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Un bimbo al mattino andava sulla spiaggia a ributtare le stelle marine che erano portate in secca dalle onde.

Quando qualcuno lo vide, gli disse che tale lavoro era completamente inutile, perchè egli non sarebbe mai riuscito a ributtare in mare tutte le migliaia di stelle, che si trovavano sul bagnasciuga.

Il bambino con calma guardò la stella che aveva ancora in mano, la buttò in acqua e poi rispose: "per questa stella sicuramente non è stato inutile".

Chiunque abbia voglia di aiutarci in questo intento, fosse anche per salvare una sola stella... non sarà stato invano. Grazie.

Nadia Monari - Infermiera volontaria


Leggi "Chi siamo", "La storia dell'Associazione" e "Le nostre Missioni"

Lettera del Superiore Generale, Fr. Giuseppe Meneghini


domenica 31 gennaio 2010

Ancora vicende arcaiche che ci toccano da vicino

Cari amici del blog,
se la mia riflessione di una settimana fa circa il Re David vi ha annoiato a morte, allora siete autorizzati a non continuare a leggere. Anzi, vi consiglio vivamente di non farlo, perche’ sto per riprendere il discorso interrotto quel giorno.
Se invece quella piccola meditazione vi ha toccato anche solo un pochino, potete magari andare direttamente a consultare il testo a cui mi riferisco. E’ ancora del Vecchio Testamento. La citazione e’: 2 libro di Samuele, cap 11 e 12.
Davide si era dimostrato una grande anima nella vicenda che precedentemente abbiamo analizzato, ma oggi vediamo la sua parte meschina. Dal tetto del suo palazzo scorge una bella donna che fa il bagno, e, tracotante nella sua superbia regale, non si preoccupa nemmeno del fatto che gli venga riferito che e’ sposata ad uno dei suoi soldati. La manda a chiamare e la spinge ad avere una relazione sessuale con lui. Betsabea pero’ rimane incinta e lo manda a dire al Re. Si sa comunque che le voci girano sempre, e la cosa non deve essere rimasta del tutto segreta.
Il marito Uria probabilmente ha dei sospetti, in quanto, tornato a Gerusalemme per una breve licenza e convocato stranamente dal Re in persona il quale lo invita a bere abbondantemente, poi non va a casa a dormire con la moglie, ma si riposa al cancello del palazzo insieme alle guardie, per due notti di seguito.
Questa cosa non piace al Re, quando ne viene informato. Forse il Sovrano avrebbe preferito che il povero Uria andasse dalla consorte, in modo che poi non sorgessero dubbi il giorno in cui la donna lo avrebbe reso edotto della gravidanza. Ma il soldato non va a casa. Allora la prepotenza assassina del Sovrano prende possesso della sua mente. Il Re ordina al suo generale Joab di mettere Uria nella parte piu’ pericolosa dello schieramento, e di pianificare una ritirata a sorpresa quando i nemici avrebbero dato l’assalto, in modo che il militare rimanga solo ed indifeso... e alla fine muoia. Gli ordini di Davide vengono eseguiti alla lettera: Uria muore ed il Sovrano si prende sua moglie (ai tempi vigeva la poligamia, e Davide ne aveva gia’ parecchie di consorti... ma non ci sono limiti all’ingordigia).
Anche questo pezzo della Bibbia mi piace molto, perche’, pur con la psicologia propria di 3000 anni fa, sa descrivere dinamiche profondamente vere del cuore umano.
Vogliamo sempre di piu’. Siamo incontentabili. La cosa strana e’ che, piu’ siamo ricchi e piu’ diventiamo insaziabili, e siamo disposti a tutto pur di accumulare ancora ed ancora.
David ha gia’ un harem, ma vuole Betsabea. Anche noi abbiamo quasi tutto (basta pensare a chi vive in una capanna senza energia elettrica e non ha da mangiare), ma normalmente ci lamentiamo e cerchiamo quelle poche cose che ci mancano. Guardiamo sempre a chi sta meglio, invece di voltarci indietro e considerare chi sta peggio.
Pure noi sappiamo essere profondamente ingiusti, come lo e’ stato il Re di Gerusalemme.
E’ la strana tentazione del frutto proibito: se avro’ quella particolare cosa, saro’ felice. Se otterro’ quella carica importante, saro’ appagato. Siamo disposti a dare la scalata ai traguardi a cui aspiriamo, anche mettendo sotto i piedi i nostri amici. Ma questa vita di arrivismo e di gomitate, l’ingordigia di avere tutto, di provare il sapore di ogni cosa alla fine lascia la bocca amara. A pensarci bene, anche questa corsa ad avere di piu’ e’ radicata nella gelosia: se ce l’ha lui, perche’ io no? Inconsciamente vogliamo essere sempre al top, tanto nella carriera, quanto negli affetti, nel possesso o nella considerazione altrui.
Tornando al testo biblico, tutto sembra andato secondo copione per il potente di turno, che ha vinto; ed anzi  ha umiliato ed eliminato il debole. Ma un giorno Dio manda a Davide il profeta Natan, che sembra raccontargli una storiella innocente, per stimolare il suo senso della giustizia.
“C’era una volta un uomo molto ricco che aveva un sacco di bestiame e vestiti di tessuto raro. Vicino alla sua proprieta’ viveva un povero che aveva un solo agnello; lo curava, lo nutriva e ne era molto affezionato.
Un giorno un amico molto importante venne a far visita al ricco signore; ma questi, invece di macellare uno dei suoi animali per il pranzo, ordino’ che venisse ammazzato ed arrostito l’unico agnello del poveraccio”.
Questa storia naturalmente provoca l’ira del supremo giudice di Israele, il quale si mostra indignato e vuole che quel facoltoso e malvagio cittadino venga portato davanti alla giustizia, e paghi quattro volte tanto per il suo crimine e la sua insensibilita’.
Ma, con sorpresa, Davide si sente dire da Natan: “quell’uomo sei tu!”.
Anche qui la Bibbia ci da’ una bella lezione: siamo sempre capaci di indignarci per quello che fanno gli altri, ma non ci rendiamo quasi mai conto che noi ci comportiamo peggio di loro. E’ sempre la stessa storia che Gesu’ ci presenta con l’esempio della trave nel nostro occhio: siamo disponibili in ogni momento a corregere i minimi difetti altri, ma le nostre travi non le vediamo, ed anzi ci sentiamo perfetti.
Fare gli indignati per gli sbagli altrui e’ estremamente facile. Ricordo un vecchio proverbio che recita piu’ o meno cosi’: gli esseri umani sono stati creati con due bisacce; una la portano appesa davanti, e l’altra invece pende dietro la loro schiena. Nel sacco anteriore ci sono tutti i propri meriti, mentre in quello posteriore ci sono i propri difetti. Per l’essere umano e’ quindi normale considerare solo ai propri pregi... ma, se incontra un suo simile che gli cammina di fronte, allora la sua bisaccia posteriore gli si rivelera’ automaticamente, e lui potra’ rinfacciare all’altra persona  tutti i suoi difetti. Non facciamo cosi’ anche noi tante volte?
Ma poi Davide ha il coraggio di ammettere il suo crimine e di chiedere perdono. Noi, questo coraggio ce lo abbiamo?

Fr Beppe

sabato 30 gennaio 2010

Shamba

Il termine shamba in kiswahili significa semplicemente campo. Con esso ci riferiamo alla attivita’ agricola della nostra missione che si svolge su una superficie di circa 7 ettari (la proprietà consta di 15 ettari, di cui 8 circa coperti da fabbricati o aree occupate). Nel 2009 Sr Florence ha coordinato il lavoro della shamba, e lo ha fatto molto bene, migliorando la produzione e razionalizzando il servizio zootecnico.

Valore della shamba. Di primo acchito può sembrare che la shamba  possa essere un hobby per qualcuno, ma in realtà non è così.
Nelle realizzazione missionarie, un piccolo orticello o un grande terreno hanno un ben definito scopo di promozione umana per l’annuncio del Vangelo, essendo una realtà indispensabile per la sopravvivenza della povera gente.

Configurazione del terreno. E’ da tenere presente che la proprieta’ della Piccola Casa a Chaaria è su un terreno in collina, con una pendenza di 18 metri circa dall’angolo basso a quello più alto. Questo comporta lievi disagi nell’attività agricole e una maggiore attenzione nella gestione, con più oculatezza nella manutenzione, per i necessari drenaggi dell’acqua, i rinforzi del terreno, ecc.  

Contesto agricolo di Chaaria. Chaaria è situata a 20 chilometri da Meru, in una zona semiarida sotto l’equatore, ed è un villaggio con prevalente attività agricola, con una elevata popolazione, per lo piu’ povera, così che quando le stagioni delle piogge (le grandi piogge di novembre-dicembre, e le piccole piogge di aprile-maggio) saltano o sono carenti, compare lo spettro della fame e della malnutrizione, con le sue vittime, specie tra i bambini. 
Da ricordare che la nostra area è definita endemica per una forma malarica altamente mortale. Ricorrenti sono le epidemie di colera, tifo o meningite. Inoltre a Chaaria rimane tristemente alto il numero di malati di AIDS; intere famiglie sono scomparse a causa della malattia.
 
Le coltivazioni. Le tradizionali coltivazioni resistono sempre: il mais, i fagioli, il miglio sono sempre il piatto africano, ma coltiviamo anche altri legumi più resistenti alla aridità, come Nchugu, Ncabe, Nturuku, ma poco produttivi. Abbiamo introdotto, ma con poco successo, anche i pomodori. Abbiamo un bell’orto da cui raccogiamo insalata, cavoli, carote, rapanelli, zucchini, zucche, ecc
Quest’anno non c’è  stata siccità ed il raccolto speriamo sia buono. 

La frutta. La frutta è tutta di stampo esotico: papaia, mango, avocado, cuor di bue, passiflora, passion fruit, guava, ecc; la banana cresce ma rende solo in luoghi freschi, ed ha bisogno di irrigazione. Abbiamo ora anche qualche anguria. 
Gli agrumi: arance, mandarini, pompelmi, limoni sono stati piantati fin dal 1984. Siamo giunti ad avere oltre 150 piante produttive; dopo il 1994 la siccità e altre malattie le hanno gradualmente fatte morire, per cui oggi rimangono solo più una ventina di piante produttive. 
Abbiamo ripiantato alberi di acacia provenienti da vivai a più riprese ma con esito poco soddisfacente: ne sono stata causa le infestazioni parassitarie resistenti agli insetticidi e ai funghicidi. Sul bordo delle terrazze coltiviamo un tipo di erba (una canna, nyanki in kiswahili) che cresce alta un metro e mezzo, ed è un buon foraggio per il bestiame.  
Tra agosto e settembre 2009 abbiamo inoltre ripiantato oltre 100 polloni di banane che, grazie alle piogge e al sistema di irrigazione, promettono bene.

Il sistema di irrigazione. E’ uno dei problemi del rendimento della shamba. Per ora dobbiamo usare l’acqua che pompiamo elettricamente dal sottosuolo, e questo rende l’irrigazione molto costosa, e, soprattutto nei tempi di siccita’ o di carenza di energia elettrica, puo’ interferire con le basilari necessita’ idriche del Centro e dell’ospedale.

Gli animali. E’ questo uno dei settori in cui Sr Florence ha lavorato con piu’ successo, soprattutto mediante l’acquisto di giovani mucche. Essa ha saputo razionalizzare la produzione, ed ora riusciamo addirittura a vendere latte. Inoltre macelliamo i nostri bovini, invece di comprare carne. Altro grande passo avanti e’ stato quello di dare inizio all’allevamento dei maiali, che si nutrono degli avanzi del Centro e dell’ospedale. Abbiamo una coppia di suini che usiamo esclusivamente per generare. I porcellini spesso li vendiamo, ed alcuni li facciamo ingrassare per la macellazione
Anche il pollaio e’ stato razionalizzato: non lasciamo invecchiare le galline, e le teniamo solo fintantoche’ producono uova; lo stesso dicasi per le anatre. Non compriamo mai uova, peppure per gli ospiti.  Abbiamo qualche coniglio ed e’ questo il cibo prelibato delle occasioni speciali.

Suore, Fratelli e personale agricolo di Chaaria

venerdì 29 gennaio 2010

Il collo dell'imbuto


Il mio scritto vorrebbe essere solo di aiuto nell’organizzazione delle future missioni chirurgiche su Chaaria.
Vorrei sottolineare prima di tutto la struttura architettonica dell’attuale sala chirurgica di Chaaria: e’ piccolissima e non ha nulla a che vedere con quanto gli Italiani si aspetterebbero da un dipartimento operatorio. Si entra direttamente dal corridoio; ci si lava nella stessa stanza. Questi non sono particolari di secondaria importanza, perche’ per esempio ci richiamano al problema centrale dello spazio. Se la stanza e’ 4 metri per 3, certamente non possiamo pensare di andarci a lavorare in un team chirurgico costituito da 6 persone... altrimenti non ci si gira piu’. Altri dati essenziali da tenere presente sono per esempio che i volontari non sanno dove sia la roba; inoltre quasi nessun paziente parla Inglese. Per questo la presenza del personale locale e’ necessaria all’interno della sala. Cosa sto cercando di dire? Semplicemente che mi pare che il numero ottimale sia al massimo di due chirurghi italiani nello stesso momento, in modo da poter lavorare senza darsi spintoni.
Le infermiere di sala e le strumentiste in un team chirurgico italiano sono utili o meno? Questa e’ una domanda che mi sono posto a lungo. Ne ho parlato con Fr Beppe, e ci sembra di poter dire di si’... soprattutto se si tratta di una sola strumentista, la quale abbia voglia di lavorare in ottica formativa per le tecniche di sala di Chaaria. Il fine e’ sempre quello di portare delle conoscenze nuove a Chaaria, che poi possano essere portate avanti anche quando il team italiano se n’e’ andato. Ora se il gruppo di volontari opera benissimo e fa cose meravigliose, ma non coinvolge lo staff chaariese, si perde una parte importante dello scopo del volontariato, che e’ quello d far maturare la struttura e di renderla idonea a espletare delle prestazioni impossibili precedentemente. Ecco che la strumentista dovrebbe dedicare del tempo a stare con le ragazze incaricate dei ferri chirurgici; dovrebbe insegnare loro come si prepara l’allievo, e come si offrono i ferri al chirurgo. Magari potrebbe anche insegnare loro la nomenclatura internazionale degli strumenti in modo piu’ sistematico.
Questo mi riporta indietro di un passo... scusate la mia confusione mentale di ultraquarantenne: anche i chirurghi non dovrebbero mai operare da soli, ma dovrebbero sempre chiamare Fr Beppe o il sottoscritto, in modo che l’operazione diventi formazione ed apprendimento.
Cosa dire degli anestesisti: qui il discorso si fa duplice. A Chaaria c’e’ un solo anestesista: e’ chiaro che, nel caso di specialista italiano presente, la prima cosa a cui si pensera’ sara’ di mandare Jesse in ferie... altrimenti continuera’ a succedere come per il passato, che, durante la sua assenza, si opera con Fr Beppe a dover fare sia il chirurgo che l’anestesista. Finite le vacanze, Jesse dovrebbe poi essere affiancato ed incoraggiato dall’anestesista volontario a intubare piu’ frequentemente, anche se al momento non c’e’ un ventilatore a Chaaria. Durante una delle missioni chirurgiche a Chaaria abbiamo operato alla tiroide con paziente curarizzato ed intubato, mentre lo specialista italiano usava l’ambu per far respirare il malato. Jesse purtroppo era in ferie, e non ha visto.
Ho parlato di collo dell’imbuto perche’ chi e’ gia’ stato a Chaaria lo sa che l’ospedale praticamete e’ come un enorme repartone, con tante esigenze che fanno capo a pochissime persone, le quali si dovranno barcamenare tra i vari settori.
Per esempio le stesse ragazze che strumentano durante un intervento, sono anche quelle che puliscono la sala dopo il medesimo; inoltre soventissimo sono anche le traduttrici per altri volontari italiani presenti. Esse sono pure incaricate della sterilizzazione e dell’endoscopia digestiva.
Il sottoscritto e Fr Beppe non abbiamo solo gli interventi a cui pensare, ma anche gli altri pazienti ricoverati e tutti i malati esterni. Questo significa che ci saranno certamente dei tempi morti tra una operazione e l’altra, e che per esempio i chirurghi dovranno pure fare ambulatorio ed aiutare a visitare clienti con problematiche chirurgiche. Le infermiere di sala poi, nei momenti tra una operazione e l’altra potranno sia aiutare nelle pratiche di sterilizzazione e pulizia, sia dedicarsi al normale nursing in reparto.
Quello che intendo dire e’ che i team devono essere aperti a lavorare con il personale locale; devono avere pazienza se la seduta sara’ spezzettata da tante altre incombenze intermedie, e soprattutto devono lavorare con lo staff in modo da farlo crescere e formarlo. Non credo che sia necessario ripetere che l’Inglese e’ quanto mai importante: il sottoscritto non sa l’italiano e questo scritto e’ stato pian piano tradotto dai volontari. Ho tenuto conto del pensiero anche delle nostre tecniche di sala operatoria.
Spero di essere stato di qualche utilita’ a chi programma di venire a Chaaria ad operare.

Dr Ogembo

giovedì 28 gennaio 2010

La vita in reparto

Sono una giovane dottoressa, che ha trascorso un periodo considerevole a Chaaria quando ero appena laureata. Scrivo queste due righe perche’ penso che possano essere utili a chi fosse interessato ad un periodo di volontariato subito dopo la conclusione dell’Universita’. Le riflessioni che vi offro le ho condivise con Fr Beppe per vari mesi con una fitta rete di email, e lui condivide in pieno le cose che vi diro’.
Prima di tutto iniziamo coll’affermare che un neolaureato a Chaaria non e’ inutile. Nel mio caso si era trattato di un lungo periodo, che io avevo scelto di dedicare alla missione in quanto avevo perso l’esame di specialita’ e volevo un tempo di riflessione.
Chaaria e’ come un uragano per un giovane medico. In un giorno vedi altrettanti malati, quanto in un mese di tirocinio in Europa. Questo significa due cose: da una parte un sacco di patologie nuove per il volontario, che ha quindi la possibilta’ di incrementare rapidamente il proprio bagaglio di esperienze cliniche, e dall’ altra un aiuto reale per la strttura in cui esiste una cronica carenza di dottori. Tale penuria porta alla conseguenza che i pazienti vengono normalmente visitati da infermieri e clinical officers (mentre solo una minoranza di degenti gravissimi accede alla visita medica).
Partiamo dal primo punto: imparare dalla pratica quotidiana e’ certamente buono per il volontario, ma anche per Chaaria... a patto che il giovane medico possa fermarsi per un adeguato periodo (nel mio caso alcuni mesi), o almeno abbia il desiderio di tornare piu’ volte. Per me e’ stato importantissimo prendere visione delle linee guida locali, scrivermi giu’ degli appunti, e poi applicare questi protocolli sempre piu’ autonomamente. Seguire i protocolli locali e’ importante per vari motivi. Prima di tutto si evita la prescrizione di farmaci non disponibili a Chaaria; in secondo luogo, si ottiene piu’ collaborazione dagli infermieri che devono poi eseguire le pescrizioni ricevute: se essi ritengono che uno schema terapeutico sia totalmente avulso da quanto hanno imparato a scuola, possono anche opporre resistenza... o rifiutando l’esecuzione, oppure consultando segretamente Fr Beppe. In quest’ultimo caso andiamo ancora ad aumentargli il lavoro!
Quando il giovane medico pensa che ci siano dei protocolli nuovi da mettere in pratica, la cosa migliore e’ di chiedere a Beppe di avere la possibilita’ di parlarne (magari con il supporto di una presentazione powerpoint) il giovedi’ mattina, quando c’e’ la normale lezione di aggiornamento per lo staff. Quando le novita’ passano per questo canale ufficiale, normalmente trovano ampia accoglienza da parte del personale.

Ai giovani medici poi consiglio di “stazionare” nel general ward: si tratta dei due cameroni adibiti sia a medicina generale che a chirurgia per adulti. Stando sempre in reparto, si trova comunque lavoro a sufficienza in quanto stiamo parlando di circa 80 ricoverati molto gravi. Mi pare che la pediatria sia un po’ difficile per noi che ci laureiamo in Europa e non siamo specialisti; per cui lascerei il reparto pediatrico ai clinical officers di Chaaria. Lo stesso direi per la maternita’: le infermiere sono molto piu’ brave di noi, per cui lasciamo fare a loro, a Beppe e ad Ogembo... a meno che sia presente un ginecologo europeo. Le visite ambulatoriali sono piu’ complesse e richiedono una piu’ adeguata conoscenza della psicologia locale, oltre che di varie lingue tradizionali.
Stare in reparto per lungo tempo da mattino a sera fa si’ che il giovane medico possa veramente conoscere i malati uno ad uno. Anche i rapporti con il personale infermieristico diventano piu’ personali e produttivi. Cresce la fiducia vicendevole, che portera’ gli infermieri kenioti a chiedere sempre di piu’ ed a fidarsi completamente Il volontario pian piano impara poi le abitudini di Chaaria: come si scrive una prescrizione in modo che gli infermieri la comprendano; in che modo si ordina un esame di laboratorio; quale procedura seguire per impostare una trasfusione od una paracentesi. Lentamente si prende visione dei fogli di dimissione e li si compila secondo l’uso locale, in modo da non creare difficolta’, ne’ in farmacia per le medicine a domicilio, ne’ in amministrazione.
Dal punto di vista di Chaaria, la presenza continua del volontario medico in reparto libera due clinical officers che possono dedicarsi ad altre incombenze, e da’ a fr Beppe e ad Ogembo la sicurezza che i malati sono visti tutti i giorni. Il neolaureato sara’ anche il campanello di allarme, pronto a chiamare un senior in caso di emergenza che lui non si sente di gestire da solo. Se ci sono casi complessi, anche non urgenti, il giovane puo’ sempre ai due medici residenti, i quali sono sempre disponibili al consulto... e sono costantemente presenti.
Anche se non si cambia nulla della terapia del giorno precedente, l’impatto psicologico di un “Bianco” che quotidianamente visita ed ascolta le lamentazioni varie, ha un effetto terapeutico che neppure possiamo immaginare.
Quando sono venuta io per la prima volta c’era la possibilita’ di avere Andrew come traduttore: lui conosceva sia l’Inglese che l’Italiano. Ora lui ha aperto un negozietto (l’ho saputo da Beppe in una email di un mese fa circa), e quindi non e’ piu’ disponibile a lavorare al Cottolengo Hospital per tradurre: cio’ significa che ancora si puo’ avere un mediatore culturale a disposizione, ma costui tradurra’ dal Kiswahili/Kimeru all’Inglese soltanto.
Per questo incoraggio tutti quelli che si preparano ad andare a Chaaria a dedicare una attezione particolare all’apprendimento della lingua... senza di essa, per come e’ impostato l’ospedale ora, e’ praticamente impossibile essere utili. Nessuno vieta poi ad un giovane medico di rendersi disponibile anche per aiutare gli infermieri per medicazioni, decubiti, nutrizione ed igiene degli amalati.

Una volontaria che ha nostalgia dell’Africa, Maddalena, dalla Polonia.

mercoledì 27 gennaio 2010

Oggi riparte Armando

… per ritornare alla sua universita’ di Losanna, in Svizzera. La comunita’ tutta di Chaaria, insieme alle persone che ha aiutato con la sua disponibilita’ e la sua innegabile conoscienza scientifica, all’unisono gli esprime il proprio sincero ringraziamento. Noi tutti auguriamo al dott. Librino ogni bene nel Signore per il suo futuro di medico e di uomo.
Sappiamo che Armando si sta preparando per ripartire ancora per l’Africa: questa volta si trattera’ di una lunga esperienza di sei mesi nel nord del Benin, in un grande ospedale dei Fetebenefratelli.
Certo sara’ per lui un’altra grande occasione per incontrare l’Africa... un’Africa forse molto diversa (quella dell’ovest, con cultura e lingua francese), ma sempre molto bisognosa di aiuto e di dedizione.
E di dedizione Armando ne ha dimostrata veramente tanta qui a Chaaria, lavorando instancabimente dal mattino presto alla sera tardi.
Sono state solo due settimane, a cause degli impegni di specialita’, ma sono state intensissime: per un ginecologo come Armando e’ sempre cosi’ qui da noi; non abbiamo bisogno di sapere del suo arrivo con anticipo in modo da preparargli i clienti. Basta che lui abbia voglia di buttarsi, e di lavoro ne trova fin sopra i capelli.
Lo ringraziamo per la sua attivita’ ambulatoriale ed ecografica, che ha grandemente contribuito a smaltire la fiumana di utenti esterni: allo stesso tempo la nostra riconoscenza si estende al suo lavoro in sala operatoria, di giorno e di notte. E siccome il Cottolengo Mission Hospital cresce anche attraverso le nuove conoscenze portate dai volontari, gli diciamo grazie anche per le nuove linee guida che ci ha proposto per la gestione di varie patologie per noi molto comuni.
Ti incoraggiamo, caro Armando, a parlare di questa esperienza ad altri tuoi giovani colleghi specializzandi in genecologia ed ostetricia: come vedi, noi abbiamo tantissime malate in questo ramo della medicina, ma non abbiamo un vero specialista... anche se Fr Beppe ed il Dott Ogembo cercano di fare del loro meglio. Il fatto che tu conoscessi l’Inglese cosi’ bene e che fossi autonomo per le eco, ti ha reso un volontario ideale per i nostri bisogni, senza considerare la tua versatilita’ (per esempio accettando di suturare anche tagli da machete, di aiutare per un’ernia inguinale, o di decidere la dose di insulina per i diabetici quando Fr Beppe non stava bene per la malaria).
Crediamo che le continue emergenze, ed il lavoro incalzante offerto dal nostro ospedale della “brousse” (come dicono a Losanna), ti abbiano anche fatto crescere un po’ nel difficile processo della presa di decisioni cliniche in tempo reale.
Anche se non abbiamo nessuna intenzione di rubarti ai nostri amici del Benin, osiamo comunque sperare che potremo ancora rivederci a Chaaria.
Il nostro stipendio e’ stato quello solitamente offerto a tutti i volontari, ma stai sicuro della nostra preghiera.
L’offerta ci hai lasciato la useremo per John Rimiri, il degente amputato due volte, che tu ben ricordi e conosci.
Au revoir a’ bientot.



Le suore, i fratelli, Pinuccia, lo staff della sala ed i volontari presenti a Chaaria

martedì 26 gennaio 2010

Il caso di Antony


Si presenta al nostro ospedale nella notte tra domenica e lunedi’.
Si mostra in qualche modo confuso, ed ha dei tremori importanti agli arti superiori. I parenti ci dicono che si tratta di un pesante bevitore e quindi pensiamo che sia il tremore che la confusione siano dovuti a sindrome da carenza alcolica.
Non ha sintomi respiratori di rilievo. Il torace pare libero alla auscultazione, ed il malato non tossisce.
Quello che impressiona sono delle ulcere tondeggianti agli arti superiori.
Ci dicono che sono iniziate come delle vescicole, che poi sono scoppiate, lasciando il posto a delle ulcere superficiali, le quali si sono rapidamente coperte di una escara nera ed aderente.
La patologia e’ iniziata dopo aver macellato a casa, in fretta e furia, una mucca ammalata: qui lo fanno spesso! Macellano mentre l’animale e’ ancora vivo e poi mangiano la carne. La perdita di un capo di bestiame sarebbe un danno veramente inaccettabile per loro.
Gli altri membri della famiglia che si sono nutriti dell’animale stanno bene, mentre Antony ed un altro suo amico che direttamente hanno maneggiato la carne cruda, hanno contratto la malattia.
Dopo un’analisi veloce delle lesioni, ed un minimo di analisi della storia, la diagnosi sembra orientare verso il carbonchio o antrace.
CasoAntony.JPGLa malattia e’ endemica qui da noi, anche se piuttosto rara. Non e’ comunque infrequente vedere dei pazienti con lesioni di questo tipo. La forma cutanea in realta’ non ci preoccupa piu’ di tanto perche’, anche senza terapia, tende a guarire entro un mese o poco piu’; temiamo invece molto la complicazione polmonare, in quando da’ origine ad una polmonite incurabile che conduce inesorabilmente alla morte. La forma intestinale e’ rara, ma presente qui in Africa, con vomito, ematemesi, dissenteria: raramente questa forma puo’ essere mortale, ma quasi sempre i pazienti guariscono.
La terapia e’ molto semplice, e generalmente efficace per le forme cutanee. Usiamo delle penicilline in vena nelle presentazioni piu’ gravi, mentre in quelle meno importanti somministriamo amoxicillina per bocca.
Il batterio che causa la malattia si chiama bacillus anthracis, ed e’ un germe che causa malattia primariamente nei bovini. Il bacillus anthracis forma delle spore che sopravvivono a lungo nel terreno, da dove poi infettano le mucche entrando attraverso microtraumi della loro mucosa orale, mentre pascolano o ruminano. Il modo in cui le persone vengono contagiate dal carbonchio segue soprattutto tre vie: durante la macellazione di un animale infetto le spore possono entrare nei tessuti sottocutanei dei macellai, passando attraverso piccole soluzioni di continuo della pelle. E’ quindi necessario il contatto diretto tra cute e materiale biologico della bestia. Cio’ porta normalmente al carbonchio cutaneo. Oppure le spore possono essere inalate, causando la forma piu’ grave e sempre mortale, quella polmonare. Da ultimo possono essere ingerite con carne cruda o poco cotta, dando origine alla forma intestinale.
Considerando che il carbonchio e’ altamente endemico nelle nostre vacche, e relativamente pochi sono i casi di contagio, la malattia sembra avere una bassa infettivita’, e pare necessario un inoculo di una grandissima quantita’ di spore per causare sintomi.
Si crede anche che le persone esposte cronicamente alle spore per motivi professionali (come contadini, veterinari e macellai) possano sviluppare una resistenza parziale che contribuirebbe a spiegare la rarita’ della patologia negli esseri umani, nonostante l’alta incidenza nelle mandrie.


Fr Beppe

lunedì 25 gennaio 2010

USA - Chaaria

Oggi e domani si svolge al Cottolengo Mission Hospital il FREE MEDICAL CAMP offerto dai nostri amici di Detroit negli Stati Uniti.
CathyGerald.JPGCathy e’ una dermatologa e si occupa delle patologie cutanee piu’ serie che afferiscono al nostro ospedale. Per lo piu’ si tratta di malati esterni, ma alcuni sono cosi’ gravi da essere ricoverati in ospedale.
Gerald B. Martin e’ un internista che in patria lavora in pronto soccorso. Qui a Chaaria si dedica sia all’ecografia che alla diagnos e terapia di pazienti ambulatoriali.
Cathy e Gerald sono marito e moglie. Li vedete insieme nella foto.
Mary Frances e’ invece un’infermiera e collabora sia alle attivita’ nursing del reparto MaryFrancisSuorOliva.JPGinsieme alla nostra Claudia, sia alla cura degli orfani. Nella foto la vedete con Sr Oliva.
Quello di oggi e domani e’ un esercizio molto impegnativo perche’ un medical camp gratuito attira un po’ tutti, e siamo veramente invasi dalla gente.
I nostri amici americani non dormono qui in missione, ma fanno i pendolari tra Chaaria e la Diocesi di Meru.
Li ringraziamo e preghiamo che Dio li benedica generosamente. Speriamo anche che Chaaria sia entrata nel loro cuore e possano tornare presto per un periodo piu’ lungo a lavorare con noi.

Fr Beppe

domenica 24 gennaio 2010

Una storia vecchia come il mondo ma sempre attuale


Carissimi amici e lettori del blog ,
Oggi voglio parlarvi di una storia che leggiamo nella Bibbia. Non cominciate a pensare che sia un argomento noioso, perche’, quest’anno in particolare, mi ha colpito molto e mi e’ sembrato attualissimo, ed utile sia a chi vive in comunita’ come il sottoscritto, sia a chi e’ sposato, sia a chi e’ direttamente coinvolto nella cooperazione internazionale e nelle organizzazioni di volontariato.
Sto parlando del libro di Samuele, nel Vecchio Testamento. Per coloro che ne fossero interessati, mi riferisco al primo libro di Samuele dal cap 15 al 19.
Sono stato molto impressionato dalla storia di Saul, che e’ diventato il primo Re di Israele per scelta di Dio, ma poi non si e’ matenuto all’altezza del compito ricevuto. Si e’ fatto via via piu’ infedele, fino ad essere completamente rigettato dal Signore.
Questa parabola discendente mi ha fatto pensare molto: e’ un po’ il rischio che corriamo tutti. Dormire sugli allori dei traguardi ottenuti significa normalmente fare come i gamberi. Invecchiando non si diventa migliori, ma peggiori… ed i nostri difetti diventano sempre piu’ evidenti. Bisogna stare attenti che l’eta’ non distrugga quello che con fatica abbiamo costruito in tanti anni di impegno.
Tornando a Saul, lo vediamo gradualmente trasformarsi in un essere meschino, che arriva addirittura a volere la morte del suo servo piu’ fedele Davide, il quale era un eroe nazionale dopo aver abbattuto il gigante filisteo.
La ragione per cui Saul inizia ad odiare Davide e’ la solita… e’ quella stessa che sovente corrode e rovina le nostre imprese piu’ belle: si chiama gelosia.
La gente diventava sempre piu’ entusiasta delle imprese di Davide, e, quando il Re Saul tornava vittorioso dalle battaglie, le donne cantavano inni che inneggiavano piu’ a Davide che al Monarca stesso.
Cio’ faceva bruciare Saul di invidia, e lo porto’ all’estremo di complottare la morte del suo fedelissimo luogotenente.
Quanto attuale questa situazione! L’invidia sovente ci rende ciechi e ci spinge a voler distruggere qualcuno, non perche’ egli sia cattivo, ma perche’ ci fa ombra e ci toglie la posizione di primadonna. La gelosia e’ la causa di tante inutili faide nelle comunita’ religiose, nelle famiglie ed in varie organizzazioni dedite alla solidarieta’. Se non stiamo attenti puo’ corrodere tutto e nullificare i nostri impegni per il prossimo. La gelosia rende meschini, e ci fa consumare un sacco di energie che impegniamo in modo piu’ o meno conscio nella distruzione di qualcuno. Le stesse energie le avremmo potute spendere meglio per l’aiuto di chi e’ povero, malato ed infelice.
E cosi’ Davide si ritrovo’ ad essere un fuggiasco nel deserto, con l’esercito del Re alle calcagna. Un giorno pero’ gli si presento’ quella che avrebbe potuto essere per lui l’occasione perfetta: Con i suoi uomini, Davide era nascosto in una caverna. Piu’ tardi arrivo’ Saul con il suo manipolo, e decise di passare la notte nella stessa grotta. Quando i nemici, ed il Re in persona, furono profondamente addormentati, i commilitoni dissero a Davide: “ Ecco il tuo nemico su un piatto d’argento… tagliagli la gola e sarai Sovrano”.
Ma Davide non volle macchiarsi di un crimine verso il Monarca. Semplicemente, approfittando del sonno, gli taglio’ un capo del mantello, e torno’  a nascondersi. Quando al mattino Saul riparti’ dalla grotta, Davide lo chiamo’ dall’interno e, prostrandosi in segno di omaggio, gli mostro’ il brandello di vestito, per dimostrargli ancora una volta la sua rettitudine.
Anche questo episodio mi ha portato ad una profonda riflessione: rispondere al male con il bene! E’ veramente molto difficile… e spesso non lo facciamo. Ognuno di noi, religioso o laico, cristiano o agnostico, sa come prendersi le sue piccole o grandi vendette. Per cui tutti noi conosciamo l’amaro in bocca provato quando, dopo esserci vendicati, siamo piu’ infelici di prima.
Vendicarsi crea un circolo vizioso che e’ poi molto difficile interrompere. Saggio e’ colui che agisce come Davide, e confonde il proprio nemico trattandolo con deferenza e rispetto. E’ una lezione molto difficile da imparare. Forse la metteremo in pratica solo quando avremo due metri di terra sopra la nostra testa… pero’ e’ un dato di fatto: le faide, le lotte intestine all’interno delle famiglie, dei gruppi e delle comunita’ nascono soventissimo a motivo di invidia e gelosia, e si perpetuano in eterno perche’ ci si vendica continuamente e subdolamente… e tutto questo aumenta l’infelicita’.
Davide ha avuto fiducia quando si e’ presentato disarmato di fronte a Saul, mostrandogli il tessuto reciso. Saul avrebbe potuto ordinare agli arcieri di ucciderlo. Questa e’ un’altra grande lezione che David ci offre. Quanto difficile e’ ritrovare la fiducia in qualcuno che ci ha feriti colpendoci alle spalle. In Kimeru c’e’ un proverbio che dice: “la fiducia e’ come la verginita’: quando l’hai persa, e’ praticamente impossibile recuperarla”.
Forse questo adagio africano e’ leggermente eccessivo perche’, con il tempo, i rapporti si possono probabilmente recuperare: ciononostante esprime un punto basilare. Frantumare la fiducia nel cuore di una persona richiede un attimo: basta una parola, una insinuazione, una calunnia, un’azione cattiva alle spalle. Recuperarla richiede il lavoro di anni.
Nelle pagine che vi ho citato c’e’ poi una storia parallela e bellissima: l’amicizia tra Davide e Jonathan, figlio di Saul.
E’ un’amicizia forte, senza tentennamenti, fedele e perseverante: Davide pianse amaramente quando Saul e Jonathan furono uccisi in battaglia. La morte del figlio del Regnate avrebbe dovuto rallegrarlo, perche’ gli apriva la strada per una ascesa al trono senza rivali. Ma l’amicizia tra i due era sempre stata sincera e mai macchiata da interessi di potere e da gelosia.
Jonathan ha piu’ volte aiutato Davide a sfuggire alla mano proditoria di Saul, ed ha interceduto presso il padre per il perdono dell’amico.
Davide, lamentando la morte di Jonathan, non temette di usare parole forti: “ la tua amicizia mi e’ piu’ cara dell’amore di una donna”: queste affermazioni hanno anche portato certi ambienti, chiaramente di parte, a considerare la loro relazione omosessuale. Io non penso che fosse cosi’, perche’ anche io credo nella amicizia pura, che puo’ essere piu’ forte della morte. Sono totalmente in sintonia con il proverbio nostrano che ci ricorda: “chi trova un amico, trova un tesoro”.
Un amico sincero e’ un balsamo che cura molte ferite; un consigliere che spesso ci aiuta a risolvere situazioni intricate; un sostegno sicuro nel momento della difficolta’, perche’ l’amico vero “si vede nel momento del bisogno”.
Abbiamo bisogno di amicizie forti, vere e durature, e dobbiamo ringraziare Dio quando, nella sua bonta’, ci offre una persona cosi’ vicina a noi, come Jonathan lo fu per Davide.
Come ho detto all’inizio, mi pare che la storia di queste tre persone del Vecchio Testamento possa dare indicazioni anche per noi che viviamo nel 2010; e credo che il discorso fatto finora  non sia sconnesso dal tema generale del blog.
Anche in Africa; anche nei posti in cui si cerca di spendere la vita per i bisognosi, la gelosia e’ in agguato, e puo’ far marcire anche i frutti piu’ belli.
Anche in una Missione o in una ONG, i membri possono trovarsi coinvolti in faide che non sono altro che inutile dispendio di energie, che potrebbero invece essere meglio impiegate nel pianificare gli interventi per chi soffre.
Anche qui abbiamo bisogno di reimparare il perdono, per evitare i cicli di continue vendette che ci rendono solo piu’ infelici, giorno dopo giorno.
Anche noi dobbiamo sempre cercare di raccogliere i cocci del nostro cuore spezzato da varie incomprensioni, e cercare di non crogiolarci nel vittimismo, ma tentare di recuperare la fiducia negli altri, di cui sempre abbiamo bisogno.
E da ultimo, anche i missionari e tutti coloro che si impegnano sul fronte della solidarieta’ universale hanno bisogno di amicizie sincere, che aiutano a tenere fisso lo sguardo sul fine ultimo per cui stiamo spendendo il nostro tempo e la nostra vita.

Fr Beppe
 

sabato 23 gennaio 2010

Parti cesarei a Chaaria nel 2009

FETAL DISTRESS              154
CPD                                    105
ISS                                          7
PROLONGED LABOUR       28
PREVIOUS SCAR                70
MALPRESENTATION           22
PRE ECLAMPSIA                 10
POST-DATISME                   13
DIVERSE                              22


TOTALE                               431


Abbiamo cercato di suddividere i cesarei eseguiti l’anno scorso a Chaaria, per grandi indicazioni.
La ragione principale per cui abbiamo optato per una soluzione chirurgica e’ stata quella del malessere o distress fetale, cioe’ tutte le condizioni in cui un prolungamento del travaglio sarebbe potuto risultare nella morte del piccolo. I mezzi a nostra disposizione per il follow up non sono molti, in quanto non abbiamo un cardiotocografo, e ci dobbiamo basare unicamente sulla rivelazione estemporanea del battito cardiaco fetale con la trombetta (o stetoscopio ostetrico tradizionale). Se l’attivita’ cardiaca rallenta, accelera o diventa irregolare, l’ostetrica riferisce la paziente al medico per ecografia.
Altro mezzo e’ rappresentato dall’osservazione del liquido amniotico dopo rottura delle membrane: un liquido tinto di meconio per noi e’ una indicazione di distress, e il grado di colorazione del meconio stesso correla con la serieta’ del malessere fetale.
Seconda causa di cesareo in ordine di importanza e’ la disproporzione cefalopelvica (CPD): cioe’ la rilevazione di bacini ossei con configurazione tale da non permettere la nascita. Può essere un canale troppo ristretto, o magari deforme (per esempio a causa di una polio). Da questo punto di vista abbiamo a disposizione due o tre manovre per cercare di misurare i diametri della pelvi. La decisione è comunque sempre molto difficile, e non priva di errori.
Al terzo posto le previous scars, cioe’ le cicatrici da pregresso cesareo: molte cicatrici infatti sono dovute la disproporzione cefalopelvica. Ma anche nei casi in cui il cesareo era stato eseguito per altre ragioni (come una malpresentazione), spesso le gravidanze ravvicinate (magari dopo un solo anno) portano ad un aumento esponenziale del pericolo di rottura d’utero durante il travaglio: al minimo segno di pericolo in questo senso, noi consigliamo alla malata di non continuare con il tentativo di parto naturale dopo cesareo.
Il prolongued labour invece racchiude tutte quelle situazioni in cui travaglio dura troppe ore, con rischio di malessere fetale e di complicazioni materne. Per decidere se il travaglio e’ prolungato, normalmente facciamo uso del partogramma, come anche nei reparti italiani. In caso il follow up ci suggerisca che abbiamo già dato troppo tempo, le opzioni a nostra disposizione sono varie, a seconda della ragione del ritardo: si puo’ incrementare le contrazioni con ossitocina; si puo’ far ricorso alla ventosa ostetrica o al forcipe quando le indicazioni lo permettono… oppure si corre per il cesareo.
Le malpresentazioni che ci portano in sala operatoria sono di diverso tipo: la piu’ importante e’ la posizione traversa del bimbo. Inoltre anche il podalico nella primigravida e’ per noi indicazione al cesareo; le multipare invece le lasciamo travagliare. Ci sono poi altre situazioni, come il caso del feto con presentazione di faccia, o con la fronte al pube della madre. Abbiamo avuto un caso di gemelli siamesi uniti per tutto il corpo, ma non sono sopravvissuti dopo la nascita.
Il postdatismo si riferisce a quelle volte in cui, per motivi sconosciuti, non si instaura il travaglio dopo i normali 9 mesi di gestazione: generalmente proviamo prima con l’induzione delle contrazioni usando misoprostol e ossitocina. In caso di fallimento del parto medico, entriamo in sala.
La pressione alta e’ molto pericolosa in gravidanza. Talvolta poi si associa a gonfiore su tutto il corpo e proteine nelle urine (preeclampsia). Se poi, ai sintomi sopra elencati si aggiungono crisi epilettiche continue parliamo di eclampsia.
Queste complicazioni possono uccidere sia mamma che bambino e la loro gestione e’ spesso molto difficile. Quando la gravidanza e’ a termine, la cosa migliore da fare e’ un cesareo, che salvera’ la vita del bambino, e, rimuovendo la placenta, portera’ ad un graduale miglioramento delle condizioni della madre. A volte si tratta di cesarizzare una donna in coma, con stato di male epilettico, ed in edema polmonare… sono momenti estremamente duri, soprattutto se capitano di notte.
Pochi sono stati i tagli eseguiti in donne HIV positive (ISS nel grafico), allo scopo di prevenire la trasmissione materno-infantile del virus. Le ragioni le abbiamo gia’ discusse nel post di qualche settimana fa dal titolo: “più interventi e meno cesarei”… per cui non mi sto a ripetere.
Tra i 22 casi classificati come DIVERSE, abbiamo inserito le cause piu’ rare: ascessi nel canale del parto, condilomi acuminati, emorragie ante-partum (placenta previa, abruption), gemelli con presentazione sfavorevole, rotture e pre-rotture d’utero.


Fr Beppe

venerdì 22 gennaio 2010

Stai calmo

Antoine è un caro amico. E’ un medico congolese che di tanto in tanto passa ad aiutarci a Chaaria perché vuole incrementare le proprie esperienze cliniche. E’ in Kenya da alcuni anni, ed ha un pesante accento francofono. E’ ancora giovane, ed in questo lo invidio molto. Quello che non gli invidio è tutta quella ingenuità dei primi anni di pratica clinica, quando ci sembrava che ogni cosa dipendesse da noi e che fossimo noi in persona a salvare il mondo. E’ un genio dal punto di vista medico, ma, prima di tornare in Congo a dirigere un ospedale, dovrà certo acquisire anche qualche nozione in più sull’organizzazione del lavoro di squadra.
Oggi Antoine sembra fuori di se’, e corre disperato nell’aula in cui abbiamo appena terminato la lezione per gli infermieri: “e’ arrivata una donna anemicissima. Ha 3 grammi di emoglobina. E’ collassata e la pressione e’ imprendibile.”
“Hai fatto un’eco?”, gli chiedo immediatamente.
Antoine si aspetta la domanda: “Certo! Sono piu’ o meno sicuro che si tratta di una gravidanza extrauterina”.
“OK, ora facciamo le prove crociate; iniziamo la trasfusione; Jesse vede la malata, e poi entriamo in sala”.
“Ma le condizioni sono instabili; dobbiamo prima stabilizzarla con la trasfusione. Non possiamo operare adesso”, interviene Ogembo.
Antoine si fa piu’ ansioso: “l’eco dimostra che lei ha gia’ piu’ di un litro di sangue raccolto in pancia. Piu’ aspettiamo e piu’ continua a sanguinare! Rischiamo di perderla!”
E’ Jesse a risolvere il dilemma: “dobbiamo operare subito; altrimenti la mamma muore! Le sue condizioni emodinamiche sono un problema mio, e non vostro!”.
Onestamente io ne sono felice, e silenziosamente ringrazio in cuor mio il vecchio anestesista, perche’ attendere sarebbe stato un errore grave.
“Bisogna metterle del sangue subito”, riprende Antoine.
Io rispondo che c’e’ un tempo tecnico necessario per il gruppo e le prove crociate, ed in questo campo la fretta e’ una cattiva consigliera: “La donna adesso sta ricevendo liquidi, e puo’ aspettare 5 minuti per lo screening del sangue, non ti pare?”.
“Allora le faccio prendere un’altra vena e prescrivo di mettere un altro flacone di soluzione Ringer. “Guarda, Antoine, che il secondo  accesso gia’ ce l’ha, e, se vuoi, possiamo iniziare una soluzione osmotica anche da quella parte. “Ci penso io”, dice giovane collega sempre piu’ ansioso e agitato. Quando poi se ne ritorna con la sua Ringer, la nostra infermiera ha gia’ messo su la sacca di sangue.
“Allora prendiamo la barella, ed entriamo subito”.
A questo punto, come collega anziano, mi sento in dovere di assumere un ruolo di coordinamento in una situazione che rischia di andare fuori controllo, a causa delle emozioni che crescono in modo esponenziale: Dico a Jesse ed a Kanyua di pensare al trasporto della paziente e poi abbraccio paternamente Antoine:
“Ma stai calmo, mon ami!”
“Eh, come si fa a stare calmo quando la donna sta morendo?”
“Lo so che può succedere, ma ti assicuro che, se siamo calmi, il nostro autocontrollo ci permettera’ di gestire la situazione molto meglio. L’ansia del chirurgo e’ ansiogena e contagiosa: se tu sei spaventato, tutto lo staff perde la testa.
Antoine, la malata non e’ in coma: ci sta guardando… Lei ha il diritto di vederci calmi e pienamente ‘in controllo’… altrimenti si angoscia!
Poi le nostre infermiere: se ci vedono sorridenti e orientate, ci verranno dietro… ma se ci sentono dare ordini sconclusionati, perche’ anche noi abbiamo perso la testa, diventano nervosissime, e non rendono certo al 100%.
Loro hanno diritto  ed hanno bisogno della tua calma. Anche se stai crepando di paura, tu devi essere un distributore di ottimismo. Se l’operatore si abbatte, gli altri si sentono alla deriva” .
Ci guardiamo con uno sguardo complice. Credo che Antoine abbia capito, perche’ si rilassa e mi sorride.
Intanto veniamo chiamati in sala in quanto e’ tutto pronto. Gia’ la malata sta ricevendo la seconda sacca di sangue. L’intervento e’ piu’ facile del previsto, e finiamo in meno di un’ora. In sala siamo calmi e raccolti, e questo si traduce in ottima collaborazione con le infermiere. Non volano parolacce e tutto procede per il meglio. E’ proprio vero che, con nervi saldi e mente lucida, si puo’ fare di piu’ e meglio.”


Fr Beppe

Buon Compleanno Fr Beppe






Rivolgiamo i migliori Auguri di
Buon Compleanno a Fr. Beppe 
che oggi compie gli anni.

Auguri di cuore, da parte dei blogger 
e dai lettori del blog di tutto il mondo...
un grande abbraccio virtuale...


giovedì 21 gennaio 2010

RCU a Chaaria - D and C








MISSED ABORTION
14


INCOMPLETE ABORTION
73


RETAINED PLACENTA AFTER ABORTION
14


RETAIND POC
52


DUB
8


SEPTIC ABORTION
4


RETAINED ABORTION
3


HYPERTROPHIC ENDOMETRIUM
6


DIVERSE
16
 

                                                                             
                                                                              TOTALE                  190


Nel corso del 2009 a Chaaria sono state eseguite 190 revisioni della cavita’ uterina. Per nostra fortuna i casi di aborto provocato, come quello riportato ieri sul blog, sono stati decisamente rari, e non appaiono nella tabella, che invece si riferisce ai soli casi di interesse medico.
Possiamo da subito renderci conto come l’aborto spontaneo sia, in questa parte del mondo, un problema reale e drammatico.
Infatti le RCU (Revisioni della cavita’ uterine – D and C in Inglese) correlate ad aborto includono sia il missed abortion (che in italiano corrisponde all’aborto ritenuto con embrione morto), sia l’aborto incompleto (cioe’ il caso in cui l’embrione e’ stato espulso ma parti di prodotti del concepimento sono stati ritenuti), sia la retained placenta after abortion (cioe’ gli aborti piu’ avanzati del secondo trimestre, in cui la piccola placenta non e’ stata espulsa insieme al feto), sia il retained POC (cioe’ i casi in cui sono state ritenute delle membrane). Su 190 procedure, le indicazioni legate ad aborto sono quindi state 156.
DUB (dysfunctional uterine bleeding) si riferisce a tutte quelle irregolarita’ mestruali originate da insufficienza o sbilanciamento ormonale. E’ la seconda causa in ordine di importanza, ma segue gli aborti a grandissima distanza. Generalmente parlando, la RCU e’ per noi solo un’ultima spiaggia per questo tipo di condizione in cui preferiamo terapie mediche che sono relativamente a buon prezzo per la gente.
Per nostra fortuna la popolazione africana ha un sistema immunitario generalmente molto attivo, ed infatti, nonostante il ritardo con cui spesso le malate si rivolgono al medico, gli aborti settici (cioe’ complicati da infezione) sono stati una esigua minoranza (solo 4 casi).
I 6 casi di endometrio ipertrofico riportati in tabella si riferiscono a donne in eta’ piu’ avanzata (normalmente dopo i 40 anni): in tutte queste pazienti l’esame istologico dopo RCU e’ risultato positivo per carcinoma.
Il gruppo attribuito a cause diverse racchiude patologie un po’ piu’ rare, o situazioni particolari. Abbiamo avuto 5 mole vescicolari, che fortunatamente sono risultate tutte negative per coriocarcinoma; altre volte abbiamo eseguito escissioni di piccolo polipi.
Perche’ tanti aborti spontanei a Chaaria?
La causa piu’ importante e’ sempre la malaria, che, da una parte, provoca febbre alta e di conseguenza contrazioni uterine. Sembra inoltre che il plasmodium colonizzi molto presto il tessuto placentare provocando carenza di ossigeno per l’embrione, che quindi non riesce a sopravvivere.
Molti farmaci antimalarici sono in se stessi causa di aborto, se vengono assunti senza le dovute precauzioni (magari perche’ la donna non sa di essere incinta… vedi amodiaquina o chinino stesso).
Altra causa significativa di aborto e’ l’uso di medicine contro l’ameba ed i parassiti intestinali ingenere: questi prodotti chimici, che le donne assumono senza coscienza di una iniziale gravidanza, provocano gravissime malformazioni nel prodotto del concepimento e aborto spontaneo.
Pensiamo poi alla vita durissima delle donne, ai lavori pesanti da loro eseguiti (come raccogliere l’acqua al fiume, o portare fascine di legname sulle spalle): un tale stile di lavoro spesso causa problemi alla gestazione.
Anche questi piccolo dati ci portano a pensare a quanto grande ancora sia il problema della mortalita’ materno-infantile in Africa, e a quanto lavoro c’e’ ancora da fare in tale settore.


Fr Beppe Gaido