Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

venerdì 30 ottobre 2015

Il confronto con la morte

E’ certamente uno degli aspetti più duri della vita di un medico.

Direi che è drammatica soprattutto a Chaaria dove sono quasi sempre da solo e non ho un primario sopra di me su cui scaricare responsabilità e sensi di colpa.
E’ sempre angosciante veder morire una persona, soprattutto un bambino. E’ un’esperienza a cui non ci si abitua mai!
Ci sono però delle volte in cui la morte ti prende in contropiede e non ti aspetti la sua visita; ci sono poi situazioni in cui ti senti particolarmente toccato dalla morte perchè colpisce una persona a cui sei emotivamente legato.
Stamattina per esempio è mancato repentinamente il genitore di un nostro collaboratore. Lo avevo operato cinque giorni fa, ed ormai pensavo che fosse ampiamente orientato verso la guarigione.
Lo avevo visitato ieri sera alle 22, e mi aveva detto di non avere problemi e di stare bene. Stamattina avevamo la lezione per gli infermieri, ma sono passato a salutarlo alle 7.30 prima di entrare in classe: stava facendo colazione ed era normale.
L’infermiera della notte mi aveva detto che aveva trascorso una notte calma. Poi, dopo la formazione con lo staff, lo abbiamo inspiegabilmente trovato morto. Gli esami andavano bene, il post-operatorio non aveva avuto problemi...ed allora perchè è morto? Nessuno di noi se lo spiega.
Che brutto quando una persona muore dopo un intervento chirurgico!


E’ vero che in questo caso si trattava comunque di una persona molto anziana che magari ha avuto un infarto o qualche altra complicazione non correlata all’operazione, ma noi siamo rimasti esterrefatti ed estremamente tristi.
E poi, come è dura dirlo ai figli, soprattutto se li conosci bene, se lavorano con te, se hanno portato il papà per l’intervento direttamente da Nairobi e certamente si aspettavano la guarigione.
E’ vero che il medico cura, ma chi guarisce è Dio, ed è altrettanto vero che Dio a volte sceglie di chiamare una persona a Sè, ma in un caso come quello di oggi i sensi di colpa sono pungenti e dolorosi (era meglio che non lo operassi!), anche quando il figlio non ti accusa di niente e continua a ringraziarti perchè hai fatto del tuo meglio per suo padre.
E poi ci sono gli altri malati, gli altri interventi da fare, e non hai tempo di ripiegarti su te stesso e di piangerti addosso. Devi continuare a lavorare ed a essere concentrato.
Poi, alle 19, quando sei ancora scosso per la morte improvvisa del mattino ed hai lavorato sodo tutto il giorno, la morte ti fa una seconda visita, prendendosi una persona che proprio avresti voluto salvare.
Anche in questo caso è la cugina di una persona con cui lavori gomito a gomito tutti i giorni. Non si tratta di un caso chirurgico, ma di una gravissima forma di meningoencefalite. Lo sa i che le percentuali di successo in casi del genere sono piuttosto scarse, ma in cuor tuo speri di farcela perchè è la cugina della tua collega: leggi sui libri ed applichi tutte le trapia a tua disposizione per salvarle la vita; per qualche giorno mantieni l’illusione perchè la paziente sembra in qualche modo riprendersi (il canto del cigno?), ma poi la vedi deteriorare sempre di più; constati che il coma si fa sempre più profondo, che i polmoni si riempiono d’acqua e gorgogliano.
La tua collaboratrice ti guarga spesso con occhi imploranti, vuole da te quel miracolo che non sai fare; ti chiede di cambiare la terapia ancora ed ancora. Poi, quando la morte vince, come spesso accade con quella tremenda malattia che spesso serpeggia tra i nostri pazienti a Chaaria, tu cerchi anche di dire una parola di conforto alla tua collega, vorresti prenderla per un braccio e dirle che le sei vicino, ma essa piange e si dispera ed è così chiusa nel suo dolore che neppure ti vede, nè sente le tue parole. Ti senti allora come respinto e la tua tristezza cresce ancora di più.
Ecco che allora ripartono i sensi di colpa (avrò fatto tutto quello che bisognava fare per una patologia del genere?), la frustrazione per il fallimento (forse era meglio che nemmeno la ricoverassi e consigliassi loro di andare a Nairobi!), ed anche la solitudine di fronte alla morte: la morte infatti spesso isola.
Tu vorresti dire delle cose ai parenti, che nei giorni precedenti erano sempre lì a chiederti notizie, a voler sapere...ma essi ora sono chiusi nel dolore e totalmente impermeabili alla tua presenza: neppure ti sentono quando parli.
La morte è il nemico numero uno del medico; è un’esperienza a cui non ci si può mai abituare. Il dolore dei parenti ed il loro pianto poi sono come un coltello che si conficca sempre più profondamente nelle carni del medico e lo tortura.
Quanti anni di vita mi ha fatto perdere finora la morte degli altri?
Non lo so, ma ceratmente è un’esperienza durissima a cui non ho fatto il callo.

Fr Beppe


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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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