Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.
Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.
Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.
Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.
Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.
E poi, andare dove?
Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.
Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.
Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.
Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.
Questo è quello che facciamo, ogni giorno.

Fratel Beppe Gaido

mercoledì 5 aprile 2017

Nuvoloni neri

Fa caldissimo ed il cielo e’ stellato; non c’e’ una nuvola in vista, fino al lontano orizzonte. Si avverte invece un’afa incredibile, strana a quest’ora della notte.
Improvvisamente vediamo lampi silenziosi che si rincorrono sulla linea dell’orizzonte, in direzione di Kiamuri. Non si ode il tuono. Dico pero’ ai miei collaboratori: “facciamo in fretta, prima che cominci a diluviare”.
“Ma il cielo e’ stellato”, mi dice Michael, ignaro delle piogge tropicali.
Poi il tuono si fa sentire, e si avvicina a grandi passi. I lampi disegnano saette sempre piu’ luminose ed inquietanti, e a tratti illuminano il cielo come il flash di una enorme macchina fotografica.
Poi d’un tratto la bonaccia finisce, ed il vento fa oscillare le cime degli alberi. Conto i secondi che intercorrono tra il fulmine ed il roboare del tuono. Il tempo si fa via via piu’ breve: “Affrettiamoci a finire. Tra pochissimo piovera’ a dirotto”.
Ecco quindi che in lontananza avvertiamo chiaramente lo scroscio d’acqua sulla campagna, mentre noi siamo ancora all’asciutto. E’ come se la pioggia procedesse a scacchi: “forza; corriamo, se non vogliamo essere fradici”.


E quindi il vento del temporale, gelido per le nostre latitudini e per l’escursione termica che provoca, si abbatte sulle chiome delle piante, e ne fa cigolare i rami. Stiamo ancora correndo quando tonnellate d’acqua si riversano sulla nostra testa. 
Non gocce di pioggia ma secchiate. Dal suolo dapprima siamo investiti dalla polvere rossa che riceve la prima acqua dopo mesi e ci riempie le narici; poi veniamo bagnati dall’acqua che rimbalza a terra. 
E’ come se piovesse di sopra e di sotto. Quasi immediatamente manca la luce e parte il generatore, creandomi nuove ansie per la notte. In un attimo siamo sotto i portici, bagnati come dei pulcini e ora infreddoliti e tremanti alla brezza umida dell’equatore.
La stagione delle piogge e’ iniziata… molto in ritardo quest’anno.
Speriamo che mantenga le sue promesse e ci porti acqua, erba per le mucche e raccolti per la gente.
Ci auguriamo che non siano troppo breve, come e’ successo l’anno scorso, quando, dopo due settimane di nubifragi, le precipitazioni sono scomparse prima ancora che il granoturco fosse alto 50 cm. 
Ma il nostro problema piu’ grande e’ un altro: riconosciamo l’importanza delle piogge che mettono fine ad un periodo di fame e di siccita’ estrema, che ha messo a rischio non solo la vita degli animali, ma anche quella degli esseri umani (vedi le varie epidemie di colera); allo stesso tempo siamo preoccupati sia per le condizioni delle strade che gia’ oggi sono impraticabili... sia per la continuita’ della corrente elettrica. Basta un albero che cada sulla linea, uno smottamento che faccia cadere un palo, e noi siamo “in generatore” per ore ed ore.
Comunque guardiamo all’aspetto positivo. Se continua a piovere cosi’, la popolazione avra’ un buon raccolto e lo spettro della fame sara’ esorcizzato.

Fr Beppe



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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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