sabato 31 maggio 2008

Ho incontrato Anna e Luca


Oggi sono venuti a trovarmi i novelli sposi di Pavia: Anna, neuroradiologa e Luca, fisioterapista dell'età evolutiva e volontario di Chaaria si sono sposati il 25 aprile scorso.
Essi hanno deciso che il giorno più bello della loro vita, il giorno in cui consacravano il loro amore a Dio, non doveva essere una giornata egoistica o consumistica. Hanno preferito "invitare" al loro matrimonio un povero, come segno e come impegno per il loro futuro.
Invece dei regali, hanno chiesto agli invitati di contribuire a sostenere Elena, la piccola orfana accolta nel nostro ospedale.
Con gioia ho ricevuto la loro offerta che mi ha commosso non solo per la notevole somma di denaro, ma anche e soprattutto pensando che siamo stati e siamo al centro del loro cuore anche nei momenti più entusiasmanti della loro vita.


GRAZIE ANNA! GRAZIE LUCA!
Come sempre, non abbiamo nulla da donarvi in cambio, se non la nostra preghiera. Buona vita e auguri di tanta felicità.

Beppe

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L’Africa non è poi così lontana…


Progetto Adotta un pulcino, aiuta un bambino
Huruma Center


due mesi fa, grazie alla collaborazione di Angela (amica ed insegnante capace di mettere la passione al servizio della professione, avendone naturalmente in mente il senso etimologico e sociale) 47dda9f3ff152d735ace9a6f6028e6eb.jpgsiamo riusciti ad organizzare una presentazione del progetto “Afrikalba per Huruma” presso “l’Istituto Comprensivo di Iseo”, rivolgendoci ai ragazzi di terza media. Come tutti gli eventi simili che l’hanno preceduto, in alcuni istituti di Firenze, Vicenza ed Empoli, l’incontro con i ragazzi è stato ricco di emozioni, domande, sorrisi, vigorosa partecipazione e tanta curiosità. Nei giorni seguenti, spinta da un’idea nata proprio nei ragazzi che hanno preso parte all’iniziativa (circa 80), Angela ha messo in moto la macchina burocratica per realizzare un piccolo progetto; ognuno dei ragazzi d’Iseo voleva, nel suo piccolo, entrare con un gesto concreto nella vita dei propri “compagni di classe” africani. Da qui è nato il progetto “Una nidiata di pulcini per Huruma”, grazie al quale 109 € sono in viaggio verso l’Africa che, detto tra noi, non è poi così lontana! Ad ognuno di loro va il mio profondo grazie,
Mariano

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venerdì 30 maggio 2008

Servire con un cuore di madre


Carissimi amici del blog,

vi invio una mia meditazione, una condivisione del cuore. Non parla esplicitamente di Chaaria, del Kenya o dell’Africa, ma indirettamente lo fa, perché vi aiuta ad intuire le motivazioni di fondo che ogni giorno cerco per andare avanti, per non scoraggiarmi, per crescere in una maggiore dedizione che non sia solo lavorare tanto, ma anche una ricerca costante di qualità nell’accostamento dei poveri che vogliamo aiutare…
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Se veramente il Cottolengo non ha letto nulla di San Camillo de Lellis, allora bisogna ammettere che i Santi sono tra loro collegati da un filo invisibile, che li rende continuatori nei secoli di un pensiero forte che ha origine dallo Spirito Santo e che deve continuare a svilupparsi finchè arriveremo alla fine del tempo, quando Cristo sarà tutto in tutti.
Leggendo San Camillo, mi sembra di ascoltare il Cottolengo: il fatto che tre secoli li separino non li rende per nulla diversi. Affrontano situazioni simili, ed offrono soluzioni direi sovrapponibili.
La cosa più bella per me è riconoscere che entrambi parlano lo stesso linguaggio, insistono sulle medesime idee forza, che sono poi quelle che guidano la mia vita anche oggi.
La stessa impressione l’avevo avuta precedentemente leggendo gli scritti di Madre Teresa di Calcutta, che non cita mai il nostro santo ma esprime la stessa teologia del servizio. Ci sono alcune idee forza che ritornano insistentemente nei due Santi, e che toccano le corde più intime del mio cuore, facendolo vibrare, e spronandomi a continuare con impegno il mio cammino alla ricerca di una “spiritualità del servizio”, che sia un po’ meno “parolaia” e ipocrita, ed un po’ più fattiva. Ve le espongo, senza presunzione di esaustività, e soprattutto con la convinzione che io per primo non so metterle in pratica.
Ciò che sempre mi colpisce, leggendo San Camillo, è l’insistenza sul fatto che dobbiamo servire i poveri con la dolcezza “di tenera madre verso il figlio unico”. Lo trovo bellissimo. Camillo ci vuole madri tenere e completamente donate.
Credo che dobbiamo tutti imparare la tenerezza di una mamma, quando serviamo le persone che soffrono. Essi hanno bisogno della nostra delicatezza, delle nostre carezze, delle nostre attenzioni, non meno che delle nostre medicine o dei nostri interventi chirurgici.
Essere mamme per i pazienti vuole anche dire che quando siamo con loro, essi sono il nostro unico interesse ed il centro di tutte le nostre attenzioni. In essi vediamo il nostro baricentro e la nostra “stella polare” da cui nulla ci deve distrarre. Di Camillo si diceva che, quando “imboccava” un malato incapace di nutrirsi da solo, tutto il suo mondo era in quelle azioni ripetute con amore e dedizione, perchè nel malato egli vedeva Gesù, il Signore e padrone delle nostre vite.
Nella vita di San Camillo ed in quella del Cottolengo ci sono molti episodi simili che diventano sottolineature esistenziali a questo difficile ideale: mi ha particolarmente colpito il quadretto di San Camillo che, mentre sta imboccando un malato con la massima devozione, viene chiamato a colloquio dal Superiore Generale dell’ospedale Santo Spirito. Camillo non ha dubbi di sorta e manda a dire al porporato: “mi scusi, Monsignore, ma devo prima finire di nutrire questo mio Signore e Padrone”. La similitudine con l’episodio di Doro nella vita del Cottolengo è quanto meno affascinante: il nostro Santo stava giocando a bocce con un handicappato mentale gravissimo, e viene informato che in portineria un Vescovo desidera vederlo. Il Cottolengo non si scompone: “Dite a sua Eccellenza di aspettare che la partita finisca. Non vorrei mai che questo gentiluomo si offendesse”.
C’è poi il continuo ripetere di San Camillo ai suoi compagni: “questi vermi, queste piaghe così puzzolente sono i nostri tesori, sono la nostra via per andare in Paradiso, sono la nostra liturgia quotidiana... non sono i malati che puzzano; è il peccato che puzza. I malati sono le nostre delizie; essi sono il nostro Signore Gesù Cristo in persona”. In sintonia con il principio appena esposto, c’è la stupenda definizione che Camillo ha della preghiera: “I nostri mattutini e le nostre ore canoniche sono l’assistere e vigilare così di notte come di giorno negli ospedali”, ed il Cottolengo, che senza conoscere il de Lellis, ci insegna: “La vera devozione della Piccola Casa è recitare le orazioni comuni e poi impegnarsi corpo ed anima al servizio dei più poveri... non fatevi chiamare due volte, ma siate come sulle ali della carità per volare al servizio dei nostri malati”.
Nei due Santi anche la fede nella Divina Provvidenza è molto simile, ed episodi gustosi possono essere citati dalla vita di entrambi. Tutti sappiamo di quel giorno in cui la suora della cucina dice al Cottolengo che non c’era farina per cucinare, ed il santo insiste di far bollire l’acqua perchè a tempo debito il Signore avrebbe provveduto; oppure di quel giorno in cui il cantiniere dice che non c’era più vino e quindi sarebbe stato opportuno togliere la razione quotidiana ai sani per lasciarne una quantità sufficiente per i malati. In entrambi i casi il nostro fondatore invitava ad aver fede, ed infatti all’ultimo momento arrivava un carro colmo di quanto era necessario, o veniva trovata un’offerta nella cassetta delle elemosine che fino a qualche momento prima era stata completamente vuota.
Ecco quanto ho trovato nella vita di San Camillo de Lellis: “Un giorno, all’ora di pranzo, Padre Positani fa notare al Generale, che è lì in visita, che sulla tavola non c’è nemmeno il pane.
- Cosa devo fare?
- Quando è l’ora fate suonare la campanella e mettetevi a tavola, perché Dio provvederà – è la risposta di Camillo.
- Quando i Religiosi entrano in refettorio, lanciano un’occhiata mesta sulla tavola alla vana ricerca di un pezzo di pane. In quel momento qualcuno suona alla porta. Si va ad aprire. La vice-regina manda pane in abbondanza ed altre vivande. Camillo, quel giorno, non ha bisogno di preparare troppo la predica. Argomento obbligato: la Provvidenza di Dio.” (cfr A. Pronzato. Un cuore per il malato. Gribaudi. Pag 347).

Sono poi profondamente affascinato anche da un altro aspetto che potrei chiamare: il chiodo fisso. Entrambi i Santi ne hanno uno, che seguono con costanza tutta la vita.
Camillo de Lellis lo chiama “pensiero-seme”, mentre il Cottolengo ci dice di avere sempre “una cosa in mente”.
Entrambi hanno una intuizione, che poi seguono costantemente e al di là di tutte le difficoltà: è la chiamata alla carità che diventa il perno, la stella polare della loro vita, anche se nessuno dei due sa bene dove questo chiodo fisso li avrebbe portati. Per Camillo ci sono state sofferenze inimmaginabili: la sua intuizione e l’intenzione di fondare una comunità di “Ministri degli Infermi” stata bocciata dal padre spirituale San Filippo Neri, che addirittura ha dato le dimissioni da suo confessore. Molti in Vaticano lo criticavano, ma lui andava avanti come un bulldozer. Addirittura è stato sconfessato dai suoi figli sul suo modo di intendere il servizio, ed ha dovuto rinunciare alla carica di Superiore Generale quando era ancora in vita. Lo consideravano un testone, un illetterato ed un disobbediente, ma lui ha chiaro in mente il fatto che è al pensiero-seme che deve obbedienza. Anche per il Cottolengo è stato spesso difficile: l’opposizione dei Canonici ai suoi piani riguardanti la Volta Rossa. La chiusura della medesima, quando a Torino imperversava il colera, l’inchiesta ministeriale riguardante i debiti della Piccola Casa. A chi gli chiedeva spiegazioni per quanto stava facendo, il nostro santo non sapeva rispondere altro che: “ seguo le ispirazioni della Divina Provvidenza”.
Camillo veniva definito una “testa ferrata”, ossia un testardo: pure in questo mi sento molto ispirato, e credo che dobbiamo anche noi avere il coraggio della cocciutaggine.
Spesso i nostri tentativi di fare il bene vengono accolti da opposizione, critica, gelosia ed anche calunnia; la tentazione dello scoraggiamento e del “non far più niente” sono sempre in agguato, come un leone accovacciato alla porta del nostro cuore.
Camillo, quando veniva accusato di disobbedienza, rispondeva che lui doveva seguire il pensiero donatogli da Dio… ed il Cottolengo, quando accusato ingiustamente ed anche malmenato fisicamente ripeteva: “ Coraggio, ai Santi ne hanno dette di peggio”.
Avere un chiodo fisso costituito dalla carità senza limiti è senz’altro un grande dono di Dio a cui anche io aspiro, guardando a questi due motori trainanti e modelli ispiratori.
Anche io cerco la stella polare, il sole attorno a cui far girare tutta la mia vita: anche a me pare che la dedizione totale al Signore, servito e contemplato nel povero sia la strada che Dio ha preparato per me come progetto di vita sempre in divenire.
Un’ultima suggestione mi viene dal fatto che Camillo nella sua maturità abbia deciso di non dormire più in comunità, ma in una stanzetta adiacente al reparto nell’ospedale Santo Spirito. Anche il Cottolengo, durante l’ultima epidemia di tifo petecchiale, dormiva su una sedia sempre pronto alle chiamate notturne: l’ideale dell’immersone totale con i poveri. Lo so che umanamente non è possibile, se non per gente speciale come loro. Lo so che abbiamo anche bisogno della comunità, però che impressione!!! Essere con Gesù presente nel povero che chiama, per 24 ore al giorno. Ricordo quando a Torino dormivo con i Buoni Figli (= handicappati mentali gravi, nel gergo cottolenghino), in quanto non c’era assistenza notturna: che esperienza dura, soprattutto per chi come me ha il sonno molto leggero; ma che bello pensare di essere sempre lì, a loro completa disposizione, di giorno e di notte.
Questi miei piccoli cenni sono come una condivisione di anima: sono attratto da questi ideali, e nello stesso tempo me ne sento così lontano. Credo comunque che valga la pena di provare anche noi, almeno per quel tanto che le nostre forze ci consentiranno di raggiungere. Forse non saremo mai come il Cottolengo o Camillo, ma “il Signore guarda all’intenzione” e allo sforzo di dare sempre tutto.
Il fatto che San Camillo, il Cottolengo, Madre Teresa parlino lo stesso linguaggio della carità, pur senza conoscersi, è per noi molto incoraggiante: ci dice che la “Buona Notizia” della carità è in grado di cambiare la vita di un discepolo, sia nel sedicesimo, come nel diciannovesimo, come nel ventesimo secolo. Chissà se per me il Vangelo della carità vissuta fino al sacrificio della vita, ha ancora un senso ed un valore oggi!
Gli esempi che ho citato sono comunque un grandissimo incoraggiamento: mi dicono che le parole di Gesù sono vere. Veramente Lui è con noi tutti i giorni, fino alla fine dei tempi.
Ciao. Fr Beppe Gaido
Chaaria/Bruxelles 28/05/08

PS: Partirò per Roma domenica mattina. Il mio io numero telefonico è
+39 338 3940303.


giovedì 29 maggio 2008

In Italy again

Carissimi amici,
eccomi di nuovo a Torino, dopo un viaggio direi molto impegnativo, ma anche affascinante. Le sensazioni che provo sono contrastanti, dalla gioia di riabbracciare mia sorella ed i nipotini, alla forte nostalgia per i miei malati ed i miei amici di Chaaria.
Eravamo partiti dall'ospedale alle 11.30 di martedì 27: non ce l'avevamo fatta a muoverci prima a motivo del solito cesareo dell'ultima ora. Il percorso fino a Nairobi è stato duretto come sempre, sia per lo sterrato che in questo periodo non è nelle migliori condizioni, sia perchè abbiamo dovuto passare per Korogocho slum, a vedere una persona. Era la prima volta che ci entravo dopo le violenze di fine anno... quanta povertà, quanto sovraffollamento. Gente ovunque; viabilità impossibile sia per la marea umana, sia per il perenne scolo di acque fognarie che invadono i profondi buchi nell'asfalto; cumuli enormi di rifiuti lungo la strada, su cui si aggirano, insieme agli avvoltoi, molti poveracci alla ricerca di qualcosa da mangiare. E pensare che siamo a poche centinaia di metri dal quartiere Kasarani, dove vedi le vetture toyota di ultima generazione!
Siamo arrivati all'aeroporto all'ultimo momento, in quanto un incidente stradale ha bloccato lungamente la circolazione, in una città dove già normalmente è caotico muoversi.


In aereo tutto bene, a parte una forte stretta al cuore quando ho saputo che il nostro velivolo era pieno di profughi somali che avevano ottenuto asilo politico in Belgio: erano forse 200. Li ho visti all'imbarco: facce spaesate, bambini sulla schiena delle donne rigorosamente coperte con veli e chador; foulards con le insegne delle Nazioni Unite; ognuno di loro con una borsa di nylon contenente, penso, quanto l'ONU aveva loro assegnato. La loro vista mi ha fatto ripensare a tutte le sofferenze delle popolazioni africane, e mi ha ispirato una preghiera di ringraziamento.
A Bruxelles abbiamo avuto una attesa di circa 12 ore per la connection con Torino: ma non è stato per niente male. Mi sono reinventato come turista. Ho trovato immediatamente l'ufficio informazioni, e mi sono abbandonato ad una giornata di svago spensierato: nessuna differenza tra e me e le migliaia di Giapponesi che fotografavano proprio tutto. E' stato proprio bello; fortunatamente c'era il sole ed ho potuto immergermi in un bagno di arte gotica e rinascimentale nel centro storico davvero carino della Capitale d'Europa. Sono arrivato all'aeroporto appena in tempo per schiacciare un sonnellino di mezz'ora sdraiato sulla panchina del "gate": ero in mezzo a professionisti seriosi con la loro valigetta 24 ore ed i loro computers palmari, ma in fondo nessuno mi conosceva, e, visto che di spazi a sedere proprio non c'era carenza, ho deciso di non pensare alla forma, visto che i miei occhi si chiudevano. Ci siamo imbarcati per Torino su un aereo che era grosso forse come un pulnman, e
non era neppure pieno... e prima delle 21 ho potuto abbracciare i miei cari, i Fratelli che sono venuti ad accogliemi, e Renata che ha deciso di rappresentarvi tutti nel farmi sentire di nuovo a casa.

Ciao. Fr Beppe Gaido


mercoledì 28 maggio 2008

Eunice, una mamma forte

Carissimi amici,

Tante sono le figure femminili che mi hanno profondamente colpito negli anni della mia presenza qui a Chaaria. La donna africana è come un monumento di pazienza, di laboriosità e di fedeltà di cui non puoi che essere profondamente impressionato.

Spesso, guardandomi intorno, quasi mi vergogno di essere un uomo, considerando lo stile di vita medio del cosiddetto “sesso forte”.

Desidero presentarvi una storia che mi ha molto aiutato ed incoraggiato. Tale vicenda non riassume certamente la complessità di una realtà in cui il vero pilastro della società è la donna, ma dà qualche idea di fondo sul valore e sull’operato delle “mamme”, che sono quelle che si alzano al mattino prima di tutti, vanno a mungere la mucca quando è ancora buio, preparano la colazione per il marito ed i figli ancora addormentati, accompagnano i bambini a scuola e vanno nei campi con la “panga” a fare tutti i lavori necessari, tornano a casa la sera a lavare la biancheria e preparano la cena al marito e ai piccoli.


Sono stato profondamente colpito da Eunice, una donna forte sotto molti punti di vista. La conosco da molti anni. E’ stata una delle prime donne a partorire a Chaaria: era il 1998 ed io ero qui da poco. Siccome lei era (ed è!) un’ infermiera del nostro staff, ho fatto di tutto per dirle di andare a partorire a Nkubu, dove avrebbe trovato una sala operatoria, una sala parto attrezzata e personale con una lunga esperienza. Io ero alle prime armi, non avevo neppure una sala parto, avrei dovuto trasportarla in un altro ospedale in macchina su strade pessime se la situazione si fosse complicata. Nonostante tutto questo Eunice ripeteva con fermezza che aveva deciso di farsi seguire da me e che aveva piena fiducia, per cui da qui non si muoveva. Il bambino in effetti è nato bene, anche se con molta ansia da parte mia, dato che lei non riusciva a spingere ed abbiamo dovuto fare qualche manovra a dir poco avventata, ma il Signore ci è stato vicino ed il neonato non ha subito alcuna complicazione.

Anche per il secondogenito si è ripetuta una storia simile: Eunice rifiuta di andare a Nkubu, ma purtroppo questa volta il travaglio si complica. Distress fetale, rischi di sopravvivenza per il feto. Ancora una volta mi rivolgo a Eunice e le dico che lei doveva essere sottoposta a Taglio Cesareo, e siccome erano i primi tempi per me, io le consigliavo nuovamente Nkubu. Mi facevo forte anche del fatto di non avere un anestesista. Ma ancora una volta Eunice è stata irremovibile: “se avessi voluto, sarei andata a Nkubu anche prima di farmi ricoverare qui. Se c’è da fare l’operazione, desidero che sia tu a operarmi!”. Eunice lavora da noi, e come si sa, è proverbiale che quando si opera su parenti ed amici, ci si debba aspettare tutte le complicazioni di questo mondo. Ho quindi fatto l’intervento con una tensione inaudita che faceva da contrasto alla calma e serenità della mamma, che è stata bravissima non solo durante l’operazione ma anche durante tutto il decorso post-operatorio. Il Signore ha protetto Chaaria ancora una volta e Eunice è andata a casa senza problemi cinque giorni dopo l’operazione.

Pochi giorni fa il secondo figlio di Eunice è stato colpito da una forma molto grave di malaria che tra l’altro gli causava diarrea profusa ed importante disidratazione.

Abbiamo cercato una vena per ore, senza successo. La tensione era evidente nell’aria, dal momento che tutti temevamo che il piccolo morisse prima che noi fossimo in grado di infondere alcun farmaco. Dopo aver fallito anche l’incannulamento della vena giugulare e della femorale, ho preso la decisione che Eunice doveva andare a Nkubu, visto che là c’è un chirurgo capace di cercare una vena della caviglia con una operazione che si chiama “cut down”. Io non avevo mai visto quell’operazione e quindi non potevo certo fare l’apprendista stregone.

Questa volta la mamma, evidentemente angosciata, ha accettato la mia proposta ed ha apprezzato la mia umiltà, in quanto apertamente le ho detto che non ero capace di fare il “cut down”. Purtroppo però anche là il calvario è continuato. Hanno tentato di nuovo di trovare una vena periferica, seviziando ancora la creatura per un giorno intero. Il giorno seguente hanno finalmente deciso per l’operazione. Eunice è rimasta fuori dalla sala operatoria per varie ore, e poi quando il bambino è uscito, le hanno detto che non erano riusciti. Rimaneva il problema di un bambino disidratato senza accesso venoso per i liquidi tanto necessari al suo corpo.

La disperazione della mamma era ormai giunta al punto di ripetere con Giobbe: “Dio ha dato, e Dio ha tolto. Sia fatta la Sua volontà”. Eunice aveva ormai deciso di abbandonarsi alla terribile ed ineluttabile situazione di suo figlio condannato a morire disidratato. Mi diceva che avrebbe voluto scappare, ma c’era come una forza che la teneva inchiodata al letto del suo bambino. Avrebbe voluto urlare, ma le lacrime le si fermavano in gola.

Ad un certo punto, un’ infermiera del reparto che aveva studiato con Eunice, le dà in mano un ago cannula e le dice: “Adesso tocca a te. Provaci finchè ci riesci, ma non dirlo alle altre infermiere perchè è contro il regolamento che un paziente prenda le vene”.

Eunice è stata bravissima. Si è mantenuta fredda, ed ha resistito alle terribili emozioni che una mamma può provare mentre buca le braccia e le gambe del proprio figlio con un ago, ben sapendo che tutti gli altri avevano già “gettato la spugna”. Ed il Signore ha premiato la sua forza di volontà. Dopo vari tentativi, Eunice incannula una vena, che rimane funzionante per vari giorni. Al bambino si fanno rapidamente tutte le cure richieste e nel giro di una settimana si riprende completamente.

Ora Eunice è tornata a lavorare. E’ radiosa e piena di riconoscenza. Le ho chiesto che cosa ha imparato da questa esperienza. Lei mi ha detto: “Ho imparato ad essere più attenta e disponibile al pianto disperato delle mamme che qui a Chaaria perdono i loro bambini. Veder morire il proprio piccolino è una esperienza terribile, e noi spesso non diamo tempo alle donne che piangono. Ci limitiamo a dire loro che non devono fare così, che ci sono altri che soffrono in ospedale… e poi scappiamo con la scusa che abbiamo tanto da fare. Ma si sta tanto male, e dobbiamo diventare più disponibili a questi aspetti di sofferenza. Dobbiamo lottare contro il cinismo che spesso è un nostro nemico di cui neppure ci rendiamo conto”.

Ecco la storia di Eunice, una mamma forte come tante, una colonna da cui tutti noi possiamo imparare qualcosa. Ciao. Pregate anche per me.


Fr Beppe


martedì 27 maggio 2008

Photobucket

Sabato scorso ho ricoverato Monica Kiende, una bellissima bimba di 9 anni con caratteristiche somatiche vagamente somale. Al vederla subito mi ha ricordato Stella. Era magrissima, tanto che le si potevano contare tutte le ossa; la sua bocca era coperta di ulcere e di materiale biancastro che le impedivano sia di nutrirsi che di bere. Era molto disidratata. La mamma mi diceva che aveva diarrea da tre mesi ininterrottamente, e che vomitava tutto quello che cercava di deglutire. La sua pelle dall’aspetto vecchieggiante era coperta di macchie di colore scuro. Monica era debolissima, teneva gli occhi semichiusi e reagiva appena agli stimoli. I primi esami clinici sono stati spietati: il test HIV era positivo sia per la paziente che per la madre. Dare la notizia è stato, come sempre, durissimo: avrei preferito fare 10 cesarei piuttosto che spendere quegli interminabili 30 minuti a parlare con quella donna disperata. Lei mi ha detto di essere sola, perché il marito era morto già da due anni, e prima del consorte era morta anche la secondogenita. Non sapeva di cosa erano mancati. Al dispensario dove si era recata entrambe le volte parlavano sempre e solo di malaria. Da allora era rimasta sola cercando di prendersi cura dell’unica figlia rimasta, la quale però diventava sempre più gracile e molto spesso tanto malata da non poter andare a scuola.
Da tre mesi era successo il tracollo: Monica aveva iniziato con una diarrea acquosa, persistente ed invalidante: aveva smesso di camminare perché troppo fragile. La mamma l’aveva portata in molti dispensari e sempre aveva ricevuto la stessa risposta: ameba.
Alla fine ha deciso di iniziare il viaggio della speranza a Chaaria, nella fiducia che noi avremmo fatto il miracolo. Ma era troppo tardi per la bimba. Ho fatto il test dei globuli bianchi che erano talmente bassi da essere vicini allo zero. Ho quindi tentato la terapia salvavita: tanti fluidi (tra l’altro tutte le sue piccole vene erano collassate ed abbiamo dovuto ricorrere ad un vaso trovato quasi per caso sulla tempia di destra); correzione dei valori di glucosio nel sangue; terapia antiretrovirale per l’HIV.
Ma Monica guardava con occhio sempre più spento e privo di lacrime; non era neanche più in grado di sbattere le ciglia. Ho raccomandato alla mamma di fare attenzione alle mosche, che insistentemente si posavano sulla congiuntiva della poveretta senza che lei potesse allontanarle. La donna era pietrificata. Continuava a pregare in una lingua che non comprendevo. Poi quando la piccola ha deciso che era il momento di andare in cielo la mamma si è messa a gridare di disperazione e a rotolarsi sul pavimento dello stanzone di pediatria. Ho cercato di calmarla. Mi sono seduto vicino a lei sul letto dove ancora giaceva la sua unica figlia: ora era distesa e sembrava sorridere. Ho cercato di dirle che adesso la sua bimba non avrebbe più sofferto e che l’avrebbe aiutata dal Paradiso, ma lei mi ha guardato con occhio quasi violento e mi ha detto che io non potevo capire il suo dolore. Io le ho chiesto perché mi aveva detto quella frase dura. E lei, tornando a piangere disperata, mi ha urlato: “Perché Monica non ti è entrata nella pancia!”… Per me quella frase è stata una legnata difficile da digerire, ma salutare: io non posso capire fino in fondo le mamme che perdono un bambino, perché questi per me sono solo pazienti, e non “carne della mia carne”. Essi fanno sì parte di me, ma in fondo io non ho sofferto per metterli al mondo, non ho speso notti insonni quando erano piccoli e non riuscivano a dormire, non ho fatto piani sul loro futuro…
E’ proprio vero che “un dolore che ti passa per la pancia” ha delle dimensioni difficili da comprendere dall’esterno. Devo accettare questo mio limite, ed allo stesso tempo impegnarmi sempre di più nella condivisione delle sofferenze altrui che piano piano vorrei far mie.
Mi rendo conto che la scelta di incontrare Dio negli ultimi, negli ammalati è una delle poche sicurezze che mi sono rimaste. O ricomincio sempre di lì, nella dedizione gratuita di un servizio quotidiano, o rischio di perdere in modo definitivo il senso di Dio e dell’uomo. O riparto da lì, con umiltà, accettando i miei limiti riscattati dall’amore che cerco di dare, o sono destinato a perdere la fede. Ma ce la farò. La vita che ci viene data proprio da coloro che sono i perdenti, che sono avvolti dal silenzio dei senza voce, una vita che, incarnata nell’umano, lo supera in ogni istante, è il nostro alimento quotidiano.
Mentre sono ancora assorto in questi pensieri, la mamma di Monica mi dice che vuole iniziare la terapia per l’AIDS. Questo è davvero bellissimo, perché significa che ha ancora voglia di vivere e di pensare al futuro. Mentre le assicuro che le daremo le medicine che la faranno star bene ancora per molti anni, lei, con un cenno della mano mi indica un’altra bimba, più o meno coetanea della sua: è seduta nel letto a fianco, sorride in modo un po’ ebete, e chiaramente ci fa comprendere che vuole venirci vicino. Io la chiamo e la faccio sedere a fianco del corpicino senza vita di Monica. Lei mi fa le coccole e continua a fissarmi con un sorriso desideroso di affetto. E’ Kawira, una paziente di 8 anni che era stata portata a Chaaria in stato comatoso. Le avevamo fatto il chinino in vena ma lei era rimasta priva di coscienza per molti giorni. Poi aveva iniziato a migliorare fino alla completa ripresa… Purtroppo però la malaria cerebrale le aveva lasciato il marchio, e l’aveva ridotta allo stato di una povera handicappata mentale. Da quando i parenti si erano accorti che la piccola non era più normale, si erano dati alla fuga… ed ora Kawira è con noi da più di un mese. Nessuno viene a trovarla, e lei gironzola per l’ospedale in cerca di coccole. Roberto si era affezionato molto e l’aveva soprannominata affettuosamente “fantasmino”, sia a motivo del suo volteggiare leggero per la stanza, sia per il suo sguardo un po’ vuoto ma sempre bisognoso di una carezza.
Ora le avevo davanti tutte e due: Monica, terribilmente voluta da una mamma ormai sola, non ce l’aveva fatta; Kawira invece era ritornata dal coma, ma ora che “era segnata dalla malattia” non la voleva più nessuno. Che mistero la vita: ho davanti una madre disperata che non è riuscita a salvare la figlia; e vicino a lei ho una bimba che non ha più la mamma soprattutto perché questa ha deciso che non avrebbe più voluto una figlia cerebrolesa.
Sempre più confuso, decido di accompagnare Kawira in un’altra stanza dove tra poco Silvia le farà il bagnetto; io invece vado in ambulatorio e procuro le medicine per la mamma di Monica, che mi chiede di lasciare l’ospedale immediatamente perché deve camminare ore ed ore e vuole essere a casa quando è ancora giorno. Prima di congedarla e di darle l’appuntamento per la visita successiva, provo a fare la domanda di rito: “dove seppellirai tua figlia?”… la risposta è stata proprio come me l’aspettavo: “e dove vuoi che la seppellisca; non ho neppure un pezzo di terra dove metterla, perché alla morte di mio marito, i suoi fratelli si sono spartiti il nostro piccolo appezzamento di terreno, e io sono stata costretta a tornare dalla mia vecchia madre. Seppelliscila qui in ospedale insieme agli altri bambini!”.
Anche questo è un altro dramma: la totale assenza di diritti delle donne che in Africa non hanno alcuna possibilità di ereditare e che spesso alla morte dei mariti, o in caso di divorzio, sono totalmente sul lastrico.
Con questi pensieri mi avvio nuovamente alla salma. La voglio comporre adeguatamente e desidero accompagnarla io alla camera mortuaria. Kawira ancora mi segue: eh sì, siete proprio due angioletti, uno già arrivato in Paradiso e l’altro qui in terra a prepararselo. Che fortuna per me avervi incontrato.

Fratel Beppe Gaido


lunedì 26 maggio 2008

Faccio un salto in Italia

Carissimi amici, oggi la giornata è stata pesante e la mia testa è quasi vuota. Credo che stasera il mio EEG sarebbe piatto, ma come ben sapete, da buon medico, io ho paura di tutti gli esami e di tutte le terapie soprattutto se intra-muscolo.

Solo alcune informazioni:
domani parto per Nairobi, e a mezzanotte avrò l'aereo per Bruxelles, dove poi mi fermerò l'intera giornata insiema a mia mamma che ritorna con me in Italia. Arriveremo a Torino il 28 Maggio sera alle ore 21.
Sarò in Piemonte solo due giorni, perchè la ragione del mio viaggio è un Convegno che la Congregazione dei Fratelli ha organizzato a Roma. Non credo che riusciremo a vederci, perchè, se ho un po' di tempo, vorrei dedicarlo a stare qualche ora a casa da solo con i miei.
A Roma avremo un seminario di una settimana, da domenica 1 giugno a sabato 7. Il 1° giugno incontrerò e conoscerò gli amici della Capitale, che finora hanno lavorato veramente sodo, e molti di loro neppure mi conoscono. Il 7 giugno sera riparto per l'Africa direttamente da Fiumicino, volando su Addis Abeba, e raggiungendo Nairobi in tempo record. Spero di essere in Kenya per mezzogiorno e a Chaaria prima di notte. Confido totalmente in Nadia sia per la conferma del mio biglietto, sia per essere accompagnato al terminal.
E' una cavalcata veloce, ma sarà uno stacco benefico, in quanto ho le batterie un po' scariche, e poi mi darà la possibilità di conoscere tanti sostenitori del Centro Italia, e non ultimo mi riporterà a Roma, la città di cui sono innamorato.
Non so ancora il mio numero in Italia.

Lo scriverò sul blog appena mia sorella mi avrà dato il telefonino.

Ciao. Un forte abbraccio.
Fr Beppe
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domenica 25 maggio 2008


E’ notte fonda. Sono davvero stremato. Guardo l’orologio e sono ormai le 2. Quando penso che fra 4 ore già devo alzarmi per Messa mi sento male. Allo stesso tempo so che non potrei dormire se andassi a letto subito perché la mia testa è troppo piena e quasi scoppia. Forse questo sarebbe il momento giusto per una sigaretta, ma siccome non fumo preferisco inoltrarmi un po’ verso il bananeto, lontano dalle luci al neon dell’ospedale, per contemplare un po’ il cielo stellato. Stanotte ci sono migliaia di stelle che brillano ancor più perché la luna sta appena sorgendo all’orizzonte ed appare come un disco enorme di color arancione.

Che giornata oggi! E’ davvero una battaglia continua tra la vita e la morte. Qualche volta vince la vita, ma spesso la morte ci ricorda che noi non siamo onnipotenti e che la vittoria finale sarà solo alla fine dei tempi. E’ come se il Signore ci mandasse dei messaggi continui che ci aiutano a sentirci umili: magari eravamo soddisfatti di noi stessi e pensavamo di essere in grado di far fronte ai molti problemi di salute che falcidiano la nostra povera gente. A volte la tentazione di essere orgogliosi di noi stessi può far capolino nel nostro cuore, ma poi capita qualche disastro e ti sembra di non essere più capace di fare nulla, vorresti lasciar perdere tutto e corri il rischio dello scoraggiamento.
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La giornata è iniziata prestissimo. Erano le 5 quando Concetta è venuta a bussare alla mia porta. Non riuscivo a svegliarmi, visto che il precedente cesareo era finito a mezzanotte. Concetta da fuori continuava a bussare come l’amico importuno del Vangelo. Ho vinto la stanchezza ed ho risposto. Lei mi ha detto di correre perchè c’era un caso di maternità con la mamma in coma. Mi ha detto che le condizioni generali erano così scadenti, che la paziente avrebbe potuto morire in pochissimo tempo. Mi sono vestito in 3 minuti e sono corso, dimenticandomi persino gli occhiali. Non era quello che mi aspettavo. Credevo fosse un caso di gestosi, e pensavo di dover fare un altro cesareo. Invece mi sono trovato davanti una giovane donna in stato di agonia. Repirava appena: noi medici diciamo che aveva “gasping”, che in parole semplici significa quel modo di respirare degli ultimi minuti.
Aveva una placenta ritenuta ed aveva sanguinato tutta la notte. Infatti aveva partorito per strada mentre cercava di raggiungere una maternità in Tharaka. Donne di buona volontà l’avevano aiutata nel parto, ma erano forse inesperte e non avevano legato bene il cordone ombelicale. Quando la mamma raggiunse la suddetta maternità, le fu detto che loro non potevano gestire il suo caso perché non avevano possiblità di dare anestetici per togliere manualmente la placenta, e poi non avrebbero potuto trasfonderla. Quella struttura non aveva né auto né autista, per cui il marito si è trovato nella necessità di portare la mamma sul retro della bicicletta. Il parto era avvenuto verso le 22, e la mamma era giunta a Chaaria alle 5 di mattina, quasi completamente esangue. Ci siamo attivati. Abbiamo trovato la vena femorale, e l’abbiamo trasfusa velocemente. Abbiamo rimosso la placenta e pian piano la mamma si è ripresa, ha cominciato a parlare e sembrava completamente fuori pericolo. Ha chiesto della sua bambina, ed è stata felice di sapere che la bimba era in perfette condizioni. Ha iniziato a mangiare qualcosa e non la finiva più di raccontare di come era stata trasportata prima in bicicletta, poi su una cariola e quindi su un “matatu” preso in affitto dal coniuge.
Ero pieno di gioia. Gli occhi si chiudevano per la brevissima notte di sonno, ma il mio cuore era pieno di umana soddisfazione. Avrei voluto andare a colazione e quindi a dormire un po’ prima di riprendere la nuova giornata di servizio, ed invece sono stato chiamato urgentemente in sala parto. Una mamma aveva partorito apparentemente senza problemi, ma il bambino non respirava: ancora una volta erano gli eventi a cambiare i miei piani. Nuovamente in agitazione, si doveva cercare di rianimare quel piccolo neonato che non riusciva a riprendersi. Anche qui il Signore ci ha concesso un momento di soddisfazione umana importante: le nostre manovre infatti hanno rapidamente fatto migliorare le condizioni del paziente, che dopo 45 minuti ha iniziato ad emettere i primi vagiti e poi a piangere vigorosamente. Meno male! Anche stavolta è andata bene. Sembra quindi venuto il momento di fare colazione e di dire almeno una piccola preghiera in Cappella, per ripetere a me stesso e a Gesù che voglio vivere e lavorare per Lui. Ma appena provo a salire in comunità mi viene detto che ci sono ben due cesarei, e che sono urgenti in quanto il feto è in pericolo.
Che fare! Meglio prendere un caffè nel mio studio ed essere pronto appena la sala è pulita e preparata. Il Signore guida la mia mano e per le 12.30 avevamo già terminato il secondo cesareo, e tutti, mamme e bambini, erano in ottime condizioni generali. Uscito dalla sala, pieno di caldo e di sudore, vengo investito da una coda di pazienti “inferociti” che si lamentano perché a loro era stato detto di aspettare con la vescica piena per l’ecografia dell’addome. Molti di loro vengono da Isiolo, che è veramente molto lontano, e sono preoccupati di non riuscire a trovare i mezzi pubblici per tornare a casa.
Si impone quindi un nuovo sacrificio: subito dopo pranzo, dimenticandomi la piccola siesta, si comincia l’avventura dell’ambulatorio, cercando di dare il massimo di attenzione ai problemi di ognuno. Sono spesso problemi complicati, che richiedono tanta attenzione e pazienza. E’ duro soprattutto con le donne che non riescono ad avere bambini. Spesso non è possibile aiutarle, perché i loro problemi sono cronici e praticamente insolubili. Ma come fare a dirglielo? Qui l’adozione non è accettata, e meno ancora lo è tra le popolazioni musulmane di Isiolo. Il marito normalmente si considera immune da problemi dell’area sessuale, per cui è sempre la donna ad essere ritenuta responsabile di ogni tipo di infertilità.
Se la donna non riesce ad avere bambini, i casi sono due: o diventa una seconda moglie, e deve accettare che il marito abbia un’altra partner da cui avrà figli e che quindi riceverà più attenzioni; o spesso viene mandata via (sembra di essere nel Vecchio Testamento!). Tenendo poi presente le tradizioni locali per cui solo i maschi possono ereditare e la donna deve ricevere il sostentamento dal marito, si comprende come una donna ripudiata per infertilità sia in effetti una persona finita: non avrà speranze di risposarsi e non riceverà né soldi né terra o casa dal marito che l’ha ripudiata.
L’ambulatorio è poi reso ancora più stressante dal continuo arrivo di bambini gravissimi, che spesso giungono a noi quando è troppo tardi. E’ il caso di Joy, che per 4 giorni era stata curata con uno sciroppo antibiotico presso il dispensario del villaggio: alla mamma era stato detto che la bambina aveva la polmonite e che questa era la ragione del suo ansimare. In realtà, quando Joy giunse a Chaaria aveva una emoglobina di 3 grammi (praticamente il suo sangue era acqua). Era così collassata che non si trovavano vene, per cui con fatica avevo incannulata la giugulare: iniziava una corsa contro il tempo. Il suo gruppo era 0 positivo e non avevamo sangue compatibile in ospedale. Abbiamo chiesto alla mamma di donare, ma lei ci disse che era nuovamente incinta. Non rimaneva che scegliere un donatore altrove. Abbiamo chiesto ai volontari, ma nessuno era 0 positivo. Siamo quindi stati costretti a chiedere a Mururu (nostro ricoverato debole mentale) che ha accettato a patto che poi lo portassimo a casa a trovare suo padre. Abbiamo raccolto il sangue, ma dopo averlo collegato alla vena di Joy, lei è spirata. Non eravamo arrivati in tempo. Ancora una volta la morte è stata più forte. La disperazione della mamma ci attanagliava il cuore, ma non ci si poteva fermare. Altri pazienti aspettavano il nostro aiuto, per cui abbiamo lasciato la mamma alle cure di Judith, la quale ha cercato di consolarla mentre noi riprendevamo la lista dei pazienti ambulatoriali.
Erano le 18.30 quando decisi di prendere un caffè. I pazienti erano finiti e forse stassera si poteva andare a pregare con la comunità.
Ma ecco che ancora la situazione cambia. La mamma della placenta ritenuta cambia condizioni rapidamente. Si mette a sanguinare da tutte le parti: dalle gengive, dal catetere. “Oh no! Si è complicata con la CID!”. I pazienti con la CID sanguinano dappertutto e qui non abbiamo terapie in grado di fermare tale complicazione. L’unica speranza è quella di tenere vivi i pazienti con trasfusioni e vasocostrittori. Si riparte nuovamente con il cuore in gola: trafondiamo rapidamente tre sacche di sangue, la seguiamo con cura, ma la mamma non riprende più conoscenza e si spegne lentamente. Avevamo messo il monitor, e questo incrementava il nostro senso di impotenza anche visivamente, in quanto vedevamo il battito cardiaco decelerare gradualmente, i complessi ECG diventare sempre più anormali, e noi potevamo solo stringerci nelle spalle e dirci l’un l’altro: “Anche questa volta la paziente è al capolinea. Che sfortuna per lei essere nata qui. Se nasceva a Torino, questo non sarebbe successo!”. La paziente emette l’ultimo respiro alle 21, e sul letto a fianco la sua bimba piange perché ha fame. Ora ci troviamo qui con un cadavere, una neonata ormai orfana, e l’impossibilità di contattare i parenti. Speriamo solo che vengano domani; altrimenti dovremo pensare anche alla sepoltura.
Andiamo a mangiare un boccone, ma nuovamente veniamo chiamati in quanto sono arrivate 3 partorienti, tutte complicate. Maurizio si stringe nelle spalle e dice: “questo è davvero il sacrificio della vita. Io vado a organizzare per la pulizia e la sterilizzazione. Poi vado a prendere l’nfermiera di sala. Nel frattempo tu decidi la lista degli interventi, in quanto non possiamo operarle tutte allo stesso tempo”.
Altro momento tragico. Mi torna alla mente un libro di “Emergency” in cui Gino Strada parla della responsabilità enorme del medico, quando deve decidere che un intervento si può tentare ed un altro invece viene considerato inutile perché il paziente è già troppo grave.
Visito le mamme. Non ho dubbi su chi deve essere la prima, perché è una primipara con presentazione podalica ed ha una dilatazione di 6 cm, per cui bisogna fare in fretta.
Il dubbio è tra la seconda e la terza: infatti una è alla prima gravidanza ed ha il bimbo in presentazione podalica. La seconda è una mamma con altri 3 figli che sembra avere un travaglio prolungato, perche da alcune ore la dilatazione della cervice si era fermata, nonostante il feto fosse in ottime condizioni. Decido di fare il cesareo alla seconda, pensando che l’ultima mamma forse avrebbe partorito da sola, o comunque avrebbe potuto entrare in sala per ultima solo se non avesso partorito entro mezzanotte.
Abbiamo lavorato bene, e verso mezzanotte avevamo finito i primi due cesarei, con tanta stanchezza ma anche grande soddisfazione, sia da parte di Maurizio che da parte dei volontari. L’ultima mamma nel frattempo non aveva partorito; anzi era diventata confusa e accusava un fortissimo mal di testa. La pancia era enorme e durissima, la mamma era sudata. Ho quindi sentito un brivido di sconforto ed ho detto di accompagnare la mamma nel mio studio per l’ecografia di controllo prima dell’operazione. Che dolore! L’ecografia è spietata: non c’è battito cardiaco. Il feto è morto e la mamma sta per complicare con rottura d’utero. Un giorno qualcuno mi regalò un portacenere con una scritta: “gli errori dei medici sono sepolti sotto terra”. Mi sento male, e cerco di vincere il senso di colpa per tentare di salvare almeno la mamma: dobbiamo usare il forcipe per tirare fuori la creatura senza vita, una femmina di quasi 4 chili. Tale manovra non è mai simpatica e la mamma complica con emorragia severa dovuta a lacerazioni interne: trasfondiamo, suturiamo, e alla fine la situazione sembra sotto controllo. La mamma lascia la sala, accetta la perdita del figlio in modo stoico, non ci accusa di niente.
a57b330719ce6dc37fcb071fdefd7d54.jpgMa che peso sul cuore! Se avessi cambiato la lista operatoria e l’avessi operata per seconda, magari quella bimba sarebbe viva. Mi sento in colpa e desidero stare un po’ da solo. Cammino verso il bananeto al buio. Quante stelle! E la luna? E’ davvero splendida e ti mozza il fiato mentre appare all’orizzonte in mezzo algli alberi di papaya. Provo a pregare: continua a tornarmi in mente una domanda: “Perché Signore?”. Vorrei consolarmi pensando che oggi sono molti di più quelli che abbiamo dimesso dall’ospedale completamente guariti; ma è dura staccare la mia mente da chi se n’è andato. Chiedo al Signore di aiutarmi a prendere sonno, perché fra poche ore si deve ricominciare la nostra quotidiana battaglia tra la vita e la morte. Mi vengono in mente le parole del mio confessore: “La vita vincerà, ma solo dopo, solo in Paradiso”. Mi avvio verso la mia camera: speriamo di riuscire a prendere sonno.

Fr Beppe Gaido



venerdì 23 maggio 2008

Witchcraft significa malocchio


E’ questo un problema grave che ogni giorno dobbiamo affrontare. Anche persone colte e socialmente stabili sono permeate di superstizione e credono nella magia, soprattutto quando si tratta della salute.
Non e’ infrequente il caso di malati che lasciano l’ospedale quando non vedono un chiaro miglioramento e dicono di essere stati colpiti dal malocchio, a causa di un loro nemico che si e’ rivolto ad uno stregone. Nulla possiamo fare per cambiare questa loro idea: firmano addirittura la cartella clinica, pur di poter andare dal “witch-doctor” che ha il potere di fermare la maledizione.
Naturalmente questo poi porta a serie conseguenze per la loro salute, perche’ interrompono le terapie, per seguire solo le indicazioni del guaritore tradizionale. Il fatto piu’ inquietante e’ che lo stregone normalmente si considera anche in grado di sapere chi e’ stato a commissionare il “witchcraft”: e questo e’ come un’indicazione per commettere omicidio. Infatti i mandanti di un malocchio (o presunti tali) vengono normalmente bruciati vivi, senza un processo e senza possibilita’ di autodifesa.

E’ successo di nuovo ieri, in un rogo di massa, dove hanno trovato la morte 15 persone accusate di “malocchio”. Durante la notte poi sono continuati i disordini e sono state incendiate altre 5 case. Normalmente la polizia non fa nulla ed accetta questa pratica come una normale prassi di giustizia popolare. Ieri pero’ la gravita’ del fatto (in un giorno sono state uccise quasi altrettante persone quante negli scontri razziali di Johannesburg in South Africa) ha fatto scattare alcuni arresti da parte delle forze dell’ordine.
Anche a Nairobi l’insicurezza è ancora alta: un altro morto ucciso da gangster armati.
Gravi disordini sono nuovamente scoppiati sulla statale Meru-Nanyuki, tra polizia e conducenti di matatu, che accusano gli agenti di controlli esagerati. La strada e’ stata bloccata da pneumatici in fiamme e da confronti a muso duro tra poliziotti e gruppo di drivers.
A Chaaria oggi il solito via vai di gente. Tanto lavoro in sala operatoria: quest’anno anche senza l’arrivo di volontari (a maggio 2007 avevamo già avuto due stage chirurgici), il numero di interventi è leggermente superiore a quello dell’anno precedente.
Il numero totale di pazienti del 2008 è maggiore a quelli del 2007, purtroppo però che il numero dei decessi... quest’ultimo dato non lo so spiegare. Ci devo meditare su, per vedere se c’è qualcosa da cambiare nell’organizzazione delle terapie.

Ciao. Fr Beppe Gaido.


PS. Oggi compleanno del volontario dott Guido a cui abbiamo offerto la solita torta di Luca, e le solite bibite. Lui però ci ha offerto alcune bottiglie di barbera di Mukululu, una leccornia per noi molto rara.

giovedì 22 maggio 2008

I pensieri a caldo di un volontario

Faccio ancora molta fatica a dire che cosa ho provato con esattezza: il messaggio che devo decifrare è troppo forte e potente per essere recepito in tempo reale. La confusione la fa ancora da padrona nei miei pensieri!
L'inizio è duro in missione. Lo è stato per me, ma lo è stato anche per tutti gli altri volontari. Non tanto per la paura delle zanzare, quanto per la sofferenza che costantemente hai sotto gli occhi; una sofferenza che a Chaaria prende il volto soprattutto dell'AIDS e della malaria. Quanti bambini muoiono ogni giorno in Africa...

Mi ero portato la Bibbia che leggevo nel tempo libero e la cui lettura ha contribuito a mandarmi in crisi in alcuni passaggi. Inizialmente il Libro della Genesi, quando Dio rivolgendosi a Noè lo ammonisce dicendo: " Domanderò conto della vita dell'uomo, all'uomo; a ciascuno di suo fratello" .
Poi mi sono detto: va bene, ma quello era il Dio dell'Antico Testamento.
Poi c’è stato Gesù ed è stato scritto il vangelo; è a questo che dobbiamo ispirarci. Ma il Vangelo di Luca continua a parlare chiaro in proposito: "a chi molto è stato dato, molto sarà chiesto"... Vi assicuro che vedere i bambini scalzi con le pulci penetranti nei piedi e pensare ai miei scarponi da sci da 300 Euro mi crea imbarazzo e vergogna. A certe domande penso che non troverò mai risposta...
Ma la missione ti regala anche momenti di gioia immensa. Che bello donarsi completamente agli altri!!! Che bello contribuire a far sorridere i ragazzi handicappati ai quali prestavo servizio!! Ero più buono e più in pace con me stesso.
Pulivo i pavimenti e tagliavo il cotone nello “store” dell'ospedale con una serenità, che a casa non riesco a provare.
Era bello sentirsi parte attiva di una "causa" così nobile!!
Adesso, però, viene il difficile: continuare ad essere più buono e sereno anche a casa, tra i problemi quotidiani di sempre.

Francesco

mercoledì 21 maggio 2008

Kendi in Kimeru significa "dolcezza"


Carissimi amici del blog,
oggi ancora una volta la nostra giornata e’ stata infinita. Ho un mal di testa terribile e non riesco nemmeno a camminare. La mezzanotte e’ passata ed io non sono ancora andato a cena. Il pranzo e’ durato circa 15 minuti. Questo e’ il rullo compressore di Chaaria che molti di voi conoscono: 5 cesarei, un raschiamento, centinaia di pazienti da vedere... ed ora solo la speranza di non essere chiamato di notte.
Ma oggi il pensiero di Kendi e’ stato costante nella mia mente. Sara’ perche’ ieri Lina me l’ha fatta ricordare cosi’ tanto. Kendi sta bene, va a scuola: la sua figura rimane per me un’icona del “Rinascimento africano” in cui credo molto, e che penso legato soprattutto alla forza dei poveri, ed in particolare a quei giganti che sono le donne di queste latitudini.
Vi ripropongo la sua storia perche’ penso che molti ancora non la conoscano...


Oggi ho dovuto prendere la macchina ed accompagnare a casa i resti di una persona morta parecchi giorni prima nel nostro ospedale. Era tempo che non facevo più questo servizio. Da tempo mi sono convinto che non possiamo permettercelo perché le strade sono pessime, le nostre automobili vecchie e le forze inevitabilmente misurate. Sempre, inoltre, dobbiamo fare i conti con le non indifferenti spese di carburante.
Ma la situazione oggi era diversa: si trattava di un uomo morto da più di 10 giorni, e collocato in cella frigorifera nel nostro obitorio. Già stavo pensando di seppellirlo nel cimitero interno dell’ospedale, ma sono stato dissuaso dal “Public Health Technician” che mi ha detto che per legge dovevo aspettare fino a 15 giorni.
Poi, con mia sorpresa, due giorni fa è arrivata una bambina di non più di 14 anni. Era impaurita ed evidentemente poverissima: cercava suo papà e nessuno dello staff aveva il coraggio di dirle che il suo babbo non c’era più. Ancora una volta è toccata a me. E’ stato uno di quei momenti terribili, in cui dici a te stesso che davvero fare il medico è spesso molto amaro. La piccola parlava un Kiswahili stentato ma mi capiva a sufficienza. Io sono partito da lontano e le ho detto che suo papà era stato molto male, e per tanti giorni, senza vedere nessuno. Le ho quindi chiesto: “come mai la mamma non è mai venuta a visitarlo? Ha altri bambini piccoli da accudire?”
Sono seguiti interminabili momenti di silenzio in cui la piccola guardava nel vuoto e non rispondeva.
Al che, da buon Occidentale senza pazienza, io le ho dato la notizia in modo abbastanza brusco e sbrigativo perché sentivo già una tensione interiore crescermi dentro pensando alla coda di pazienti che ancora aspettavano fuori.
La bimba non ha pianto e mi ha detto che sarebbe tornata “kesho kutwa” (dopo due giorni). Ho cercato di recuperare e di essere molto tenero nella continuazione del discorso, ma ormai lei voleva andare via. Le ho domandato se voleva vedere il suo papà nella camera mortuaria, ma lei ha detto di no con un evidente gesto di paura. E’ quindi partita, promettendomi di tornare come stabilito.
Ed infatti è successo proprio così, ma invece di veder arrivare un “Land Rover” scassato e pieno di parenti in lacrime, ho rivisto la stessa bambina, che era tornata a piedi e senza alcun mezzo per il trasporto del cadavere… non parliamo neppure di soldi. Anche i vestiti erano quelli che aveva addosso il nostro primo incontro.
Ancora una volta ho permesso al mio congenito razzismo di avere la meglio per un attimo, ed ho detto allo staff: “questo è il solito trucco. Mandano una bambina senza soldi, così lo “ Mzungu” (uomo bianco) porta a casa il cadavere gratuitamente”.
E’ l’una del pomeriggio, e la situazione in ospedale sembra abbastanza tranquilla. Il Dr Ogembo è presente ed in caso di cesareo urgente può intervenire lui. Prendo la decisione in un attimo: “Vado io a portare il morto a casa, così posso anche dire la mia a questi adulti irresponsabili che cercano di fregarci anche nel momento drammatico della morte di un congiunto”.
Prendo la macchina più vecchia (la spugna come è ormai conosciuta anche da tutti i volontari), carico il corpo di quel papà e poi faccio salire al mio fianco la piccola Kendi, che è molto timida ed allo stesso tempo ha una gran paura a stare nella stessa auto dove è collocato il defunto.
Dopo lunghe trattative con la piccolina che voleva tornare a piedi, ci avviamo insieme verso Gachua (a circa 14 km). Per convincerla a salire, le ho dovuto dire che non conoscevo la strada e che non sarei mai arrivato a casa sua da solo. In macchina le chiedo del funerale: lei dice che verrà un catechista perché nessun prete era disponibile. Le domando, quindi, se nella sua famiglia sono cattolici: lei fa un segno di assenso con il capo. Guido lentamente tra le buche e non so cosa dire. Provo molta tenerezza per questa bimba malvestita ed impolverata. Tra l’altro nella furia di scoprire l’inganno degli adulti che non si erano presentati, non le avevo neppure offerto un pezzo di pane o un po’ di “Chai”. Le ho chiesto se aveva fame, e lei mi ha detto che non mangiava da più di 24 ore. Inchiodo la macchina a Giaki e compro una confezione di pancarrè ed una bottiglietta di succo d’arancia. Lei accetta subito. Stringe il malloppo al petto e non mangia nulla.
Quando arriviamo a Gachua le chiedo dove è la sua casa. Lei mi fa entrare in un sentiero sempre più stretto, fino al punto di continuare il viaggio nei campi per almeno qualche chilometro. Mentre vado su e giù per i dossi, lei sempre mi ripete che siamo arrivati, ma intanto io continuo a guidare.
A un certo punto mi dice di fermarmi: alla mia destra un tugurio di fango e paglia, un gruppo di bambini più piccoli di lei ed una vecchia quasi cieca seduta sotto una pianta. Le ho chiesto: “ma dove sono gli altri?” Mi risponde che, a parte i suoi fratellini e la nonna, erano morti tutti. Io, quasi senza rendermi conto che la mia domanda avrebbe aumentato il suo dolore, le chiedo: “e la mamma?”. Kendi mi dice che è gravissima all’ospedale distrettuale di Meru, ma che non sa ancora che il papà è morto. “Ieri sono andata a Meru a piedi a vedere la mamma e le ho detto che il babbo migliora. Allora la mamma mi ha detto di ricordargli di non bere tanto e di iniziare a seminare perché è stagione delle piogge. Ora che lui non c’è più non so chi seminerà”.
La mia confusione è totale e non so cosa dire: ero venuto quasi per riscuotere i soldi che loro non avevano pagato per l’ospedale, ed il Signore mi ha dato un’altra legnata.
Una di quelle che, nella loro umiliazione, solo i poveri ti sanno dare.
Che brutto quando abbiamo dei preconcetti, quando pensiamo di giudicare le intenzioni degli altri, quando crediamo di sapere tutto della situazione del nostro prossimo. Io, al di là del fatto che nessuno ha pagato per questo ricovero, non ho mai saltato un pasto, ho la corrente elettrica e l’acqua in casa. Ho un’automobile quando ne ho bisogno e posso usare Internet. Qui non c’è niente, neanche un gabinetto, e l’acqua bisogna andare a prenderla al fiume. Che stupido sono stato! Il Signore voleva farmi capire che si può coltivare sentimenti di razzismo anche quando si pensa di donare la propria vita come missionari. Quante volte giudichiamo i poveri e ci sentiamo migliori di loro… e questo non è bello!
Kendi ha poi preso l’iniziativa perché io ero paralizzato. Mi ha aiutato a scaricare il cadavere e a porlo sulla nuda terra vicino alla fossa appena scavata. I bambini non c’erano più. Li aveva mandati via, in una famiglia di vicini a giocare: “ non voglio che si fermino al funerale… sono troppo piccoli. Capiranno più avanti quello che è capitato al papà”.
Intanto è arrivata un po’ di gente: si è sistemata in silenzio, seduta sull’erba, aspettando l’inizio della cerimonia. Da ultimo, con il proverbiale ritardo dell’ ”african time” si è presentato anche il catechista. Non avevo intenzione di fermarmi alla celebrazione: avevo tanto da fare in ospedale. Ho dato uno sguardo a quel cadavere avvolto in un lenzuolo, vicino alla fossa in cui sarebbe stato posto. Ho salutato Kendi e le ho detto di essere forte. Senza troppa convinzione ho aggiunto: “vedrai che la mamma tornerà presto!” Le ho quindi promesso che l’aiuterò se avrà bisogno di me. Ho detto una preghiera e sono salito in macchina, mentre ancora il catechista dava ordini su come la celebrazione si sarebbe dovuta svolgere.
E tra me penso e ripenso: che botta al cuore. Che lezione di vita da parte di quella poverissima bambina che certo vorrò aiutare. So che anche sua mamma non ce la farà, perché purtroppo so di cosa è morto il marito. Chissà se anche Kendi è affetta da HIV. Forse lei no, perché è troppo grande, ma i piccoli possono essere certamente positivi. Che disastro questa malattia… che mistero la sofferenza dei poveri!”
Il mio umore è terreo, ma mi ripropongo di andare a trovare Kendi prestissimo, magari domenica pomeriggio… e poi cercheremo d’aiutare questa situazione così terribile. Lasciamo solo che passi qualche giorno dal funerale. Dobbiamo fare il test a tutti quei bambini e magari iniziare, se risultassero positivi, la terapia antiretrovirale. Già, ma poi chi li segue? Chi darà loro le medicine al momento opportuno? Chi procurerà loro il cibo o il necessario per la vita? La nonna è vecchia e quasi non ci vede. Sarà tutto sulle spalle di Kendi. Ma lei ce la farà?
Ed insieme mi ritorna un’autocritica continua: perché ho giudicato questi poveri senza conoscere? Perché al di là delle apparenze sono ancora razzista? Perché penso sempre che gli altri mi vogliano fregare invece di dar loro fiducia?
Sono davvero un peccatore e oggi, di nuovo, l’ho toccato con mano.

Ciao. Fr Beppe Gaido.



martedì 20 maggio 2008

Decisione sofferta

Oggi non ero al massimo della forma, avendo avuto una emergenza notturna; la gente si accalcava come al solito, ed io quasi avevo dispnea mentre ascoltavo per l'ennesima volta la stessa storia: "ho tanto male qui... poi il dolore si irradia là. Non riesco a mangiare come vorrei...ho la tosse". Verso le 17, quando le mie pile davano segno di andare in riserva, mi sono visto arrivare Lina. E' molto peggiorata. La massa è sempre più grande, ed ora le riempie la bocca in modo mostruoso. Si è seduta e ha tentato anche di sorridermi: le notizie però non erano delle più entusiasmanti. Non è riuscita a farsi dare la fotocopia della cartella clinica, né tantomeno il vetrino per la verifica dell'esame istologico. Al Kenyatta insistono sulla radioterapia, e le dicono che non ci sono possibilità di salvaguardarle la vista.

Lina mi ha guardato con quell'unico occhio che le rimane, poi mi ha stretto la mano, e mi ha detto: "Beppe, ho deciso: non farò la radio. Non posso pensare a sopravivere e poi non poter più vedere". Io la guardavo da vicino. Soprattutto mi impressionava quella escrescenza carnosa che ora protrude gravemente dalla bocca: "Riesci a nutrirti?", le ho chiesto soprattutto per cambiare discorso. Lina mi ha detto che le hanno consigliato dei supplementi di tipo omeopatico, e che ora si sente più in forze. Io ho gruardato a terra, per nasconderle la mia poca fiducia in questo tipo di rimedi. Poi le ho detto: "vero che ti costano un occhio della testa?". Lei mi ha risposto di sì e mi ha detto che comunque li ha comprati a credito, sperando nella bontà dei benefattori. A questo punto mi sono arreso e le ho detto: "se ti senti più forte, allora questi supplementi sono ottimi; te li pago io con i soldi degli amici italiani".
Poi Lina incalza: "vero che non mi lasci morire?".
Io le ho detto che farò del mio meglio, e d'istinto le ho proposto di iniziare le pratiche del passaporto: "In Italia conosco delle persone che potrebbero operarti, e magari con la chirurgia plastica potresti guarire e non perdere la vista. Ho letto che in Francia hanno addirittura fatto un trapianto di faccia. Non lo so. Questa sera scrivo di te ai miei amici. Poi vediamo cosa ne nasce. Non sarà facile: ci vogliono documenti, VISA, soldi per ospitarti, altro denaro per operarti, un posto dove chi ti accompagna potrà dormire. In questo momento ho tanta confusione in testa, perchè credo di non avere il tempo materiale di seguire tutte queste problematiche, ma credo che Dio abbia le sue vie, e possa aprirci delle porte che non immaginavamo". Sono spuntati i lacrimoni sia a lei che a me. Poi le ho dato i soldi per pagare i supplementi omeopatici e le pratiche di passaporto per lei e per la sorella maggiore. Ci siamo salutati e ci siamo detti che dopo l'8 di giugno ci saremmo nuovamente visti, a Dio piacendo.
Lina è andata via quando erano quasi le 18: una diciassettenne coraggiosissima che affronta il viaggio in matatu da sola, incurante dello stigma e dei segni evidenti di ribrezzo che la gente ostenta. Che forza vedo in lei: mi sembra di rivedere Kendi.

Ciao. Beppe.


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domenica 18 maggio 2008

La nostra vita con i malati


E’ domenica e siamo quasi pronti per la Messa. Dico ai pazienti di avviarsi verso la lavanderia, mentre aspettiamo l’arrivo del sacerdote. Un gruppo di donne si avvia di fronte a me, ma una giovane ragazza collassa davanti ai miei occhi. La soccorriamo, la mettiamo sdraiata, ed iniziamo una flebo di soluzione fisiologica per riprendere la sua pressione che era scesa a livelli imprendibili. Mi dicono che ha avuto un aborto e che ha sanguinato tanto. Mi rendo conto che c’è bisogno urgente di sangue, ma in questo periodo proprio ne siamo in grave carenza: il progetto governativo di banca del sangue a Embu e’ gia’ crollato, e si aspettano nuovi sponsor internazionali per farlo ripartire. Io non posso aiutare la giovane che ha il sangue 0 positivo, in quanto il mio gruppo e’ A. I volontari sono in gita in foresta e non mi possono aiutare. C’e’ solo una ragazzina di 16 anni, sorella della paziente che insiste per donare: io resisto per un po’ perche’ e’ illegale prelevare sangue al di sotto dei 18 anni. Poi vedendo le condizioni della paziente peggiorare, decido di accettare e accompagno la volenterosa donatrice in laboratorio, dicendo ai nostri tecnici di fare una eccezione, vista la gravità del caso.
Intanto mi avvio in sala operatoria (meno male che avevo partecipato alla messa prefestiva con i buoni figli ieri sera): da Mukothima infatti era arrivata una partoriente con distress fetale. L’anestesista oggi e’ assente, per cui ci dobbiamo aggiustare: gli unici sul campo siamo io, Makena e Gatwiri. Come al solito in questi casi, devo fare sia l’anestesista che il chirurgo. Pratico la spinale con successo, ma la mamma non collabora… dice sempre di aver dolore e sostiene che l’anestetico “non e’ penetrato”. Resisto per un po’ e poi mi arrendo: devo ripetere la puntura lombare, perchè forse ho iniettato la medicina fuori dal canale vertebrale.
Anche dopo la seconda dose la donna asserisce di avere ancora male: questi sono i casi in cui alla fine ci ritroviamo a gestire una gravissima complicazione... c’è incomunicabilità tra noi e la malata che è così spaventata dall’ipotesi di soffrire, che arriva a mentire sull’effetto anestetico: forse pensa che si tratti di “una generale”, e quindi attende il momento dell’addormentamento. Infatti, come prevedevo, mentre ancora mi sto lavando, la mamma smette di respirare. Devo accorrere e usare l’ambu per la respirazione assistita. Non c’e’ tempo di aspettare: mentre Gatwiri mi aiuta con i farmaci da praticare per la rianimazione, ed io continuo a pompare ossigeno in quei polmoni paralizzati, Makena deve aprire la pancia, anche se non è un medico. Come sempre, lei e’ bravissima: non si scompone, e pian piano estrae un bambino con chiari segni di sofferenza asfittica, ma ancora vivo. Io nel frattempo sono ancora impegnato perche’ la paziente non respira e Gatwi non e’ capace a usare l’ambu. Dico a Makena di iniziare a chiudere l’utero da sola. Mi dice che le tremano gambe e piedi… ed io le rispondo che tremano anche a me, ma che non ci sono alternative. Dopo altri dieci minuti che ci sembrano eterni, la paziente riprende la respirazione spontanea, anche se molto superficialmente. Lascio i compiti anestetici a Gatwi, mi lavo e aiuto Makena a chiudere... La mamma rimane incosciente fino all’ultimo punto sulla cute, ma poi finalmente apre gli occhi e si mette a parlare: non si ricorda niente. Chiede del bimbo che fortunatamente si e’ ripreso, e, ringraziando il Signore, sembra ora fuori pericolo.
Noi siamo a pezzi, ma abbiamo ancora il raschiamento da fare per quell’aborto. La ragazza e’ ora stabilizzata. Il sangue scorre nelle sue vene, ed il polso si è fatto pieno. In corridoio vedo la coraggiosa sorellina che ha donato. Mi ferma e mi chiede: “ dottore, ora quando e’ che moriro’?”. Mi sono scese le lacrime dagli occhi: e’ infatti una credenza comune da queste parti, che nel sangue ci sia la vita e che chiunque dona, poi perde parte della vita stessa e muore presto. Questa e’ anche una delle ragioni culturali per cui e’ cosi’ difficile avere donatori. Con commozione grande le ho detto: “allora vuoi veramente bene a tua sorella se le hai dato il sangue sapendo che poi saresti morta”. E lei ha incalzato: “si’, le voglio bene e preferisco morire io, perchè lei ha dei bambini ed io no”. L’ho abbracciata forte e le ho spiegato che donare e’ un atto di generosita’ senza conseguenze e che io dono ogni 3 mesi dall’eta’ di 18 anni, e sono ancora vivo e vegeto. Credo che mi abbia creduto... o almeno lo spero, perche’ ha davvero sorriso. Che bello pero’ che lei abbia deciso di morire, piuttosto che abbandonare la sorella al suo destino. E’ un atto eroico che veramente mi ha toccato. Sono gia’ le 14.30. Spero di riuscire ad andare a mangiare qualcosa e poi, se Dio vuole e non ci sono emergenze, proverei a riposarmi per alcune orette, anche se il cercapersone e’ sempre in agguato.

Ciao. Beppe

martedì 13 maggio 2008

Che senso ha


Spesso ci sentiamo impotenti ed inutili. Ci chiediamo seriamente che senso ha avuto curare la malaria di un bambino, sapendo benissimo che poi sarebbe morto lo stesso al prossimo attacco. A volte abbiamo tentato di nasconderci dietro la scusa della stanchezza, come ieri sera, quando l’infermiera della notte mi ha chiamato alle 23, dicendomi di rivedere una ragazzina di 13 anni che le sembrava in condizioni fisiche precarie. Io le ho risposto che veramente non ce la facevo più dopo due cesarei, e che quindi avrebbe potuto instaurare lei stessa un piano terapeutico per la notte. Io poi avrei visitato la paziente il mattino seguente con un po’ più di lucidità mentale. Peccato che quella bimba sia morta durante la notte ed io non abbia mai avuto la possibilità nè di visitarla, nè di chiederle scusa per non aver capito la gravità della sua situazione. E’ proprio vero: qui tutto è esagerato, sia nel bello che nel brutto.

A volte ci sentiamo come dei nani che cercano di arginare le falle di una diga, infilando il pollice nei buchi del muro: che senso ha lottare quando non hai mezzi; che senso ha inseguire una diagnosi quando alla fine sai benissimo che non avrai nè soldi nè strumenti per offrire una cura: vedi tutti quei giovani che muoiono di cancro o di insufficienza renale o cardiaca, sai che altrove sopravviverebbero e ti senti un verme... eh sì, perchè se a me venisse il cancro, certo sarei trasferito in Italia e lì riceverei tutte le terapie dell’ultima ora. Quanto sono lontano dall’ideale del Cottolengo che avrebbe voluto essere ricoverato semplicemente in uno dei letti dei suoi poveri.

Sono andato al mortuario per vedere ancora la piccola che ho tradito nelle ultime ore della sua vita: aprendo la cella frigorifera mi è venuto un colpo al cuore. Era sdraiata vicino a Edina, che nessuno è ancora venuto prendere. Due vite giovanissime, stroncate dalla povertà, e dal mio limite umano che a Chaaria viene ingrandito come con una lente... però cosa potevo fare se davvero non ce la facevo più?

Fr Beppe Gaido



domenica 11 maggio 2008

Festa della Mamma


Caro Beppe,

non c’è giorno che passa in cui non penso al mondo di Chaaria.
Spesso guardo l’ora e immagino che cosa starai facendo in questa rossa terra che mi ha permesso di conoscerti.
Ricordo con immensa gratitudine l’esperienza che ho vissuto, grazie al tuo consenso, verso il lavoro ospedaliero, ma la ricordo anche con profonda tristezza perché mi rendo sempre più conto (e non ci credevo) che la realtà “chaariana” mi manca e mi manca veramente tanto.
Credevo di tornare in Italia e ri-immergermi in questa realtà che per tre mesi ho abbandonato; invece il rientro è stato ed è tutt’ora molto duro da accettare. Non per la realtà occidentale, ma perché Chaaria è stata un’esperienza “purtroppo” positiva che mi ha dato la possibilità di capire qual è la mia vera strada da seguire, mi ha illuminato sul cammino della mia futura vita e tutto questo senza che io lo cercassi. E’ giunto così, improvvisamente al mio rientro, giorno dopo giorno.
Ho capito che ho una profonda passione verso l’ambito disabile (il mio “lavoro” qui in Italia) e sono queste persone che cerco di aiutare migliorando la loro qualità di vita, cercando di integrarle nella società e di dar loro la possibilità di praticare attività fisica come mezzo di autofiducia fisica e psichica.
Ma poi c’è l’Africa...c’è Chaaria che non mi lascia dormire.
Sono giunta alla consapevolezza che la mia strada risiede proprio nel prendersi cura del prossimo e questo lo faccio con il cuore.
È vero, molte persone affermano giustamente che non si deve andare in Africa per aiutare chi soffre perchè sono molte le vite che vivono questa sofferenza e hanno bisogno d’aiuto anche qui in Italia, ma quello che Chaaria mi ha aiutato a “vedere” all’interno del mio DNA è che la mia Anima, il mio Cammino o chiamiamola Vocazione è rivolta a coloro che hanno bisogno di aiuto, ma soprattutto a coloro che si trovano a essere i poveri tra i più poveri, come affermava Madre Teresa.
Dentro me sento questo battito d’Amore sempre più intenso verso i più poveri, e mi porta a un’indifferenza verso questo mondo tecnologico, fatto di comfort inutili, di agi, di ricchezze, di eccessi, di sprechi, di falsità; e dentro me non nego che “AMO” (tanto da sentirmi a mio agio) la realtà in cui regna la povertà: una povertà (come ho conosciuto a Chaaria) fatta però di intenso Amore, di Rispetto, di Compassione, di Umiltà e di Umanità verso l’Altro.
Non so bene ancora che cosa sarà della mia vita. Quello che sento è quest’immenso “calore” verso coloro che nella povertà soffrono e verso coloro che non hanno più la possibilità camminare da soli, ma solo per mezzo di una carrozzina.
Chaaria è un’esperienza che mai scorderò, un’esperienza che posso definire immensa e profonda, per quello che vivi e ti lascia dentro.
Mai dimenticherò le notti kenyane quando accendevo, prima di coricarmi, quella piccola candela che tenevo sul tavolino in camera mia e ne osservavo la fiamma: quella fiammella che mi infondeva calore.
Quel calore che noi tutti abbiamo dentro, ma che spesso non utilizziamo per scaldare chi soffre.
Mi sembrava di leggere, nelle ombre che la fioca luce della fiamma proiettava sul muro, quelle parole di Shakespeare che così scrisse: “Come arrivano lontani i raggi di una piccola candela, così splende una buona azione in un mondo malvagio”. È proprio così a Chaaria.
Una buona azione, un gesto fatto con Amore, un pensiero che viene dal cuore... recano sollievo a questi infiniti sguardi persi e spenti nel vuoto.
Spesso, tra me e me, mi chiedo se quel poco che ho fatto è servito a qualcuno, perché sembra che siano più loro (donne, uomini, bambini, gente del posto, infermieri, medici, cleaner) a insegnarti che cos’è la vita... piuttosto che tu a esser loro d’Aiuto.
I pensieri non ti abbandonano, nemmeno quando torni nel tuo paese e così penso, penso al “mal d’Africa”: questa parola che ho sempre sentito dire da tutti coloro che in Africa ci sono stati.
Per me, il mal d’Africa non sono i tramonti o i paesaggi che la caratterizzano, la bellezza del Kenya turistico. Il mio mal d’Africa è questo mondo malvagio in cui l’Africa vive.
È vedere morire esseri umani di ogni età, senza alcuna pietà, quando in Italia potresti salvare le loro vite.
È vedere nascere bambini già morti.
È vedere piangere e soffrire le loro mamme non solo a causa delle contrazioni dolorose e persistenti per giorni e notti intere, ma perchè sanno che questi dolori non recano felicità futura, in quanto il loro bambino è già morto, è già in cielo.
È vedere persone che arrivano esauste all’ospedale, dopo giorni e giorni di cammino, e giunti infine alla meta, sono impossibilitati a varcarne la soglia perché muoiono prima che possano essere visitati.
È vedere arrivare donne che portano sulla schiena il loro figlio malato di malaria, ma purtroppo già morto durante il lungo cammino senza che loro se ne accorgessero: hanno camminato per ore e ore con il figlio senza più vita, che ancora abbraccia sua mamma.
Questo è il mal d’Africa, un male che ti fa soffrire ma al tempo stesso ti fa pensare, ti fa crescere umanamente, ti insegna l’umiltà, ti insegna ad apprezzare le piccole cose della vita, tutte quelle cose che possediamo ma cui non diamo valore: la famiglia, le amicizie, l’amore, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, un tetto che ci ripara...
Ti insegna ad amare il prossimo e te stesso.
Ti insegna ad avere un cuore e a usarlo per se stessi e per tutti coloro che hanno bisogno di una mano a cui tenersi stretti. Quel cuore fatto di Amore, Umiltà, Gioia, Compassione, Mitezza e Umanità.
Questo è quello che ti insegna il mal d’Africa nel mondo di Chaaria. Non è stato un viaggio turistico.
Chaaria è un’occasione che ti porta nel cuore della cultura, della vita e della realtà di numerose persone africane; è anche una forte esperienza missionaria, un’intensa esperienza di vita che ti apre a vasti orizzonti e ti educa alla Mondialità, alla Fraternità, alla Solidarietà, al Rispetto, all’Amore verso te stesso, verso l’altro e tanto... tanto altro ancora...
Il tempo a Chaaria è inarrestabile, nel vero senso della parola, ma al tempo stesso sembra arrestarsi... Un controsenso, ma è così!
Tre mesi in Italia possono sembrare eterni, ma qui a Chaaria ti sfuggono in un attimo e ti sembra di non aver fatto nulla, quando un giorno solo ti insegna quello che una vita intera non potrà mai insegnarti al di là di questa terra rossa... questo è quello che questa esperienza mi ha trasmesso.
Scrivo queste righe, pensando a quando ero ancora seduta su quel sedile dell’aereo e guardavo l’Africa dall’alto, con lo sguardo che si perdeva oltre quel piccolo oblò che separava l’aereo dal mondo africano.
13 ore di volo, 3 mesi di volontariato missionario umano... 3 mesi dove offri il tuo aiuto senza nulla chiedere in cambio.
Ma ora, dopo soli dieci giorni dal mio arrivo in Italia, sento dentro di me che la vita dell’Africa, del Kenya, di Chaaria mi ha dato molto in cambio.
Mi ha insegnato a vivere il presente, a cogliere l’attimo, a non pensare al domanni perchè non sai se ci sarà un domani.
Mi ha insegnato che cos’è l’Umiltà, il piegarsi di fronte alla sofferenza ben sapendo che a volte nulla potrai fare per coloro che muoiono.
Mi ha insegnato il valore della dignità verso il prossimo e il suo rispetto. Mi ha insegnato ad accettare.
Accettare le condizioni, accettare che oggi mangi e forse domani no... accettare di vivere nella miseria, nella povertà assoluta. Ma accettare anche di vivere nel comfort, indipendentemente dalla realtà in cui ti trovi a vivere.
Accettare di far tutto ciò che ti è possibile per l’altro e accettare di vederlo morire. Accettare che tutto quello che hai fatto, l’hai fatto con il cuore... ma quello era il suo destino.
Accettare di vedere bambini morire per carenza di cibo, denutriti, o perchè non hanno soldi per potersi permettere farmaci... che potrebbero salvare le loro piccole innocenti vite.
Accettare la sofferenza altrui sapendo che poco puoi fare, anche se in Italia salveresti loro la vita. La realtà è questa...
Accettare di medicare con mosche che si posano sulle ferite, di medicare ferite che sai che difficilmente guariranno.
Accettare, accettare, accettare... solo se si accetta, allora si è liberi.
E infine Chaaria, mi ha insegnato che contano le piccole cose, fatte con immenso Amore. Non è quello che facciamo, ma quanto Amore ci mettiamo nel farlo. Non importa quanto diamo, ma quanto Amore mettiamo nel Dare.
Mi ha insegnato che è possibile offrire a ognuno un minimo di dignità umana. Non è facile arrivare a tutti, ma è importante estendere a molti un segno di Pace, di Amore, un sorriso, la gioia dell’affetto sincero...
Grazie Africa.
Grazie Kenya.

Sara

FESTA DELLA MAMMA A CHAARIA
Stavo dormendo saporitamente e stavo sognando di guidare un fuoristrada pieno di amici, in un posto bellissimo, tipo foresta tropicale. Eravamo tutti contentissimi e chiacchieravamo... poi ad un certo punto sentiamo un clacson insistente: mi giro ma non ci sono auto che ci seguono. Il clacson continua a suonare, finchè apro gli occhi e mi rendo conto da dove viene quel suono: è il cercapersone e Kathure mi dice di scendere in fretta per un cesareo urgente... A fatica guardo l’ora: sono le 3.45 del mattino... Che botta!! E pensare che avevo programmato di dormire un po’ di più visto che è domenica. Sveglio Albert. Prendo la spugna per andare a Chaaria a prendere Gatwiri, ma la strada è bloccata: il ruscello ha fatto crollare il ponticello: devo andare a piedi e devo guadare il torrente. Tutte queste peripezie ci fanno perdere un sacco di tempo: il cesareo va benissimo e la neo-mamma è raggiante, ma noi siamo stremati. Tra una disavventura e l’altra è già l’alba, e quasi non ha senso tornare a letto.
Poi oggi è stata nuovamente senza tregua: altri due cesarei e tanti parti. Un modo bellissimo per festeggiare la festa della mamma. Tra l’altro oggi, anche con la nostra collaborazione, Peninah, la nostra cassiera, ha partorito senza difficoltà, ed ora è mamma di tre bimbe. Poi abbiamo cesarizzato anche Kanyua, mia assistente di sala: a lei Dio ha donato un maschione di 4 chili, e noi siamo orgogliosi di aver fatto qualcosa per lei.
Ora i miei occhi si chiudono per il sonno. Ciao. Beppe.
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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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