giovedì 31 luglio 2008

Chaaria: dati 2007 e 2008 a confronto e statistiche


COTTOLENGO MISSION HOSPITAL CHAARIA

P.O. BOX 1426 MERU - KENYA

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La Tabella evidenzia l’aumento del bacino di utenza dell’ospedale di Chaaria, con un incremento di oltre 6000 pazienti confrontando gli stessi semestri dell’anno 2007 e 2008. Tale aumento e’ ancora piu’ notevole considerando che nel 2007 il rientro di un paziente precedentemente ammesso contava come un nuovo ricovero, mentre nel 2008, il rientro non costituisce e non viene contato come nuovo paziente ammesso.
Si evince chiaramente che, nonostante l’aumento della popolazione globale che ha usufruito dei servizi nel 2008 (oltre 5400 paz/mese) la mortalita’ non e’ cambiata, nonostante le risorse non siano significativamente aumentate.
Anche di questi dati statistici ringraziamo il Signore, e ci rimotiviamo nel nostro impegno.
Altra cosa da notare è che nel gennaio-giugno 2008 per lo più non abbiamo volontari in ospedale, con l’eccezione di Sr Lucy e Guido.

Ciao. Beppe e Carlo


mercoledì 30 luglio 2008

I Buoni figli


Mauro e Gianni,

Siamo quasi alla fine della nostra esperienza a Chaaria, per me che scrivo (Mauro) e’ stato un mese bellissimo e intensissimo trascorso con i buoni figli, per Gianni e’ il termine di 3 mesi di lavoro al servizio sia dei buoni figli che dell’ospedale, nella realizzazione di opere per facilitare i compiti quotidiani di medici e infermieri, nonche’ per alleviare le difficolta’ dei pazienti stessi. Qualche giorno fa, pensando al fatto che la partenza era purtroppo imminente, abbiamo pensato di fare una piccola festa, per fare i saluti e per passare un ultimo momento con i buoni figli e cercare di fissare ancora meglio nella memoria quello che sara’ un ricordo indelebile. Acquistate un po’ di bottiglie di soda (e solo soda per rimanere coscienti delle proprie azioni!!) e un po’ di biscotti e caramelle, oggi pomeriggio abbiamo radunato tutti i ragazzi e il personale nel prato e abbiamo fatto merenda tutti insieme; le donne del personale hanno intonato i loro canti, abbiamo ballato e abbiamo trascorso un momento splendido, testimoniato anche da fotografie varie.
1552868815.jpgE’ molto difficile spiegare come gesti semplici, un sorriso gratuito o un abbraccio, possano rendere indimenticabile un’esperienza di condivisione come questa. Spero veramente che, anche una volta tornati a casa per rituffarci nel tran-tran quotidiano, questi momenti di gioia possano rimanere indelebili, per ricordarci che le cose importanti nella vita sono spesso molto diverse da quelle che assorbono tutta la nostra giornata. Un grazie a tutti quelli che hanno reso possibile questa esperienza, al personale e soprattutto ai ragazzi, che con la loro dolcezza e il loro affetto ci hanno donato un periodo di serenita’ e gioia che porteremo sempre nel cuore.
Chaaria, 30 Luglio 2008
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martedì 29 luglio 2008

Abbiamo un amico in più in paradiso


Con grande dolore ho saputo della morte di Gianni Quiri.
Mi unisco al grande dolore di Rossella, insieme a tutti i Fratelli, le Suore, i Buoni Figli e i volontari qui presenti.
Gianni e Rossella fanno parte di Chaaria, sono stati per noi come un polmone, una cassa di risonanza, una fonte continua di amore verso la nostra Missione.
Gianni e Rossella parlavano sempre di Chaaria, divulgavano le nostre notizie tra gruppi di amici e tra persone cristianamente impegnate nella équipe Notre Dame.
Gianni mi ha voluto donare della grappa preparata da lui stesso, quando sono stato in Italia.
Ho avuto la fortuna di stare un pomeriggio a casa loro nella mia permanenza durante il Capitolo Generale.
Ora Gianni è in Paradiso. Il duro comincia per Rossella, a cui prometto la nostra vicinanza ed il nostro sostegno.
Un forte abbraccio ideale a Rossella ed una preghiera sincera per Gianni.
Fr Beppe Gaido


Questo è il messaggio che Gianni e Rossella,
hanno lasciato in Febbraio sul nostro Guestbook del blog...grazie per tutto quello che hanno fatto...
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Elisabetta...una dottoressa volontaria


Questa è la foto della dottoressa Elisabetta che ci sta veramente aiutando moltissimo qui in ospedale.
Grazie a tutti, ciao Fr. Beppe.


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lunedì 28 luglio 2008

Ciao mi chiamo Kendi


Ho circa un anno di età. Nella foto mi vedete tutta nuda. Vai a capirli i grandi. Mi hanno svestita completamente, perchè dicevano che avevo febbre altissima e che avrei avuto le convulsioni, se non mi toglievano tutti i vestiti. Poi addirittura mi hanno messo degli stracci bagnati addosso... loro dicono che abbassano la febbre. Io però so solo che tremavo come una foglia, e avrei anche battuto i denti se ce li avessi già avuti. Mia mamma, che vedete nella foto, ha camminato tanto tenendomi sulla schiena. Io non ricordo nulla. Solo che avevo male dappertutto, che vomitavo e che mi sentivo a pezzi. Non avevo neppure la forza di piangere e mi sembrava che il respiro non volesse uscire dai polmoni.
Poi, arrivati qui a Chaaria, in un attimo è successo il finimondo. Mi hanno spogliata, poi mi hanno infilato una puntura nella coscia... miseriaccia che male! E poi ancora mi hanno bucato sulle dita, per prendermi delle gocce di sangue. Ma che strani questi grandi. Vogliono sempre bucare i bambini e farli piangere. Poi, che strana quella persona che mi ha fatto la puntura: era così bianca che sembrava fosse senza sangue. Mia mamma invece sì che aveva un bel colore marrone, come si addice a una persona che sta bene. Magari quelli che mi facevano le punture erano malati come me. Erano anche loro anemici.
Ora sono ricoverata in questo ospedale a Chaaria. Mi hanno bucato tante volte. Non sono più nuda: mi hanno infatti dato una bella divisa azzurra. Ho un ago piantato in un braccio, collegato ad un tubo che sale su su molto in alto, e si collega ad una strana bottiglia che contiene liquido rosso. Quella roba rossa e densa gocciola pian piano. Vorrei tanto togliermi tutto, ma mia mamma fa la guardia e non mi lascia proprio staccare quel tubo. Se la mamma lo vuole lì, vuol dire che servirà a qualcosa. La mia mamma è la più brava del mondo!! Mi bacia tante volte. Qualche volta piange. Ora mi sento un po' meglio ed ho di nuovo voglia di attaccarmi al seno. Magari davvero tutti questi buchi e quella bottiglia rossa servono a qualcosa. Ho saputo poi che ci sono amici in Italia che mi vogliono aiutare pagando i soldi delle medicine. A tutti questi angioletti giunga il mio grazie e la mia preghierina di bambina piccola piccola.

Ciao, Kendi
(Fr Beppe, quello spilungone pallido con il fonendoscopio sempre al collo, la barba lunga ed i capelli bianchi ha tradotto le mie parole dal neonatese all'Italiano).
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domenica 27 luglio 2008

I poveri non dormono mai


Sono le 2 di notte quando il cicalino si mette a suonare. Non ce la faccio piu’, ma cosa posso dire? Non c’e’ altra soluzione che alzarsi ed andare a constatare di cosa si tratta.

Arrivato in ospedale vedo un uomo piegato in due dal dolore addominale, incapace di mettersi sdraiato, e dall’apparenza molto emaciata.
Provo a sedare il dolore, ma non ottengo alcun risultato positivo. Il paziente e’ agitato, urla forte e dice di sentire la morte vicina. Non riesco neppure a convincerlo a mettersi supino per una ecografia. Quando gli pongo una mano sulla pancia, mi rendo conto che e’ dura come una pietra, e capisco che si tratta di peritonite, una condizione per cui a Chaaria non riesco ad operare, perche’ nessuno mi ha mai insegnato questo tipo di chirurgia.
Lorenzo e’ a Nairobi, e in casa non ci sono altri autisti. Non vedo alternative, se non quella di prendere io l’ambulanza e di correre al Meru District Hospital, dove c’e’ un chirurgo ed una sala operatoria attrezzata.

847151366.JPGChiamo Elisabeth, perche’ di notte ho paura a viaggiare da solo; infatti sono frequentissimi i casi di attacchi da parte di malviventi appostati dietro le siepi. Anche io sono caduto in un’imboscata non piu’ di 2 mesi fa, e mi sono salvato solo perche’ conoscevo stradine secondarie, e, con un colpo di retromarcia, sono riuscito a tornare indietro pochi metri prima del blocco stradale.
Lei con fatica si sveglia e acconsente ad accompagnarmi fino a Meru. Partiamo con il cuore in gola, non solo per le condizioni generali del paziente, ma anche perche’ sia io che Elisa siamo anche di guardia, e quindi dobbiamo solo sperare che, in nostra assenza, non ci siano altre chiamate urgenti.
Il malato e’ in preda al dolore ed al panico. Il percorso sulla strada sconnessa e’ come un incubo, in cui ad ogni scossone dell’auto sentiamo il povero disgraziato urlare e piangere di sofferenza.
Arriviamo in ospedale a Meru quando sono ormai le 4 di mattina: poche luci accese nel pronto soccorso. Meno male che non manca la luce; speriamo solo che il clinical officer non stia dormendo e che non abbia la luna storta… questa volta pero’ siamo molto fortunati. Il sanitario di turno in “outpatient” e’ Njagi, che per il passato ha lavorato a Chaaria, e quindi conosce sia i nostri ritmi che le nostre difficolta’ gestionali.
E’ sorpreso nel vedermi al District Hospital: “chi hai lasciato a Chaaria di guardia?”, mi chiede preoccupato. Io gli spiego quanto era successo, ed il fatto che non c’erano altri autisti disponibili per l’ambulanza.
Lui allora decide di prendersi carico della situazione. Dopo una veloce consultazione, capisce di cosa si tratta e mi dice: “adesso ci penso io a contattare il chirurgo. Tu vai a casa e fai attenzione ai ladri!”. Sia io che Elisabetta ringraziamo di cuore per questo inaspettato colpo di fortuna. Pensavamo ad una lunga attesa ed invece ce la caviamo con una mezz’oretta di anticamera.
Riprendiamo il viaggio di ritorno. E’ ancora buio pesto quando ritorniamo sulla strada sterrata che si dirige verso Gaitu. Abbiamo il cuore in gola e sussultiamo di paura ogni volta che vediamo qualcuno muoversi a piedi sul ciglio della strada. Parliamo molto per scacciare la tensione. Quello che colpisce e affascina Elisabetta e’ una carovana infinita di uomini magri e stanchi che, a gruppi di due, spingono una bicicletta carica di un enorme sacco di juta.
“Chi sono questi uomini della notte? Sono pericolosi?” mi chiede incuriosita. Le spiego che li chiamano Makaa, che letteralmente significa carbonella. Vengono da molto lontano: normalmente da Kiamuri o Rikana, e portano a Meru il carbone prodotto in casa con del legname bruciato a fuoco lento in speciali fornaci sotterranee da loro preparate.
Fanno circa 40 chilometri a piedi spingendo una bici carica di un saccone dal peso di circa un quintale. La fatica e’ enorme, soprattutto perche’ la strada non e’ buona, ed e’ sempre in salita. Partono dal villaggio verso le 11 di sera per riuscire ad arrivare al mercato di Meru alle prime luci dell’alba, quando il prezzo del carbone e’ un po’ piu’ alto. “Che vita grama e’ mai questa!” commenta Elisabetta.
“Al mondo c’e’ chi e’ tanto povero da non avere neppure il diritto di dormire alla notte”, riprendo io. E poi le dico: “pensa che quel sacco di carbonella forse fruttera’ 6 euro, e loro hanno lavorato giorni per la combustione, hanno spinto la bicicletta tutta la notte, e domani devranno tornare a piedi fino al loro paesino”.
“Il mondo e’ davvero pieno di tante ingiustizie che urlano al cospetto di Dio. Ma io ti confesso una cosa: e’ per loro e solo per loro, che mi sento profondamente motivato a continuare con questa vita cosi’ faticosa, in cui lavoro come un somaro di giorno e di notte: sono i poveri la nostra ragion d’essere, e se un giorno loro non ci fossero piu’, verrebbe meno il fine principale di tutti i nostri sforzi qui a Chaaria. In questo ci credo veramente e cerco di ricordarmelo ogni giorno, soprattutto quando non ce la faccio piu’, e quando lo scoraggiamento fa capolino nel mio cuore”.

Ciao Beppe



sabato 26 luglio 2008

Il giorno del Signore


Sono le 23 e mi avvio verso camera mia trascinando i piedi. La luna è piena e ci si vede benissimo. Gli alberi di papaia vicino all’ospedale fanno addirittura ombra. Mentre cammino guardo in alto e mi viene un tonfo al cuore nel contemplare la selvaggia bellezza delle nuvole rischiarate dalla soffusa luminosità lunare. Che bello il cielo nella stagione delle piogge! Crea nel mio cuore un’atmosfera biblica e mi aiuta a pensare a Dio.
Voglio passare in cappella e salutare il Signore anche se non avrò la forza di aprire un libro o di recitare un salmo. Mi siedo al buio per qualche minuto, semplicemente guardando il tabernacolo che intravedo nella luce rossa del cero.
Offro al Signore la mia domenica. Avrebbe dovuto essere un giorno di riposo, un giorno da dedicare alle “cose di Dio”… e invece è stato un susseguirsi di corse e di problemi difficile da risolvere. Fortunatamente sono riuscito a partecipare alla Messa con i malati nella lavanderia dell’ospedale. E’ sempre bella questa Eucaristia, celebrata nel cuore della nostra casa della sofferenza e della speranza, in mezzo a tante persone che soffrono e che ripongono in noi tanta fiducia. Quando sono seduto sulle panche e guardo tutti quei volti segnati dalla malattia, quelle mamme che allattano bambini più o meno malconci, quelle puerpere così orgogliose del dono di vita appena ricevuto da Dio, allora sento che la mia Messa è vera, è un reale incontro con quel Dio che mi ha donato forza e luce per aiutare tante persone nel suo nome.

L’Eucaristia con i malati è come il completamento della settimana, in cui ringrazio Dio per tutte le volte in cui mi ha aiutato a non fare pasticci, in cui mi ha dato luce per dare la terapia corretta, in cui mi ha dato la forza per alzarmi anche di notte per rispondere ad una chiamata, in cui ha guidato la mia mano in sala operatoria anche quando a metà intervento avrei voluto svenire perché non ero più in grado di continuare.
Spesso poi, come oggi per esempio, la Messa prosegue anche dopo, quando Dio mi viene incontro e mi chiede di continuare a riconoscerlo in coloro che soffrono e che hanno bisogno del mio aiuto, anche se è domenica, anche se avrei voluto riposare e prendermi qualche momento di svago.
Oggi infatti il Signore si è camuffato sotto le spoglie di Margaret, una giovane donna handicappata, probabilmente abusata da qualche disgraziato, ed ora ricoverata da noi per parto. E’ frequente vedere ragazze come lei nel nostro dipartimento di maternità: magari vengono lasciate sole a casa perché i genitori vanno nei campi a lavorare; altre volte scappano e vagolano per le strade dove vengono poi circuite da giovani senza scrupoli.
Margaret era stata accompagnata dalla mamma; era tutta gonfia, soprattutto alle gambe, respirava a fatica e di tanto in tanto aveva una crisi epilettica.
L’abbiamo visitata e ci siamo accorti che purtroppo la sua situazione era critica: si trattava di gestosi gravidica, una condizione molto pericolosa sia per la mamma che per il nascituro, in cui la pressione diventa altissima e la paziente entra in uno stato di male epilettico con crisi così frequenti da diventare addirittura una causa di coma. L’unico modo di salvare la vita di entrambi è il taglio cesareo urgente. Ci attiviamo immediatamente. Purtroppo non abbiamo volontari che ci possano aiutare: Peter è partito ieri; Fabio e Francesca arrivano in serata. Cerchiamo Jesse, il nostro anestesista, ma anche lui, essendo via con la famiglia, è introvabile da due giorni.
Il tempo però stringe. Rischiamo di perderli tutti e due e quindi bisogna agire con le forze che abbiamo. Entro in sala con Makena, la mia assistente, e con Susan che per oggi si trasformerà in aiuto anestesista. Tentiamo di fare “la spinale”, ma l’impresa risulta vana: Margaret è davvero handicappata. Non sa che rischi sta correndo e non collabora affatto: si dimena sul letto e non mi permette di praticarle il farmaco. Questo complica ulteriormente la situazione. Anche in queste condizioni di carenza di personale dobbiamo tentare una anestesia generale perché non ci sono alternative. Il tempo stringe ed una complicazione irreversibile è alle porte. Come sempre però la Provvidenza è superimpegnata a Chaaria per colmare le nostre lacune e per guidarci laddove potremmo creare dei grossi pasticci. Sento la sua mano su di me, come guida, sostegno e protezione. Infatti “la generale” che seguo io stesso dando indicazioni a Susan, procede senza grossi problemi; il bambino nasce con un forte grido e con un colore roseo alquanto rassicurante, e l’operazione si conclude in tempi brevi e senza particolari problemi. Che bello! Sono vivi entrambi!
La paziente, poi, ci dà ancora un po’ d’ansia durante le ore seguenti perché ha convulsioni continue ma, fortunatamente, anche questo trova una sistemazione farmacologica ed al pomeriggio è sveglia e stabile, con pressione accettabile e priva di crisi.
E’ una bella sensazione quella che proviamo, soprattutto quando portiamo il bambino alla mamma di Margaret, la quale era stata fuori ad aspettare e pregare. Lei continua a ripetere: “Mungu awabariki wote” (“Il Signore vi benedica tutti”), ed io penso che spesso non è necessario parlare di Dio alla gente, perché le nostre azioni diventano in se stesse annuncio. Lavorare per la vita a tempo pieno è certamente una via moderna di evangelizzare, e questo pensiero placa un po’ i miei sottili sensi di colpa che nascono spesso dal fatto di trovare così poco tempo per la preghiera anche di domenica.
Ci sediamo un attimo in “room 17” e ci prepariamo un caffè. Oggi forse riesco a mangiare pranzo con la comunità.
Dopo il pasto con i Fratelli avevo programmato una “siesta” di almeno un’oretta, ma un’altra volta Dio decide diversamente e viene a bussare alla porta della nostra disponibilità nella persona di Luciline che mi dice di passare subito in sala parto. Mi dirigo quindi nuovamente in ospedale, cercando di vincere la sonnolenza postprandiale. Appena giuntovi guardo Makena e Susan che già erano state preavvisate prima di me, e dico loro: “si vede che oggi il nuovo team di anestesisti deve fare un adeguato rodaggio”. Ridiamo per non piangere, in quanto sotto sotto abbiamo molta paura di quello che ci aspetta. Entriamo tutti e tre in maternità e con nostra sorpresa vediamo una donna ansimante, con le gambe molto edematose; è seduta sulla barella ed è madida di sudore freddo. Si dimena qua e là e rischia di cadere. Chiedo a Luciline se si tratta di un’altra handicappata mentale; lei risponde di no. I parenti dicono che è stata bene fino alla sera precedente, e poi ha sviluppato difficoltà respiratorie durante la notte. E’ anche in travaglio ed il battito cardiaco fetale sta andando molto male.
Questa è un’altra situazione limite in cui avresti veramente voglia di scappare per lasciare ad altri la soluzione del problema. Ma non si può. Qui non ci sono primari da contattare o specialisti da chiamare: che facciamo? Luciline dice che bisogna praticare il cesareo subito per salvare la vita del bambino. Io sono molto dubbioso perché la mamma non può neanche mettersi sdraiata in quanto in quella posizione va in deficit di ossigeno. Misuro la pressione che è praticamente imprendibile. Cerchiamo di fare un ECG con la mamma semiseduta e la diagnosi è severa: scompenso cardiaco con inizio di edema polmonare. Sono paralizzato per un attimo. Non so che pesci pigliare. Chi ha la precedenza in questo caso? Chi devo tentare di salvare? La mamma o il bambino? “Signore aiutami a decidere in fretta perché altrimenti li perdo tutti e due!”
Dico allora a Makena di portare in sala parto l’ecografo: purtroppo il battito cardiaco fetale si è già fermato. Tiro un respiro di sollievo, che potrebbe anche sembrare cinico, ma in quel momento per me è un segnale della Provvidenza che mi dice di non andare in sala operatoria (avrei ucciso entrambi con l’anestesia!) e di fare tutto quello che posso per salvare la vita di quella povera cardiopatica che non sapeva neppure di avere problemi finché il travaglio ha fatto tracollare quel cuore che da anni soffriva e claudicava.
Instauriamo tutte le terapie di rianimazione cardiologia in nostro possesso. Con la mail cerco di mettermi in contatto con amici italiani che generosamente mi rispondono, ma senza grosso aiuto perché il più delle volte mi chiedono di fare esami che non ho, e di praticare farmaci qui da noi introvabili.
La mamma intanto non migliora. E’ molto agitata; si strappa via la flebo ed il catetere. Vuole alzarsi e dice frasi inconsulte. Vorremmo che un parente ci aiutasse, perlomeno stando seduto al capezzale e tenendola ferma, ma tutti sono scappati, forse terrorizzati dalle sue condizioni cliniche. Questa agitazione non ci dice niente di buono perché significa che il suo cervello riceve sempre meno ossigeno. Makena mi chiede: “cosa facciamo per il bambino morto in grembo”. Le rispondo quasi come una macchinetta: “il bambino è l’ultimo dei nostri problemi. Può restare dove è anche per altre 24 ore. Per ora cerchiamo di tirare fuori la paziente che è ancora in grave pericolo”.
La lotta continua per molte ore, ma purtroppo la paziente non urina. I suoi reni sono andati. La pressione scende continuamente nonostante le medicine. I polmoni si riempiono gradualmente di acqua. La mamma ci guarda, annaspando sempre di più alla ricerca di aria. Poi di colpo si mette ad urlare: “ Mio Dio, sto morendo!” Questo grido non cessa più. Lo ripete a ritmo incalzante per più di un’ora finché il cuore cede completamente. Solo ora il suo volto si rilassa e sembra quasi sorridere. Li abbiamo persi tutti e due. A pochi letti di distanza c’è Margaret che ora è addormentata, mentre il suo figlioletto è in incubatrice.
Makena mi dice: “adesso dovremo fare anche l’autopsia”, ed io le rispondo: “a che scopo? È evidente che questa madre è morta per uno scompenso cardiaco di cui nessuno era al corrente”. Ma lei insiste: “vedrai che i parenti te la chiederanno, almeno per estrarre il feto morto, perché nella nostra cultura una mamma non può mai andare in Paradiso con un bimbo in grembo. I due devono essere separati!”. Ed io rispondo: “Ah, ora mi ricordo che era già successo! Vediamo cosa dicono i familiari domani. Per ora pensiamo a tutti gli altri pazienti a cui non abbiamo dato attenzione oggi a causa di queste due emergenze”.
Ed ecco il terzo incontro domenicale con Dio, un incontro come sempre inaspettato e di difficile lettura: appena uscito in corridoio incontro Bro. Godfrey che mi dice con voce accorata: “qui fuori c’è un handicappato mentale di circa 16 anni. Non parla e non sappiamo da dove sia spuntato”.
Mi affaccio nella sala di aspetto e vedo il ragazzo gravemente ritardato che avevo visitato al mattino a causa di un disturbo epilettico. Era accompagnato dal papà che aveva insistito così tanto perché lo ricoverassi. Io avevo accolto l’idea, ma avevo chiesto al padre di fermarsi anche lui in ospedale in modo da stargli dietro ed impedire che fuggisse dal reparto. Su questo punto però l’uomo non ci sentiva. Voleva lasciarlo qui solo, mentre lui sarebbe andato a casa a prendere la mamma che poi si sarebbe fermata per tutto il tempo del ricovero. La situazione mi puzzava molto. Qualcosa mi diceva che lo avrebbero abbandonato qui, proprio come nel 1600 quando i bimbi non voluti venivano lasciati davanti alle chiese o ai conventi. Per questo avevo detto a quel papà: “ti do le medicine gratis. Tu và a casa con il bambino e quando tua moglie sarà disponibile, li ricovererò”. Ma era già tutto studiato. Il piano era che quell’handicappato avrebbe dovuto stare qui; lo hanno quindi abbandonato davanti alla siepe della sala di attesa e lui, poverino, non si è mai mosso di lì. Ora che facciamo? Non sappiamo neanche da dove vengano. Li ho visitati, ma non mi è venuto in mente di chiedere loro l’indirizzo. Ho informato la polizia del caso di abbandono, ma per il momento non mi rimane che portarlo dentro, dargli da mangiare, fargli il bagno e metterlo a letto. E’ un altro caso come quello di “fantasmino”.
Ora è tardi. Ho finito anche il giro dei pazienti dopo cena. Tutto sembra tranquillo per la notte e c’è speranza che non ci siano chiamate.
In cappella al buio mi viene da pensare a quanto sia importante la fede per continuare a lottare nel campo della sofferenza, al di là di tutte le sconfitte e della fatica a volte veramente grande; una fatica che spesso non è solo fisica, ma più profonda: è un senso di depressione che ti assale quando vedi la disonestà della gente che non apprezza il tuo sacrificio quotidiano, ma pretende sempre di più e spesso ti tradisce.
Penso però a tutti i pazienti che ho incontrato oggi, “giorno del Signore”, e con la mente ritorno alle parole del Cottolengo: “Ricordatevi che è una bella cosa sacrificare la salute ed anche la vita al servizio dei poveri e dei sofferenti”. “Dovete servire i malati impegnandovi senza misura, fino al sacrificio della vita”. Questi pensieri mi ridanno pace e mi fanno pensare che anche oggi sono stato in comunione con Dio e l’ho incontrato da vicino.
Sto ciondolando e mi rendo conto che è ora di andare a letto. Guardo il tabernacolo e concludo la mia preghiera dicendo semplicemente: “ buona notte, Gesù”.

Fr Beppe Gaido


venerdì 25 luglio 2008

Progetto Buon Samaritano

Lo scopo di questo Progetto
Chaaria è un piccolo villaggio, in una regione rurale del Kenya, dove la povertà è ancora molto forte.
Chaaria si trova in un’area molto popolata ed è confinante con il Tharaka, regione poverissima e semi-desertica, dove la popolazione non ha nulla ed affluisce qui per le terapia.
In una parola noi ci troviamo a fronteggiare grossi problemi sanitari per una popolazione particolarmente esposta a malattie gravi e completamente sprovvista delle possibilità economiche per curarsi.
La mortalità infantile è ancora molto alta, spesso dovuta a gravissime anemie che necessitano trasfusione. Le trasfusioni di sangue possono salvare la vita di un bimbo, destinato a soccombere in poche ore. Flebo.png

Per questo oso chiedere a qualche persona di buona volontà, se potesse aiutarci con un semplice atto di generosità: adottare un singolo bambino oppure una mamma per un singolo ricovero, in cui viene effettuato un trattatamento con chinino endovena per la malaria e con la trasfusione di sangue per la grave anemia.

Questa adozione, che ci aiuterebbe a salvare
ancora più bambini e mamme da una morte certa,
verrebbe a costare circa 10 Euro.

Con tale offerta un bimbo o la sua mamma, sarebbe curato e salvato. Promettiamo di pubblicare le foto nell'album alla sezione "Progetto Buon Samaritano", per i nostri benefattori. Chi volesse contribuire a questo progetto potrebbe mettersi in contatto con l’associazione dei volontari, oppure effettuare direttamente il bonifico. Da parte nostra promettiamo di usare le offerte nella maniera migliore e secondo le intenzioni dei donatori. Dio vi benedica e vi ricompensi per la vostra sensibilità verso i più poveri e sfortunati.
Vi ringrazio in anticipo per il vostro aiuto e collaborazione.

Ciao Beppe.

Come aderire a questa iniziativa:
Effettuare il bonifico di 10 euro, utilizzando le seguenti coordinate Bancarie ed indicando la causale "Progetto Buon Samaritano - Chaaria"

Banca di Credito Cooperativo di Casalgrasso
e Sant'Albano di Stura - Agenzia n.15 - C.so Orbassano n.290 Torino

ASSOCIAZIONE VOLONTARI MISSION HOSPITAL
CHAARIA - KENYA (ONLUS)

Via Cottolengo 13 - 10152 Torino

Conto corrente numero: 000150100145

ABI: 08833

CAB: 01001

CIN: U
BBAN: U 08833 01001 000150100145
IBAN: IT04 U088 3301 0010 0015 0100 145

BIC: ICRAITMMN50


Causale: "Progetto Buon Samaritano" - Chaaria (Kenya)



Sarà possibile allegare la ricevuta bancaria, alla prossima dichiarazione dei redditi in quanto l'Associazione è una Onlus. Come garantito da Fratel Beppe la somma raccolta verrà destinata interamente per tale progetto e certificata dal movimento bancario e dalla revisione contabile dei nostri sindaci. Ciò a tutela e garanzia del rispetto delle volontà dei numerosi benefattori, che ormai da anni ci aiutano in modo speciale.

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Kelvin (il bambino nella foto sopra), è stato dimesso, dopo una terapia endovenosa di chinino ed una trasfusione di sangue.

Photobucket
Vai all'album fotografico, per vedere le immagini
dei bimbi e delle loro mamme,
che sono già stati aiutati con le donazioni
di coloro che hanno aderito a questa iniziativa



Ricordiamo Padre Mung'atia (il primo Parroco di Chaaria) nel secondo anniversario della morte

Andrew Mung`atia nacque nel 1925 al villaggio di Nchaure, Ntakira Meru Central District. Fu ordinato Diacono il 26 agosto del 1956 dal Cardinal Maurice Otunga al St. Paul`s Seminary-Nyeri. Ordinato Sacerdote l`8 agosto del 1957 a Muywa dal Vescovo LorenzoV. Bessone.
Tra il 1946 e il 1947, fu nel “Holy Ghost College” a Mangu. Dal 1948 al 1950, lavorò come impiegato presso l`ufficio del District Commissioner di Meru.
Il 15 gennaio del 1951, Andrew entrò al St. Paul Major Seminary di Nyeri ai finì di studiare filosofia e teologia nel 1957, quando fu ordinato sacerdote.
L’anno seguente, il 1958, ritornò al seminario di S. Paul per studiare teologia pastorale.
Dal 1959 al 1964 come vice parroco prestò il suo servizio pastorale in diverse parrocchie.
In seguito, dal giugno 1964 al 1998 lavorò come parroco e fu fondatore di 2 nuove parrocchie: quella di Kariakomo e poi quella di Chaaria.
Nel 1976 fu nominato,dal vescovo mons. Silas Sylvius Njiru, Vicario Generale della diocesi di Meru con il titolo di Monsignore, e rimase in questo ufficio fino al 2004.
E’ stato parroco e fondatore della parrocchia di Chaaria dal 1984 al 26 agosto del 1998, quando consegnò la parrocchia a Padre Linus Kinyua, rimanendo però nella parrocchia come parroco emerito. A Chaaria costruì la Chiesa parrocchiale con il contributo sostanziale della Piccola Casa e con la costante collaborazione di fr Lodovico. Accettò la collaborazione di Don Pasquale Schiavulli per la costruzione di diverse cappelle in zone lontane dalla chiesa parrocchiale. Alcune sono così belle e grandi da poter servire da chiesa parrocchiale, qualora quella zona diventasse parrocchia autonoma. Sempre con l’aiuto di Don Pasquale aprì una scuola di cucito per le ragazze povere di Chaaria. Si prese cura della pastorale della comunità dei Fratelli, tramite la Messa Domenicale e le confessioni. Celebrava anche una Santa Messa infrasettimanale per i nostri Buoni Figli.
Mons. Andrew Mung’atia fu uno scrittore ed un traduttore. Tradusse il Lezionario ed i quattro vangeli in Kimeru.
Tradusse anche il catechismo “Witikio Bwetu” arricchito di un ottimo commento.
Incoraggiò e aiutò molti giovani a seguire la vocazione di Sacerdoti, Fratelli e Suore, con speciale predilezione verso le sorelle di Nazareth e per la famiglia del Cottolengo.
Mons. Andrew verrà anche ricordato per essere una persona molto spiritosa, specialmente quando nelle sue lunghe catechesi domenicali raccontava storie ed avvenimenti. E nonostante il suo carattere paternamente burbero era ben voluto e seguito, e la chiesa parrocchiale alla domenica era piena di fedeli, tanto che molti dovevano restarne fuori.
Egli fu cosciente delle sue capacità come prete nell’ambito dell’evangelizzazione e dello sviluppo della Chiesa di Meru.
Ebbe il desiderio e l’urgenza di portare Cristo molto vicino alle persone. Ha assistito i cristiani a costruire case di preghiera in prossimità dei loro posti di lavoro.
Per quanto concesso dalle sue finanze aiutava i bambini poveri per il pagamento delle tasse scolastiche e per il mantenimento della loro formazione.
Dopo una lunga malattia in cui fu ricoverato sia a Chaaria, che a Nkubu, che a Nyeri, a mezzanotte del 24 luglio del 2006 è ritornato alla Casa del Padre.
“Il Signore dona e il Signore porta via” (Giov. 1,21)
Per la carità che ci ha offerto lo ricordiamo con affetto e preghiamo per lui.

PS: domani e’ Sant’Anna, e desidero esprimere i fraterni auguri a sr Anna Derossi, a mia sorella Anna, ad Anna Postini, e a tutte le Anna che sono passate a fere del volontariato a Chaaria.

Fr Beppe Gaido


mercoledì 23 luglio 2008

Come è complessa a volte la vita


Sono le 22 ed è sabato sera; il giro è breve in quanto dobbiamo solamente pensare a sistemare alcune glicemie. Spero di andare a letto un po’ presto perché ieri è stato molto pesante con due cesarei ed un raschiamento dopo cena.

Ed invece, quando già abbiamo salutato le infermiere del turno di notte, sentiamo del trambusto nella sala d’attesa. Ci affacciamo perché sappiamo che è inutile tentare di svignarcela... tanto poi ci chiamerebbero lo stesso. Vediamo arrivare la barella trainata dai nostri “watchmen”: su di essa scorgiamo un giovane tutto coperto di sangue. I parenti hanno una lettera della polizia che dice: “assalito da una persona da lui conosciuta”.
Normalmente le dinamiche dei crimini non ci interessano più di tanto. Per noi questo è un paziente che ha sanguinato molto e che ha bisogno di immediato soccorso. Ci mettiamo al lavoro e ci rendiamo conto che il sangue viene principalmente da una profonda ferita sulla fronte dove un’arteria fa zampillare sangue al ritmo del battito cardiaco.

Cerchiamo prima di tutto di arrestare l’emorragia, ma il compito non risulta così facile: il paziente continua a perdere sangue, e la pressione non cessa di diminuire. Il giovane diventa confuso e si dimena sulla barella. Assisterlo diventa ancora più complicato. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti gli infermieri notturni e di almeno uno dei “watchmen”. Con grande fatica cerchiamo di incannulare una vena: i vasi sono collassati ed anche l’infermiera più brava suda sette camicie prima di riuscirci. Però alla fine riusciamo a dargli una sacca di sangue donata sul momento da Daniele; e con questo le condizioni migliorano. Riusciamo ad isolare e suturare l’arteria che era stata recisa e procediamo alla chiusura della ferita.
A questo punto ci accorgiamo di un altro colpo di “panga” al braccio. Non ce ne eravamo accorti prima perché la ferita era coperta da grossi coaguli. Anche i tendini sono stati recisi e dobbiamo lavorare a lungo al fine di evitare che il giovane perda per sempre l’uso della mano.
E’ passata la mezzanotte quando applichiamo un gesso e lasciamo agli infermieri il compito di lavare e mettere a letto il nostro paziente ora completamente stabile anche se ancora confuso.
Andiamo a dormire pensando con un filo di sollievo, che domani è domenica e quindi si può dormire un po’ di più. Infatti la Provvidenza ci assiste e non ci sono chiamate notturne per altre complicazioni. Riposiamo bene e ci avviamo in ospedale dopo le 8, per vedere se tutto è tranquillo prima della messa con i pazienti.
Al canto iniziale della celebrazione vengo però chiamato da 5 signori molto seri che dicono di essere poliziotti. Devono vedere il nostro paziente perché colpevole di un reato. Gli agenti sono comunque molto gentili e mi lasciano tornare a messa, decidendo di poter aspettare fino alla fine della celebrazione.
Quando ricevo la notizia sono scioccato: si tratta di omicidio. Il giovane paziente da noi suturato la notte precedente ha ucciso il proprio fratello.
Chiedo ai poliziotti di poter visitare il paziente da solo per vedere se lo stato di coscienza era ritornato normale. Mi accosto a lui e lo trovo pienamente in sé: gli chiedo che cosa fosse successo e lui candidamente mi dice che il suo fratello minore lo aveva attaccato con la “panga” durante un diverbio a proposito di un appezzamento di terra. Lui aveva tentato di fuggire, ma dopo essere stato colpito due volte, ha preso in mano la prima cosa che gli era capitata: una grossa pietra raccolta dal suolo, e con questa aveva colpito il fratello per tentare di fermarlo. Poi ha aggiunto: “Come sta adesso? Avete ricoverato anche lui?”. Io gli ho detto di attendere perché c’erano delle persone dal suo villaggio con notizie più dettagliate. Ho quindi accompagnato da lui gli agenti che gli hanno dato la notizia in modo crudo e senza fronzoli. Il paziente naturalmente ha avuto un colpo terribile, perché mai si sarebbe aspettato di essere incriminato dell’uccisione di suo fratello. Si è messo a piangere disperatamente chiedendo perdono a Dio di quello che aveva fatto. Ripeteva nel pianto: “Non l’ho fatto di proposito... avevo solo paura!” Non ha comunque opposto alcuna resistenza e si è lasciato ammanettare. Ho chiesto alla polizia di poterlo avere in reparto ancora per un giorno perché le sue condizioni non erano stabili. E’ stata la prima volta per Chaaria: gli sono state messe le manette al polso destro che poi è stato fissato alla testiera del letto. Un agente è rimasto di piantone.
Mi sono intrattenuto un po’ con il povero disgraziato ed abbiamo parlato: ho così saputo che il fratello ucciso era ancora un ragazzo. Mi ha chiesto di pregare per lui perché era sposato da poco e con due figli piccoli. Continuava a ripetermi di essere un buon Cristiano e di aver reagito esclusivamente per legittima difesa. Non so neppure come mai, ma mi è venuto in mente Padre Cristoforo dei Promessi Sposi, e gli ho raccontato la vicenda, dicendogli che certo Dio non lo avrebbe abbandonato.
L’indomani mattina, comunque, il paziente è stato portato via con l’auto della polizia, e non ne ho più saputo niente. Mi ha fatto molta tenerezza e sicuramente pregherò per lui il Signore perché so che non lo ha fatto intenzionalmente.
Ciao.

Fr Beppe Gaido


martedì 22 luglio 2008

Aspetti di amministrazione a Chaaria


PERSONALE - MANUTENZIONE

PERSONALE
Il personale stipendiato attualmente operante a Chaaria è diviso in due categorie: personale con regolare stipendio e contributi pensionistici e assicurativi, e personale regolarmente stipendiato ma assunto temporaneamente e privo di contributi pensionistici.
Prima categoria: appartengono i dipendenti assunti a tempo indeterminato e quelli assunti a tempo determinato (con contratto di un anno rinnovabile).
Seconda categoria: personale cosiddetto casual workes. Il casual worker è un lavoratore full time, che non può essere impiegato per piu’ di 5 giorni; questo rapporto di lavoro è riconosciuto dall’amministrazione pubblica. Di questo gruppo fanno parte soprattutto lavoratori a giornata per l’attivita’ agricola, spaccalegna, imbianchini.

Personale: Problemi emergenti
A) Per stabilire un rapporto più giusto con i dipendenti e per ottemperare alla normativa di legge, in accordo con il Superiore Generale, da tempo si e’ pensato di stabilire un contratto a tempo determinato per tutto il personale, eliminando quasi completamente i casual workers (ciò costituisce pure un elemento di maggior giustizia sociale, per esempio dando loro qualche diritto, quale la mutua e la pensione, la possibilità di andare in maternità ecc).
B) Fluttuazioni nelle assunzioni. Vi è il servizio dell’ospedaletto che, sviluppatosi in questi anni, ha un particolare andamento stagionale rispetto all’impiego del personale.
Mentre è possibile prevedere il numero di dipendenti necessario per svolgere un buon servizio ai Buoni Figli o nella shamba, mantenendosi costanti i bisogni e più definiti i progetti, per quanto riguarda l’ospedaletto il numero di dipendenti è soggetto alle fluttuazioni dei bisogni di salute della popolazione (e alle eventuali strutture sanitarie emergenti nella zona che riescono a darvi risposta): per esempio nei primi sei mesi dell’anno i pazienti sono molti di più.
Perciò può succedere che in alcuni periodi vi sia un sovraffollamento di popolazione nell’ospedaletto - es. epidemie, diffusione temporanee di malattie, afflusso abnorme di malati connesso a particolari abbassamenti del livello economico della popolazione, come siccità e carestie -, fattori, questi, che impongono allo stesso di reperire personale, a garanzia di un servizio sanitario minimale.
Nel bilancio del personale dovranno perciò essere previste queste variazioni. Pensiamo di sopperire a tali periodi di emergenza con cosiddetti locum, cioe’ con personale che viene chiamato a lavorare da noi con un regolare contratto, magari per un mese soltanto, durante le ferie. In tutto questo cerchiamo di ottemperare sempre alle normative di legge, per non incorrere in multe, ed anche per cercare di dare ad ognuno quanto la giustizia ci impone.

MANUTENZIONE
I bisogni del Centro di Chaaria sono di continuo aumentati in questi anni, così come è aumentata l’esigenza di personale qualificato.
Fino al 1997 ci si serviva di un idraulico a cui all’occorrenza veniva richiesto di svolgere lavori generici: riparazioni,verniciatura ecc.
La crescita dell’ospedaletto ha comportato servizi più qualificati; di qui l’assunzione di un fabbro e di un falegname. Si sono potute attivare le macchine di falegnameria, da tempo in disuso. E’ stato possibile svolgere lavori di carpenteria, per il passato impossibili da realizzare, risparmiando in soldi e con un prodotto di maggiore qualità e durata.
Al momento, la morte di Jamlick e le dimissioni di Silas hanno messo un po’ in ginocchio il settore manutenzione. Fr Lorenzo, come responsabile di questo aspetto della missione, sta cercando di sostituire i lavoratori che ci hanno lasciato.
Nell’ambito della manutenzione molto e’ stato fatto da Gianni Derossi negli ultimi tre mesi: zanzariere per tutti i letti dell’ospedale, barelle per la fisio, nuove sale di trattamento fisioterapico.
Sarebbe certamente utile incrementare la presenza di volontari specializzati per la manutenzione: elettricisti, idraulici, muratori, falegnami. So che anche in questo potremo contare sulla vostra disponibilita’ ed aiuto.

Ciao. Fr Beppe


PS: Da domenica è presente con noi il dott Alessandro Barberis, odontoiatra. Ha avuto qualche problema logistico nell’iniziare il suo servizio, a causa dei lavori di restauro dello studio dentistico, e a motivo di alcune problematiche dell’ultimo momento, per cui fino ad ora non siamo riusciti a dargli una turbina funzionante. Alessandro finora ha potuto solo estrarre, ma non è in grado di fare cure o otturazioni. Speriamo di risolvere entro sabato. Ringrazio il dott Barberis per il suo grande spirito di adattamento e per la sua comprensione in questo momento: credo che per lui lavorare non sia facile, ma lo vedo accettare tutto con il sorriso sulla bocca.
Beppe.
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LA NOSTRA PREGHIERA PER GUIDO

Carissimo Fr. Beppe,
scrivo a te e ti chiedo di far partecipe anche Gianni in riferimento al momento di preghiera per Guido ieri sera a Cuorgnè. Da Torino siamo partiti io, con Lino e sua moglie, suor Nicoletta e suor Lucianna. Avevamo preparato un momento di preghiera e di riflessione, avendo scelto la lettura del brano del Vangelo di Matteo 26, 31-41 che ci pareva adatta. Abbiamo pregato il salmo 129, la preghiera dei fedeli con il Padre nostro e la salve Regina. Nell?introduzione ho detto che Gianni e la comunità di Chaaria partecipava con noi al dolore della famiglia e alla preghiera. Questa è stata per me e per noi una esperienza carica di emozione e ci siamo sentiti immersi nel mistero. Erano presenti i genitori di Guido, la sorella, le zie e cugine, la moglie Giusy, la figlia Chiara ed altre persone che non conosco. Domani, mercoledì Guido sarà cremato. Sono contenta perché questo è stato l'unico momento comune di preghiera e sono certa che Guido è già stato accolto in cielo, perché ha sofferto molto. Io questa notte non ho dormito perché sempre avevo di fronte il volto di Guido come lo avevo visto al ritorno da Chaaria.

Sr Anna Maria Derossi



lunedì 21 luglio 2008

La testimonianza di Gigi ed Emily

         Articolo pubblicato su "Vita di famiglia"        
dal diario di Gigi e Emy
                 
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           Il ricavato, verrà devoluto interamente alle Missioni cottolenghine.       
       Chi volesse una copia di questo libricino,        
       può farne richiesta e concordarlo con Gianluigi ed Emily,        
       utilizzando questo indirizzo Email: trap2005@alice.it










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...Tu mi hai fatto conoscere ad amici che non conoscevo. Tu mi hai fatto sedere in case che non erano la mia. Tu mi hai portato vicino il lontano e reso l'estraneo un fratello... (R. Tagore)


Nuovi sviluppi all'Huruma Center


Nell’ultimo periodo Huruma Centre ha avuto enormi cambiamenti per quanto riguarda le strutture e il numero di ragazzi ospitati.
I ragazzi sono molti, al momento circa una cinquantina.
Nonostante essi siano numerosi, sono ben seguiti e tutti i giorni frequentano ognuno la propria scuola, tornando al centro in serata e restandoci nei week-end. La gestione è seguita personalmente da Daniele Schiavinato, che ha assunto personale dipendente e garantisce una ottima funzionalità del Centro, per nulla paragonabile a quanto avveniva nei tempi in cui Joseph era da solo.
Per quel che riguarda le strutture, anche grazie all’aiuto della Parrocchia di Mujua e in particolare di Daniele, sono stati costruiti dei nuovi ambienti in muratura, pavimentati e completi di finestre vetrate e mobilia interna.
È stata costruita una cucina con un nuovo camino e con una stufa a legna per cucinare. Adiacente ad essa vi è un grosso salone adibito per il pranzo e per permettere ai bambini di stare al coperto quando piove (prima si usava il piccolo salone-scuola o i dormitori). La zona pranzo di fronte ai dormitori è risultata dunque inutile ed è stata quindi rimossa la tettoia e la grossa pianta adiacente che fungevano da protezione (sole e pioggia).
Sono stati costruiti infine dei nuovi punti acqua a rubinetto e con lavelli in pietra, tra i quali uno di più grosse dimensioni per il lavaggio dei vestiti. Inoltre, in quanto i vecchi gabinetti erano pieni e non più accessibili, ne sono stati costruiti dei nuovi.
I ragazzi più grandi continuano ad occuparsi del bestiame che aumenta gradualmente di numero.
Con l’aumento del numero dei ragazzi sarà inevitabilmente necessaria la costruzione delle nuove strutture, ma Daniele ha una sua associazione che sponsorizza tutti gli sviluppi edilizi. Noi amici di Huruma continuiamo a pagare per le scuole e per vitto e vestiti di questi ex street boys.
Concludo dicendo che i bambini e i ragazzi stanno tutti bene a parte qualche malattia africana passeggera (malaria, diarrea...), vanno tutti a scuola esclusi i più piccoli e, nonostante alcune difficoltà piuttosto normali, conducono una vita serena.

Ciao Beppe.
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domenica 20 luglio 2008

Cronologia dei primi anni di Chaaria


Sin dal 1983 si cominciò a sentire la necessità di una casa di formazione per i Fratelli che fosse più confacente alle necessità della loro crescita spirituale. Si cercava una casa in cui i giovani potessero essere seguiti sia nel servizio al povero, sia negli insegnamenti spirituali, senza interferire o creare problemi ai programmi formativi delle altre 2 Congregazioni Cottolenghine.

Si cercò indicazioni dal Vescovo di Meru, il quale offrì ai fratelli un terreno nella erigenda parrocchia di Chaaria, un piccolo mercato situato a circa 20 Km da Meru. La zona era semiarida e popolata da un esiguo numero di famiglie, per lo più dedite ad attività agricole per l’esclusivo sostentamento familiare. A Chaaria già esisteva una chiesetta, che però non era parrocchia, bensì succursale di una parrocchia alquanto lontana. Esistevano anche i locali di un piccolo dispensario costruito con le offerte della gente, dispensario che comunque non era mai stato attivato.

Nell’erigendo Centro di Chaaria i Fratelli ed i formandi si sarebbero trasferiti gradualmente.


Fr. Lodovico fu incaricato della pianificazione e costruzione della nuova comunità e dell’edificazione di un Centro per Buoni Figli. Per un certo tempo egli seguì i lavori continuando a risiedere a Tuuru, e viaggiando ogni giorno per raggiungere Chaaria. Con lui collaboravano i giovani Fratelli Fr. Paul Mbae e Fr. Dominic Nturibi, i quali aiutavano nel dissodamento del terreno e nell’attivazione dei primi servizi sanitari per la popolazione.

Dopo qualche mese si rese necessario iniziare con una comunità residente a Chaaria: Fr. Lodovico si trasferì in alcuni locali del preesistente dispensario, il 1° agosto 1984. Nel frattempo, in Febbraio 1984 Fr. Giovanni Bosco veniva accompagnato a Tuuru dal nuovo Superiore Generale Fr. Matteo Frezzato, con l’incarico di responsabile dei candidati Fratelli. Il dispensario di Tuuru, per il passato gestito da Fr. Lodovico, venne affidato alle Suore Cottolenghine.

La costruzione del Cottolengo Centre di Chaaria proseguì velocemente, e nel giugno 1985 il primo gruppo di candidati Fratelli venne accolto nella nuova casa di formazione. In luglio vennero accolti i primi 7 buoni figli, tutti provenienti da Tuuru. Si trattava di giovanotti ormai adulti, e diventati troppo pesanti per l’assistenza delle sole suore. Nel frattempo Fr. Lodovico attivò il servizio sanitario nel dispensario: la lunga schiera di pazienti che lo assediava dall’alba al tramonto sulle colline di Tuuru, si ricompose in poche settimane nell’assolato altipiano di Chaaria.

Nel giugno 1985 Fr. Giovanni Bosco Burdino raggiunse la Missione di Chaaria ed iniziò l’opera di formazione dei Fratelli Postulanti.Intanto, lungo la strada che porta al Centro, decine di operai iniziarono a costruire casette in muratura con i proventi realizzati lavorando all’insediamento dell’Opera Cottolenghina ed alla sua manutenzione. Nacque quindi un mercatino con i primi empori, e lo sviluppo di Chaaria fu continuo fino ai nostri giorni.

Nel 1986 Fr. Matteo Frezzato eresse la comunità e nominò superiore locale Fr. Giuseppe Meneghini. L’inaugurazione ufficiale ebbe luogo il lunedì di Pasqua 1987.

Nell’ottobre 1991 Fr. Maurizio Scalco giungeva a Chaaria per dar manforte a Fr. Lodovico in dispensario, e per coadiuvare Fr. Paul nella gestione del Centro Buoni Figli.

Nell’agosto 1993 Fr. Lorenzo Gambalonga giungeva a Chaaria in veste di nuovo maestro dei novizi, in sostituzione di Fr. Giovanni Bosco Burdino, i quale continuò a ricoprire la carica di superiore locale fino al 1998, anno in cui venne richiamato in Italia e fu sostituito da Fr. Beppe Gaido appena giunto a Chaaria dalla Tanzania. Fr. Giovanni Bosco rientrerà a Chaaria nel 2003 in qualità di economo del Centro.


L’ARRIVO DELLE SUORE: Sr Oliva e Sr Lucy sono arrivate a Chaaria il 19 gennaio 2002.

Sr Oliva si occupa dei nostri bimbi orfani, mentre Sr Lucy è responsabile della scuola speciale e della catechesi speciale. Inoltre partecipa ad attività pastorali in parrocchia.

Oggi le Suore sono 4: Sr Florence è l’attuale superiora, mentre Sr Cecilia collabora al servizio nel centro Buoni Figli.

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PS: E’ MANCATO GUIDO

Con estremo dolore abbiamo saputo della morte del Dott Guido Orso di Cuorgné. E’ stato volontario a Chaaria per un mese nel maggio 2008.

Non abbiamo parole di fronte a questa tragedia. Desideriamo solo esprimere le nostre più sentite condoglianze alla moglie e alla figlia. Tutti noi di Chaaria preghiamo per il defunto e per i suoi cari

Ciao. Beppe.



venerdì 18 luglio 2008

Un Professore di Medicina Tropicale di Anversa diceva, forse un po’ cinicamente, che per imparare bisogna sempre passare sopra qualche cadavere. Questa affermazione sembra terribile, ma quanto mai veritiera. Una persona si forma soprattutto attraverso brucianti errori, che rimangono così impressi nella mente da non essere più ripetuti.
Purtroppo in Medicina gli sbagli non si riparano facilmente, e a volte conducono addirittura alla morte.
Quando un paziente muore è sempre un’occasione di crisi per me e per i volontari che lavorano a Chaaria. Ci si chiede dove abbiamo sbagliato, che cosa potevamo fare di più o meglio.
Si pensa spesso che un paziente ricoverato in Italia in rianimazione avrebbe potuto ricevere di più, e forse avrebbe potuto essere salvato. D’altra parte ci si consola dicendo a se stessi che facciamo già tanto e che, pensando a certi dispensari rurali dove non si esegue neppure l’esame della malaria, il nostro è già un livello diagnostico-terapeutico notevole.
Comunque è vero che mancano così tanti strumenti che spesso si brancola nel buio, si fanno ipotesi un po’ campate in aria, e si corre il rischio di una pericolosa routine che ci porta a pensare sempre e solo a 4 o 5 malattie, e a instaurare protocolli di cura sovente miopi e ripetitivi.
Ma gli insegnamenti di cui voglio parlarvi oggi non sono di ordine tecnico, bensì umano e, se vogliamo, spirituale.
Ieri per esempio è morto Bernard, un giovane di circa 30 anni, affetto da una stranissima forma di paralisi progressiva.

I problemi erano iniziati alcuni anni prima, con delle sensazioni di stanchezza alle gambe. Poi la situazione era degenerata sempre di più sino a relegarlo a letto in quanto incapace di muovere sia le gambe che le braccia. Era giunto a Chaaria quasi tre mesi fa. Ci eravamo impegnati tantissimo a cercare una causa per quella situazione. Grazie ad Elizabeth eravamo in contatto con la Facoltà di Medicina Tropicale di Anversa: i Professori ci hanno sempre risposto gentilmente e ci hanno portato a una diagnosi probabile: tubercolosi del midollo spinale con paralisi da compressione. La diagnosi ci ha dato nuova speranza. Soprattutto Elizabeth - colei che lo ha seguito di più - era raggiante perché almeno per la TBC disponiamo dei farmaci. Abbiamo dato al giovane la terapia richiesta e l’abbiamo avviato alla fisioterapia. Pian piano i miglioramenti cominciavano a vedersi, e Bernard aveva ripreso a camminare con il girello, anche se con fatica notevole. Lo si vedeva inerpicarsi sulla salita dello scivolo che porta alla palestra, sempre con il sorriso sulla bocca: diceva con soddisfazione che ora poteva stare in piedi nuovamente.
Poi, inaspettatamente, il crollo! L’altro ieri Bernard è caduto e ha cominciato a lamentarsi di forti dolori su tutto il corpo. Lo abbiamo visitato ed abbiamo escluso la possibilità di fratture. Lo abbiamo rassicurato, gli abbiamo dato analgesici, ma lui è diventato irrequieto. Ripeteva la storia della caduta infinite volte, diceva di volere altre iniezioni.
La situazione in room 28 (un camerone che ospita più di 30 pazienti) era diventata molto tesa. Non si riusciva a visitare gli altri perché Bernard urlava; gli altri malati erano nervosi a causa delle grida. La decisione di Elizabeth, da me completamente avallata, è stata quella di dargli un po’ di Valium per rilassarlo un po’: eravamo convinti che il problema fosse d’ordine psicologico, e che la caduta non avesse nulla a che fare con il suo comportamento.
Non più di due ore dopo vengo chiamato urgentemente al capezzale di Bernard e lo trovo in fin di vita, completamente in coma. Aveva “gasping”: dava cioè, gli ultimi respiri; vomitava abbondantemente sangue dalla bocca. A nulla sono valse le corse, sia mie che di Elizabeth o di Kithinji. Lui ci ha lasciato dopo mezz’ora, facendo precipitare tutti noi in uno stato di profonda frustrazione.
Quello che ci ha lasciati tutti di stucco è il fatto che Bernard continuasse comunque a chiamare e a urlare, anche se a nostro avviso la caduta non poteva aver causato tutto quel dolore. La mia profonda convinzione è che i malati sentano benissimo quando la vita sfugge loro di mano. Chiamando continuamente forse voleva dirci che la vita lo stava lasciando, ma noi, sempre di corsa non abbiamo saputo dargli retta. Noi siamo tecnicisti e “molecolari” e quindi scientificamente sapevamo che non poteva essere vero che lui avesse così male… ed ancora una volta ci è sfuggito l’aspetto umano di quella richiesta di aiuto. A questo riguardo mi torna in mente il caso di Susan, una malata grave che una sera mi ha preso per il vestito e mi ha trascinato contro il proprio petto continuando a ripetere: “Doctor, I am dying”. Istintivamente terrorizzato da quella mossa ho provato a divincolarmi ma lei è spirata con i pugni chiusi attorno al mio camice. Per me è stato uno shock notevole trovarmi a distanza ravvicinata da quel corpo, non perché abbia paura dei morti, ma perché ho capito che Susan sapeva che erano giunti gli ultimi istanti, e si è avvinghiata a me quasi per non lasciare che la vita le scappasse via.
I malati lo sentono quando stanno morendo, e noi molto spesso siamo troppo distratti per comprenderli.
L’altra grande lezione ricevuta dal povero Bernard è stata una nuova presa di coscienza che non siamo onnipotenti.
Abbiamo davvero fatto tutto quello che potevamo ma, onestamente, non abbiamo capito niente. Eravamo in contatto internet con i professori della scuola di Medicina Tropicale di Anversa; abbiamo usufruito del teleconsulto, ma in fin dei conti tutti provavano solo ad indovinare. E poi ci mancano così tanti mezzi qui in Africa. Se domandi aiuto in Europa ti chiedono di fare scintigrafia, risonanza magnetica, e cose del genere che noi qui neppure possiamo sognarci.
E’ molto dura per un medico ammetterlo, ma casi come quello di Bernard ci aiutano a ridimensionarci, ci indicano chiaramente i limiti della nostra conoscenza e della nostra professionalità; diventano scuola di umiltà.
Altro pugno nello stomaco sull’umiltà lo avevo ricevuto qualche giorno fa. L’infermiera Monica era venuta a chiamarmi per andare a vedere un bambino che stava male. Io le avevo risposto che al momento avevo così tanti pazienti in coda che sarebbe stato opportuno per lei instaurare i protocolli di terapia standard. Io poi sarei andato più tardi a visitare il piccolo. Il fatto è che il giorno mi ha travolto; i malati hanno continuato ad arrivare per molte ore a ritmo incalzante. Quando, a notte fonda, sono andato dall’infermiera di turno a chiedere che mi facesse vedere il bambino grave, la risposta è stata gelida: il piccolo se ne era andato 3 ore prima. Che senso di colpa. Il bambino è forse morto perché io non sono andato a vederlo subito. Adesso non lo rivedrò mai più. In quel momento mi sono rimbombate alle orecchie le parole del Cottolengo: “non fatevi chiamare due volte quando il povero ha bisogno, ma correte come sulle ali della carità al suo servizio”. Certi sbagli sono irreparabili; non hai più tempo e pensi che talvolta è proprio vero che “gli errori dei medici sono sepolti sotto terra”.
Certo, lavorare in Africa insegna molte cose, soprattutto ci rende consapevoli dei nostri limiti, di quello che non sappiamo, e di quello che avremmo potuto far meglio. Il rullo compressore della quotidiana fatica spesso smaschera elementi bui del nostro carattere: a volte si corre tutto il giorno, cercando di fare del proprio meglio, e poi verso sera, quando le energie sono ormai “in riserva”, si perde il controllo, si diventa nervosi e ci si scarica contro un paziente che ha il solo torto di essere capitato sotto le nostre grinfie nel momento meno opportuno. Anche questi sono comunque momenti utili: all’inizio ci si tormenta nel senso di colpa, si vorrebbe richiamare indietro il malcapitato che invece è già tornato a casa “con la coda tra le gambe”; si corre il rischio dello scoraggiamento, pensando di aver rovinato in un momento quanto costruito durante una faticosa giornata di servizio e di donazione. Poi però la pace del cuore ritorna, e si accetta il fatto che non siamo perfetti ed abbiamo bisogno ogni giorno della misericordia di Dio.
Dio sceglie gente imperfetta e limitata per portare il suo messaggio di liberazione; ci vuole bene e ci accetta così come siamo, e desidera da noi solo lo sforzo per fare del nostro meglio. Poi tutto il resto lo porta a compimento Lui. Noi siamo degli strumenti molto imperfetti della sua Provvidenza, e la presa di coscienza di questa nostra condizione ci aiuta ad andare avanti, resistendo sia alla tentazione dello scoraggiamento, sia a quella di sentirci superuomini capaci di risolvere tutti i problemi.
Ciao.


Fr Beppe Gaido


Ecco altre due foto dei volontari attualmente a Chaaria....non manca mai per i volontari l'occasione per una passeggiata.

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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