Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

domenica 10 luglio 2016

La domenica di Chaaria

Stamattina sembrava una giornata tranquilla ma gia' prima di messa e' suonato il primo campanello di allarme.
Una primigravida era completamente dilatata da tempo ma le spinte non erano sufficienti a permettere la nascita del bambino. Il battito cardiaco fetale non era dei migliori e questo mi impediva di pensare all'ossitocina.
Certo, si poteva fare il cesareo ma la testa era cosi' bassa nel canale del parto che certamente avremmo causato lacerazioni uterine importanti con alto rischio di emorragia. Ho quindi optato per il forcipe ostetrico, non senza qualche patema d'animo. Invece la testa e' scesa velocemente e non abbiamo neppure provocato lacerazioni perineali significative alla mamma. Il pupo ha pianto subito e mi e' sembrato un bel modo di prepararmi per la messa domenicale.
Poi, subito dopo l'eucaristia, sono arrivati tre cesarei a raffica. Il primo caso era un podalico con dilatazione quasi completa; il secondo un distress fetale in una mamma a cui stavo inducendo il travaglio con oxitocina ed il terzo un pregresso cesareo per disproporzione cefalopelvica.
Siamo comunque riusciti a fare in fretta e bene: tutto ok per mamme e bambini ed alle 15 gia' eravamo a pranzo.
Onestamente speravamo in un pomeriggio tranquillo ma cosi' non e' stato, in quanto le complicazioni sono arrivate in abbondanza: un aborto incompleto, una ferita da panga con interessamento tendineo e poi...dulcis in fundo... una pugnalata nella pancia.




La storia riferita da quest'ultimo paziente era chiaramente inverosimile: sosteneva infatti di essere caduto accidentalmente su una panga che giaceva a terra in posizione piu' o meno verticale.
Come sempre ho preferito non indagare oltre... tanto in questi casi la verita' non la si viene mai a sapere.
C'era sia una porta di ingresso che un taglio di uscita dell'arma sul fianco sinistro del paziente.
Ho fatto dapprima un'ecografia che ha escluso liquido libero in peritoneo. Poi ho esplorato il tragitto della ferita con paziente sedato: diciamo che ha avuto una fortuna spacciata in quanto il machete e' entrato ed uscito rimanendo nel muscolo e senza penetrare in cavita' peritoneale. Abbiamo quindi suturato solo muscolo e cute ed il paziente se l'e' cavata veramente con poco... avrebbe potuto essere una lunga laparatomia.
E cosi', tra una cosa e l'altra, era ormai ora della preghiera vespertina, ed anche oggi posso sospirare con Quasimodo: "ed e' subito sera".

Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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