Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


venerdì 8 luglio 2016

La natura umana

Manzoni diceva nei Promessi Sposi che il cuore umano è un “guazzabuglio”, mentre i salmi ci ricordano che “il cuore dell’uomo chi lo può conoscere?”
Rifletto su questo dopo un giorno di grosse tensioni qui in ospedale.
Non abbiamo volontari in questo periodo e quindi quanto scrivo è totalmente riferito a noi, staff permanente di Chaaria. Nessun riferimento agli Italiani.
Oggi è stata una giornata pesantissima e colma di malati e di tantissimo lavoro.
A renderla più complicata si è aggiunta una supervisione esterna che ha richiesto molto impegno e preparazione.
La tensione che ne è derivata ha fatto sì che tra noi siano successe delle incomprensioni:
mancava un farmaco che  tutti sapevamo dover essere presente per la supervisione.
Io avevo detto di ordinarlo settimane prima.
Un membro dello staff allora mi aveva detto che la medicina era presente in farmacia e non c’era bisogno di ordinarlo.
Poi il colpo di scena: stamattina il farmacista mi dice che il farmaco non c’è in quanto nessuno gli ha detto di ordinarlo.
Io mi scaldo e dico: “ma come, quindici giorni fa dicevi che la medicina ce l’avevi”.
Ma lui sostiene che nessuno gli ha detto niente riguardo a quel farmaco.
Io allora mi scaldo forse un po’ troppo e gli domando come mai lo veniamo a sapere solo il giorno della supervisione che siamo sprovvisti di quella medicina.
A questo punto viene fuori che qualcuno dello staff avrebbe asserito che quel prodotto lo tengo io nel mio studio da sempre e che quindi la medicina l’avrei mostrata io nella supervisione.



Rimango esterrefatto e senza parole: io nel mio studio non ho mai tenuto quel farmaco!
Poi comunque la supervisione arriva.
Io saluto per pochi minuti le persone che sono venute per l’ispezione l’ospedale, in quanto non posso fermarmi, avendo moltissimi pazienti ed interventi. Giancarlo deve dedicare alla supervisione molto più tempo di me, e lo ringrazio sinceramente.
Lavoro tanto: visito, opero, faccio eco e gastroscopie, ma dentro ho tantissimo disagio.
Non riesco a lavorare così: non si possono servire gli ammalati ed i bisognosi se tra noi siamo divisi. Ho bisogno immediato di riconciliazione; devo togliermi il macigno che mi sento sul cuore.
Sono da sempre convinto che si debba fare il primo passo e che, se si sono fatti errori, si debba avere il coraggio di chiedere scusa per primo: con il farmacista non ci sono problemi; alla mia richiesta di perdono, lui risponde che capisce benissimo tensione e stanchezza... e che tutto è ok. 
Lo stesso capita con un’altra infermiera che semplicemente mi dice che eravamo troppo stressati e che comunque lei non ha problemi.
Ma l’ultima persona che direttamente ha avuto qualche scambio un po’ caldo con me non è in posizione ricettiva.
Non parla, non accetta le mie scuse, fa il muso; a guardarla in faccia si capisce che ha pianto. Non solo non accoglie la mia richiesta di perdono, ma anzi dà le dimissioni da tutti i ruoli di responsabilità svolti fino a quel momento in ospedale.
Ho sempre pensato ai momenti di riconciliazione come a dei trampolini di lancio per ricominciare con più entusiasmo, sentendosi perdonati ed anche compresi nella nostra natura umanità fragile e ferita dal peccato.
Oggi invece il peso sullo stomaco mi è rimasto.
Sarebbe bello poter riavvolgere il nastro, tornare indietro e rimangiarmi certe parole che ho detto e che poi, alla luce dei fatti, non erano poi così necessarie nè costruttive...ma la macchina del tempo non c’è, se non nei libri di Stephen King!
Per cui, adesso che la frittata è fatta mi sento molto male.
E pensare che noi le nostre energie dovremmo spenderle solo per i malati e non per farci star male a vicenda: servire i malati con uno stato d’animo del genere poi non ci permette di servirli al meglio!
La cosa che un po’ mi fa star male non è il fatto che qualcuno possa essere giustamente arrabbiato con me (me lo merito anche perchè sono stato scortese anch’io stamattina), ma piuttosto che le mie scuse non siano valse nulla e che (al momento) non mi si voglia dare la possibilità di riparare.
Magari il tempo porterà consiglio e tra qualche giorno capiremo che anche questa è stata un’altra tempesta in una bottiglia, come spesso accade in un ambiente piccolo, chiuso e molto stressante come l’ospedale di Chaaria.
Spero di dormirci sopra e spero che la notte mi porti un po’ di pace del cuore.
Mi auguro anche che il tempo insegni a tutti noi la riconciliazione ed il valore del ricominciare sempre dopo ogni errore.


Fr Beppe


Nessun commento:

Guarda il video....