Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 16 luglio 2017

Incredibile che succeda ancora!

Ci e’ stata portata ieri in coma profondo. Era anche molto anemica.
Margaret e’ una povera donna in travaglio.
Nessuno sembra dirci con chiarezza quello che sia successo a casa.
Concordano solo sul fatto che l’hanno trovata in casa priva di conoscenza.
Le sue condizioni sono gravi e la prima cosa e’ provvedere ad un accesso venoso, fare gruppi e prove cruciate e trasfonderla.
L’ecografia poi comincia a gettare luce su quello che potrebbe essere capitato (quello che tutti coprono nel velo dell’omerta’): infatti vediamo un feto morto che ballonzola nel sangue libero in peritoneo, mentre in quello che rimane dell’utero vediamo solo la placenta.
Tra il ricovero, la preparazione della paziente, l’inizio della trasfusione non passano piu’ di 20 minuti.
La cosa che non riesco tanto a spiegarmi e’ il coma, nonostante la donna non sia ipertesa e neppure edematosa. Non e’ quindi eclampsia!
Corriamo comunque in sala.
Mbabu dice di non essere sicuro delle condizioni generali della paziente, e percio’ neppure dell’esito dell’anestesia…bisogna comunque provare a salvare questa povera creatura, per cui corriamo il rischio ed operiamo!


La situazione che vedo ad addome aperto e’ allucinante: la rottura dell’utero e’ avvenuta sulla parete anteriore ed il bimbo e’ stato partorito in addome attraverso una breccia che ha coinvolto pesantemente pure la vescica.
Quest’ultima era letteralmente scoppiata.
Abbiamo lavorato con paziente in condizioni pessime: la pressione non e’ mai salita al di sopra dei 60 di massima.
Le lacerazioni sul segmento inferiore dell’utero erano impressionanti ed arrivavano giu’ fino alla vagina. La vescica urinaria era a brandelli. In addome c’erano sangue ed enormi coaguli. La sala operatoria si e’ subito riempita di un tanfo insopportabile, in parte dovuto al feto morto e gia’ parzialmente decomposto, ed in parte all’urina di cui quel peritoneo era pieno zeppo.
Non ci siamo fatti prendere dal panico (nonostante che ad operare fossimo solo io e Celina), ed abbiamo pian piano ricostruito sia la vescica che l’utero.
Pur non escludendo la possibilita’ futura di una fistola vescico-vaginale, al momento ci sembrava di aver chiuso tutti gli sbreghi.
“Se la paziente sopravvive -pensavamo- una fistola in qualche modo la chiuderemo, magari aspettando l’arrivo di Pietro!”

Il feto era completamente macerato e quindi non era morto da pochi minuti; forse lo era da almeno due giorni…anche questo potrebbe contribuire al coma? Forse una setticemia?
La paziente e’ stata trasfusa nuovamente in sala ed abbiamo raggiunto un’emoglobina di 9 grammi.
La correzione dell’anemia non ha pero’ fatto migliorare lo stato di coscienza.
Il coma si e’ fatto infatti sempre piu’ profondo, il respiro via via piu’ difficile nonostante l’ossigenoterapia.
Margaret ci ha lasciati la note scorsa, nonostante tutte le nostre terapie.
A casa lascia un marito, ora solo con cinque figli.
Il consorte e’ sconvolto e gli altri parenti s i ostinano a dire di non sapere che cosa sia successo, ma e’ indubbio il fatto che Margaret ha probabilmente provato il parto a casa.
Qualcosa pero’ non e’ andato per il verso giusto e la testa del bambino non si e’ impegnata.
La donna ha continuato ad avere doglie e spinte per giorni.
Forse le levatrici tradizionali hanno fatto pratiche di pressione sul fondo uterino per far partorire la donna.
E’ probabile che un utero gia’ un po’ debole, essendo arrivato alla sesta gestazione, non abbia retto alle spinte sul fondo e sia letteralmente scoppiato, coinvolgendo anche la vescica e causando la morte del bambino, ormai privato del suo habitat naturale.
Perche’ il coma?
Onestamente non ne sono sicuro.
Forse un embolo amniotico?
Non credo che l’anemia da sola abbia potato causare una perdita di coscienza cosi’ profonda e duratura.
E’ comunque triste che ancora oggi donne perdano la vita tentando di partorire a casa, a due passi dal nostro ospedale, dove la maternita’ e’ ora totalmente gratuita.
Da quando e’ iniziato lo sciopero, questo e’ il terzo caso di morte materna perinatale…tale mortalita’ era stata azzerata a Chaaria per anni…ora ritorna pesantemente, quasi a ricordarci che ancora dobbiamo lottare contro le diffuse pratiche improprie durante il parto domiciliare.
Sara’ l’ignoranza che spinge a partorire a casa senza alcuna sicurezza o assistenza medica?
Saranno aspetti culturali che ancora non ho compreso appieno?
Fatto sta che Margaret ed il suo bambino ora non ci sono piu’.

PS: nella foto i volontari di Chaaria, grande aiuto quotidiano in tutte queste battaglie.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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