai scelgano Chaaria e si imbarchino in viaggi tanti lunghi e pericolosi: è sicuramente il passaparola tra pazienti che si sono trovati bene da noi.
Molti di loro (soprattutto da Isiolo, Marsabit, Moyale, Garissa o Wajir) sono di religione musulmana, ma ho in genere sempre trovato persone moderate e piene di rispetto anche per l’identità cristiana del nostro ospedale.
Le popolazioni nomadi per lo più sono di religione animista: essi non hanno mai sentito parlare di cristianesimo o di islam, o semplicemente a loro non interessa, perchè essi seguono le tradizioni dei loro padri e venerano gli spiriti dei propri antenati. 
Domenica scorsa è successo un fatto carino prima della messa in ospedale: normalmente io chiamo i malati che lo desiderano a prendere posto a sedere prima dell’inizio della funzione; naturalmente rispetto quelli che sono di religioni diverse e perciò sempre chiedo a loro se sono cristiani o meno. 
Sono arrivato vicino ad un ragazzo di etnia Rendille che avevo operato il giorno prima per una sindrome di Dupuytren, e gli ho chiesto in Kiswahili se era un cristiano. 
Lui non conosceva benissimo la lingua, ma ha certamente intuito il senso della mia domanda e mi ha risposto: “io sono semplicemente un Rendille”. 
La sua risposta mi ha fatto sorridere e mi ha aiutato a capire che molti dei nostri malati delle
popolazioni nomadi neppure sanno che cosa siano le nostre religioni istituzionali.
Le popolazioni del nord, pur essendo più povere, hanno uno spiccatissimo senso della famiglia e normalmente i membri del clan sono assai vicini ai loro malati: mentre è relativamente frequente che una persona proveniente dalla regione del Meru venga completamente abbandonata in ospedale ed alla fine anche sepolta nella fossa comune perchè nessuno mai viene a fargli visita, ciò non accade mai con i malati del nord: se li dimettiamo, i parenti vengono subito; lo stesso accade nel caso di un cadavere. 
Non ho mai dovuto seppellire un defunto del nord perchè abbandonato in ospedale... anzi, i musulmani cercano di venire a prendere il corpo e di seppellirlo prima del tramonto, come prescritto dalla loro religione. 
A volte onorano il cadavere con abluzioni rituali e con olii profumati, e noi naturalmente non ci opponiamo.
Le stesse popolazioni del nord sono anche falcidiate da malattie che in altre parti del Kenya sono più rare: a mio giudizio per esempio è in corso una vera epidemia di carcinomi dell’esofago in quelle popolazioni, dato inconfutabile ma di cui non riesco a dare una spiegazione: persone a volte ancora giovani si presentano a noi con forme di tumore molto avanzate ed inoperabili che impediscono loro di nutrirsi e di bere. Nessuno però ne conosce la causa, e, a quanto pare, nessuno se ne interessa davvero anche dopo le mie insistenti segnalazioni.
Ci sono poi altre malattie infettive che sono tipiche di quelle zone e di quelle popolazioni: per esempio la maduromicosi, una micosi profonda difficilissima da curare sia con terapia medica che con approccio chirurgico; oppure la cisti da echinococco: in questo caso la malattia pare legata al fatto che queste popolazione vivono con molti cani che sono i portatori della malattia.
Il nord è certamente una delle aree più povere del Kenya. E’ difficile lavorarci, sia per le condizioni climatiche, sia per il fatto che le popolazioni si spostano continuamente: al nord ci
vorrebbero cliniche mobili in grado di seguire i movimenti delle popolazioni, più che ospedali stanziali (così ha fatto a suo tempo Annalena Tonelli con le sue cliniche per la TBC).
Il nord purtroppo è anche una zona di frequenti scontri tra gruppi etnici diversi, e la ragione più frequente di queste scaramucce è solitamente l’acqua: patrimonio universale del genere umano ma molto scarso nel nord del Kenya. L’acqua serve alle popolazioni dedite all’agricoltura per la coltivazioni, ma essa è necessaria anche per abbeverare il bestiame delle tribù pastoralizie. Si lotta quindi per il controllo dei pozzi, oppure ci si scontra perchè i contadini hanno coltivato, ma le loro terre sono invase da mandrie affamate.
Spesso a settentrione già si avvera la previsione di Padre Alex Zanotelli quando diceva che in futuro le guerre saranno combattute soprattutto per il controllo delle riserve idriche.

Fr Beppe

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