giovedì 5 novembre 2009

Only in Africa!

Dovevo andare a Nairobi per una pratica urgente, e non volevo guidare. Ho chiesto a Joseph di accompagnarmi a Meru mentre andava a far le spese; da li’ avrei preso un matatu. Entrato nello “stage” sono stato immediatamente circondato da una marea vociferante di ventitori ambulanti, i quali volevano che io comprassi un po’ di tutto (da un fazzoletto, ad una bottiglia d’acqua, a delle arachidi tostate). E stata dura districarmi fra di loro. Ma appena superato questo primo ostacolo, ecco che vengo nuovamente investito dal gridare di vari bigliettai: “Mzungu, vai a Nayuki? Vieni con me!”


“Father, questa e’ la macchian piu’ veloce per Maua”.


“My friend. Seguimi da questa parte. L’auto per Isiolo sta per partire”.


“No, io devo andare a Nairobi!”


A questo punto sono arrivati almeno in dieci, per invitarmi nel loro pulmino. Quello che e’ riuscito a convincermi mi ha fatto vedere che sulla sua vettura c’era un solo posto libero, e quindi saremmo partiti immediatamente dopo che io mi fossi seduto. Mi ha chiesto di pagare all’istante, ed io ho naturalmente obbedito. Mi sono sistemato, aspettando solo l’autista del matatu che ancora non si vedeva.


A questo punto pero’ vedo che, uno dopo l’altro, i passeggeri seduti vicino a me, si alzano e si allontanano. Mi altero un po’, e dico al giovane bigliettaio: “ma non mi avevi detto che la vettura era ormai piena?”


“Stai calmo, mzungu... i passeggeri verranno! Solo che ora sono ancora per strada”.


Ho chiesto indietro i miei soldi ma ha rifiutato decisamente. Ho dovuto cosi’ aspettare altre due ore perche’ il matatu si riempisse veramente e partisse per Nairobi.


“Only in Africa”, pensavo tra me, mentre cercavo di chiudere gli occhi nonostante i sobbalzi della strada.



Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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