giovedì 8 gennaio 2015

I fibromi uterini

Sono certamente molto piu’ frequenti nella donna “di colore” che in quella “bianca”.
Ci sono dati secondo cui il 90% delle donne africane avra’ almeno un fibroma all’eta’ di 29 anni.
I problemi legati ai fibromi sono vari: i piu’ comuni sono le emorragie mestruali eccessive, i dolori addominali, e, nella giovane, l’infertilita’ o gli aborti a varie eta’ gestazionali.
A Chaaria spessissimo ci dobbiamo confrontare con uteri cosi’ grandi che giungono fino al torace. 
Se si tratta di donne oltre la quarantina, con un numero adeguato di figli, naturalmente proponiamo loro l’isterectomia (cioe’ l’asportazione dell’utero insieme ai fibromi). Ma normalmente la giovane non vuole tale intervento, in quanto a tutti i costi desidera avere almeno un figlio.
Noi spieghiamo loro che la miomectomia non e’ un intervento con rischi inferiori a quelli dell’isterectomia; inoltre cerchiamo di far capire che non e’ assolutamente detto che dopo l’operazione si riesca ad avere un bambino effettivamente. 
Siamo molto chiari sul fatto che, dopo l’intervento, esse devono attendere almeno due anni prima di programmare un’eventuale gravidanza. Pur con tutti questi dettagli scoraggianti, molte giovani donne insistono per l’intervento.



Oggi per esempio abbiamo tolto venti fibromi dall’utero martoriato di una poveretta.
E’ stato un intervento lungo, ed abbiamo avuto qualche timore a causa dell’emorragia.
Riusciremo poi veramente a far avere un bambino a questa donna? Onestamente lo dubito molto, ma abbiamo accondisceso alla sua disperata speranza di concepire.
Inoltre, mentre prima aveva un pancione grosso come quello di una gravida di nove mesi, ora avra’ un addome piatto e nessuno le chiedera’ se e’ incinta, facendola stare ancora peggio.

Fr Beppe Gaido





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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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