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mercoledì 24 aprile 2019

La mia Chaaria

Sono arrivata a Chaaria per la prima volta nel febbraio 2011.
Da allora sono tornata a Chaaria tante volte: certamente tutti gli anni, ma talvolta anche due volte all'anno.
Come ginecologa mi sono sempre occupata della maternita', che in questi anni a Chaaria ha fatto passi da gigante.
La prima sala parto era una piccola stanza, dove si partoriva, si facevano i raschiamenti, le medicazioni post cesareo, ecc. Nella stessa stanza di incannulavano le vene e si facevano le medicazioni dei bambini ricoverati in pediatria.
Dal 2015 ho trovato operativa la nuova maternita': un bel padiglione con un'ampia sala parto, due camere separate in cui vengono rispettivamente ricoverate le gravide da una parte e coloro che han gia' partorito dall'altra; un ambulatorio di visita dove sono sempre presente e facilmente ritracciabile; una piccola unita' neonatale con incubatrici in cui vengono tenuti i prematuri e coloro che hanno bisogno di fototerapia.
In questi anni ho sempre notato un continuo miglioramento dell'assistenza, oltre che della parte strutturale.
Lavorare in un padiglione del genere ha reso anche il mio servizio di volontariato piu' semplice e mi ha permesso di monitorare i problemi con maggior prontezza.

martedì 23 aprile 2019

A Chaaria, da Beatrice.

Sono cresciuta più in questo mese che in molti anni della mia vita.
I giorni si sono susseguiti talmente pieni e ricchi che pare ne siano passate così tante di vite..
Torno più alta degli altopiani Kenyoti e più colma della terra ocra di Chaaria.
Ho superato me stessa, oltre ad ogni mio confine.
Ho scoperto l'insaziabile bellezza del risveglio con i grilli e i galli,
Ho toccato la forza dopo lo sconforto impotente di fronte a tanto dolore,
Ho amato la stanchezza dei miei occhi, quando fuori viene buio e non puoi fare altro che rimanere in contemplazione.
Ho avuto l'onore e il privilegio di lavorare per la vita.
Vorrei rimanere qui, 
Per continuare a crescere.
Vorrei rimanere qui,
Per continuare a servire, e
Vorrei rimanere qui
Perché non mi sono mai sentita così tanto appartenere.
Grazie, per tutto.

Beatrice

mercoledì 3 aprile 2019

Lettera di Caterina

Caro Beppe,
sono appena rientrata in Italia e ti scrivo per ringraziati ancora per questa esperienza incredibile.
Durante il viaggio che divide Chaaria e Nairobi ho pensato tanto: ho il cuore e la mente piene di emozioni nuove, di volti e sorrisi che chissà se rivedrò ancora, ma che so per certo avermi cambiata. 
Mi hanno regalato la possibilità di vedere oltre la banalità delle nostre vite agiate e pretenziose, di soffermarmi sull’importanza di un sorriso, di un abbraccio, ma a volte anche solo di uno sguardo capace di andare oltre ogni barriera linguistica, mi hanno insegnato la pazienza e, come dici tu, l’amore incondizionato, che certamente si prende tanto ma quel che restituisce non ha prezzo.
Lascio questa tua terra meravigliosa con una stretta al cuore e tanta nostalgia ma con la consapevolezza di essere cresciuta, di aver conosciuto una realtà che seppur così lontana da quella di tutti giorni è stata capace di farmi sentire a casa, e felice di aver potuto far parte, anche solo per poco tempo, di questa grande e stravagante “famiglia” che è Chaaria.

mercoledì 13 febbraio 2019

Da una volontaria

Carissimo,

un mese fa ti dissi che ti avrei scritto dopo qualche giorno e invece, di giorni ne son passati più di 30!
Come stai? Come stanno procedendo le cose a Chaaria?
Ora che è trascorso un po' di tempo e che ho avuto la possibilità di digerire alcune cose e di custodirne altre, mi rendo conto di quanto il "grazie" che ho detto a te e ho detto, in generale, a Chaaria, è insufficiente per esprimere la grandezza dell'esperienza vissuta.
Per prima cosa ci tengo a domandarti scusa se ti son sembrata distaccata o se non ho cercato dei momenti di incontro con te.
Da un lato questo è dipeso dal fatto che, anche se non sembra, io davvero son timida e non riesco a prendere troppe iniziative di incontro.
Dall'altro lato mi rendevo conto che le tue giornate iniziavano all'alba e finivano a notte fonda e che tu, quasi in ogni istante, avevi a che fare con la vita e con la morte, e quindi mi sentivo davvero fuori luogo all'idea di cercarti per... per cosa? Per chiederti di raccontarmi di
Chaaria? Per domandarti come era bene comportarmi o non comportarmi? Come era bene relazionarmi con le persone?

sabato 24 novembre 2018

I volontari che ci scrivono

“Tanti nuovi nati accolti al mondo; nuove persone conosciute che saranno per sempre amici; un’alba che ti lascia senza parole; canti in lontananza, momenti di crisi, una bombola di ossigeno per due persone che ne han bisogno; 
strade che fan paura ma autistic che se la cavano sempre; tante risate; il doversi arrangiare con quello che c’e’; la forza di chi lavora qui ogni giorno; il silenzio; le chiacchiere; le urla dei Buoni Figli, o, qualche volta, i loro sorrisi silenziosi; i canti della Messa. Reimparare a usare il fetoscopio, le mani invece dell’ecografia, gli occhi invece di mille esami.” 
Francesca

“Parto dall’accoglienza all’arrivo: ci siamo sentiti subito a nostro agio. Ci ha sorpreso la puntualita’ negli orari prefissati per i vari impegni, dalla prima colazione agli orari di lavoro e dei ‘break’ (altro che ‘african time’).
Qui ogni volontario fa quello che puo’, e cio’ consente agli effettivi di riposarsi un po’. Ci e’ stata data la possibilita’ di mettere in pratica quanto ci eravamo prefissati di offrire, e questo ci ha molto gratificato. Ci siamo sentiti parte del sistema, sistema che funziona molto bene, che richiama moltissima gente e che soprattutto e’ a disposizione delle gente povera e bisognosa di assistenza. E’ quello che cercavamo!
Venire fin qui e sentirci ‘tollerati’ o peggio ancora messi in disparte, sarebbe stato deprimente, demoralizzante!

sabato 15 settembre 2018

Chi me lo fa fare?

Da molti anni ormai faccio dei periodi di volontariato a Chaaria. Ogni volta parto con entusiasmo, viaggiare in aereo mi piace, ma quando lascio Nairobi e si prende la strada per la Missione (mai meno di cinque ore e mezza) ogni volta e sempre più intensamente col passare degli anni, vengo assalito dal dispiacere di aver lasciato la mia famiglia, gli amici, le comodità quotidiane, il lavoro e, quel che peggio, da una paura che toglie il respiro di non riuscire ad affrontare le difficoltà che mi iaspettano e che ben conosco. 
E allora mi chiedo: perché lo faccio? Chi mi obbliga? Ieri poi un giovane e brillante volontario mi ha posto proprio questa domanda e mi sento costretto a “confessarmi”. 
La prima risposta è la più facile: per dare una mano all’amico Beppe! Questa volta poi me lo ha chiesto espressamente lui......inoltre mi sento legato a Fratel Giancarlo che lavora instancabilmente nell’ombra, rivedo con piacere molti del personale, quando varco (finalmente!!) il cancello mi sento a casa....ma non basta. 
Ho sempre pensato che in tutte le manifestazioni di altruismo si nasconda un qualche egoismo ed ecco il punto: quello che faccio qui mi gratifica! Qui realizzo i miei ideali. 
Certo sono felice di poter aiutare il prossimo, soffro terribilmente quando qualcosa va storto.....ma gioisco e soffro per “l’altro” o per il mio orgoglio?? 

sabato 14 luglio 2018

L'Albero Sacro

Ciao Beppe
Grazie di tutto.
Come sempre Chaaria è un’esperienza forte.
Tanti malati, tanta sofferenza, tanta povertà, continuano a toccarmi e non riesco a farci l’abitudine.
Ma allo stesso tempo la riconoscenza dei malati è una gratificazione inestimabile che rende unico e straordinario il lavoro del medico.
Anche quest’anno porto a casa tanti momenti di gioia vissuti con i pazienti.
Tanti piccoli miracoli ... come Agnes, Lucy, Peter: tutti casi disperati per i quali si erano perse le speranze ma che si sono ripresi inaspettatamente durante il ricovero. Agnes era paralizzata semicomatosa per una meningite solo dieci giorni fa. Oggi mi ha salutato ed era seduta che mangiava da sola! Aveva negli occhi la gioia di chi ha ritrovato la vita dopo aver sfiorato la morte.
Non ci sono parole per descrivere queste emozioni, si può solo dire che ognuno di questi malati ci dà la forza per andare avanti e continuare a cercare di aiutare, ognuno nel suo piccolo con il suo contributo.

Giulia Aroasio

venerdì 13 luglio 2018

Che cos'è il mal d'Africa?

Caro Beppe,
non c’è giorno che passa in cui non penso al mondo di Chaaria.
Spesso guardo l’ora e immagino che cosa starai facendo in questa rossa terra che mi ha permesso di conoscerti.
Ricordo con immensa gratitudine l’esperienza che ho vissuto, grazie al tuo consenso, verso il lavoro ospedaliero, ma la ricordo anche con profonda tristezza perché mi rendo sempre più conto (e non ci credevo) che la realtà “chaariana” mi manca e mi manca veramente tanto.
Credevo di tornare in Italia e ri-immergermi in questa realtà che per tre mesi ho abbandonato; invece il rientro è stato ed è tutt’ora molto duro da accettare. Non per la realtà occidentale, ma perché Chaaria è stata un’esperienza “purtroppo” positiva che mi ha dato la possibilità di capire qual è la mia vera strada da seguire, mi ha illuminato sul cammino della mia futura vita e tutto questo senza che io lo cercassi.
E’ giunto così, improvvisamente al mio rientro, giorno dopo giorno.
Ho capito che ho una profonda passione verso l’ambito disabile (il mio “lavoro” qui in Italia) e sono queste persone che cerco di aiutare migliorando la loro qualità di vita, cercando di integrarle nella società e di dar loro la possibilità di praticare attività fisica come mezzo di autofiducia fisica e psichica.

sabato 7 luglio 2018

Antologia di sentimenti su Chaaria

“Tanti nuovi nati accolti al mondo; nuove persone conosciute che saranno per sempre amici; un’alba che ti lascia senza parole; canti in lontananza, momenti di crisi, una bombola di ossigeno per due persone che ne han bisogno; strade che fan paura ma autistic che se la cavano sempre; tante risate; il doversi arrangiare con quello che c’e’; la forza di chi lavora qui ogni giorno; il silenzio; le chiacchiere; le urla dei Buoni Figli, o, qualche volta, i loro sorrisi silenziosi; i canti della Messa. 
Reimparare a usare il fetoscopio, le mani invece dell’ecografia, gli occhi invece di mille esami.” 
(Francesca)

“Parto dall’accoglienza all’arrivo: ci siamo sentiti subito a nostro agio. Ci ha sorpreso la puntualita’ negli orari prefissati per i vari impegni, dalla prima colazione agli orari di lavoro e dei ‘break’ (altro che ‘african time’). 
Qui ogni volontario fa quello che puo’, e cio’ consente agli effettivi di riposarsi un po’. Ci e’ stata data la possibilita’ di mettere in pratica quanto ci eravamo prefissati di offrire, e questo ci ha molto gratificato. Ci siamo sentiti parte del sistema, sistema che funziona molto bene, che richiama moltissima gente e che soprattutto e’ a disposizione delle gente povera e bisognosa di assistenza. E’ quello che cercavamo!
(Venire fin qui e sentirci ‘tollerati’ o peggio ancora messi in disparte, sarebbe stato deprimente, demoralizzante!

mercoledì 1 novembre 2017

Lettera di Luciano

Cari amici. Ancora una volta mi trovo a Chaaria per svolgere il mio periodo di volontariato. Chaaria oggi è una creatura che cresce ed evolve così velocemente tanto da sorprendere anche me, che mi ritengo un veterano, ogni volta che ci ritorno.
La crescita non riguarda solamente le strutture che vengono costruite  ex novo o ristrutturate rapidamente ma, ciò che è accresciuto fortemente, è l’afflusso  dei pazienti e la conseguente risposta sanitaria che essi ricevono.
In questo momento, a causa del perdurare dello sciopero negli ospedali pubblici del circondario, l’ospedale è strapieno oltre misura.
Sicuramente dai 140 posti disponibili in ospedale si è passati a raddoppiare il numero dei posti letto e normalmente vediamo due pazienti per posto letto  e molti pazienti sistemati in giacigli di emergenza in tutti gli ambienti disponibili.
Tantissimi pazienti disperati raggiungono Chaaria in cerca di una risposta sanitaria adeguata, affetti da varie patologie in particolare internistiche, chirurgiche, ginecologiche e traumatologiche.
Si può capire senza fatica cosa può significare questo sovraccarico  di pazienti per Fratel Beppe, Fratel Giancarlo e tutto il personale di  Chaaria che si trovano in continua emergenza 24 ore su 24.


martedì 3 ottobre 2017

Lettera di Bianca

Ciao Beppe,
Sei molto impegnato al tuo ritorno quindi ho deciso che una mail sarebbe stata la cosa più semplice per scriverti di queste tre settimane passate in questo posto unico e magico che e' Chaaria.
L'inizio è stato difficile devo ammetterlo, l'impatto con l'ospedale dopo 24 ore di viaggio è stato come una specchiata di realtà. 
L'ospedale era pieno come ora, due persone per letto, tanta sofferenza e poco personale che però ce la mette tutta. 
Qui non si usano medicinali e tecniche costose come a Torino, ma poi con il passare dei giorni scopri che miele e zucchero possono guarire ferite molto profonde. 
Sembra un miracolo: dopo una settimana di "dressing" con impacchi di miele, betadine e garze la tibia esposta comincia a non vedersi più e scopri che la ferita si sta chiudendo.
Voglio condividere con te questa storia che mi rimarrà per sempre nel cuore.
Joy è una signora non più giovane e la sua storia clinica sono 5 precedenti parti di cui solo uno è andato a buon fine. 
Ho aiutato le infermiere a preparare la paziente: catetere e cannula sono a posto. Portiamo la paziente in sala per cesareo (CS). Non ho le capacità per partecipare all'intervento, ma ho finito il mio lavoro per quel giorno ed è sera ormai. 

venerdì 29 settembre 2017

giovedì 20 aprile 2017

E' cominciata così...

Oggi è la mia ultima giornata piena a Chaaria in quanto domani rientrerò in italia.

Alle due a.m. suona il telefono e Beppe con voce contrita mi annuncia che c’è un cesareo e mi chiede se posso scendere in ospedale (?!?).
Quando arrivo trovo lui che ha già fatto la spinale, Filippo, ginecologo, e le due infermiere di notte kenyote. Filippo e io (140 anni in due) sbrighiamo il cesareo senza eccessivi affanni mentre Beppe assiste la paziente confortandola in Kiswaili (o in Kimeru che è il dialetto locale?). 
Mentre finiamo ci annuncia che Giancarlo è partito nella notte, sotto il diluvio, per recuperare un presunto cesareo urgente da un’altra maternità, ma ci consiglia anche di andare a dormire perché spesso da quella struttura partono dei falsi allarmi.
Seguo il consiglio e ovviamente stento ad addormentarmi , sento la pioggia che batte furiosa e penso a Giancarlo nella notte buia come la pece che guida l’ambulanza sullo sterrato viscido come il sapone, senza poter vedere se sotto le pozzanghere c’è il bordo della strada o il fosso. 

mercoledì 8 febbraio 2017

Chaaria è...

Riguardare delle foto e pensare che una parte di me non è mai ripartita da chaaria..
Ripensare ai tutte le volte in cui mi chiamasti di notte e timidamente mi dicevi: Cristina sono Beppe.. eh ...c'è un cesareo..
Chiudere gli occhi e rivederti lavorare su tutto: spostare barelle, estrarre neonati, suturare ferite e dialogare in swahili come se intonassi una canzone..
Sentire ancora il profumo del mango, l'odore penetrante di quelle placente in maternità, il vociare all'ora delle visite e le canzoni notturne provenienti dalle donne in travaglio al buio..
Sentire ancora il sapore dei mandasi del caffè dopo aver fatto 3 cs!
Sentire la tusker baridi il giorno del tuo compleanno..
Riuscire a spingere il neonato verso l'alto affinché tu riuscissi ad afferrarlo verso la vita..
Accarezzare qualche bimbetto dopo aver fatto una anestesia che suscitava in me terrore e inadeguatezza..
Sentire l'affetto sincero da parte di Makena, Marcela, Evangeline, MamaSharon, Celine, Josephine, Millicent, Giuliana, (e ne avrò dimenticato altrettanti!)..

Chaaria è una droga

"È trascorsa solo una settimana dal mio rientro.. ma ho già nostalgia della mia Chaaria.. in molti mi hanno chiesto: mi spieghi il perché vuoi spendere le tue ferie a lavorare nel terzo mondo, in mezzo alle malattie e a chi soffre? 
È impossibile spiegare cosa sia per me Chaaria, è una seconda casa dove tutto passa in secondo piano, anche le necessità più semplici come mangiare e dormire.. chaaria è colori, profumi, odori, sapori, sguardi, differenze e uguaglianze, incomprensioni e intese, è confrontarsi ogni momento con i propri limiti, fisici comportamentali e mentali, è sentirsi importante e riconoscente nei confronti della vita, è sentirsi fortunata e a volte ingrata, è ricevere molto più di quanto si sia dato.
Chaaria è magia e paura, è l'essenza della vita e della sopravvivenza, Chaaria è una droga, ed io sono già in astinenza! 

Grazie Gaido Beppe e Giancarlo Chiesa per avermi regalato tutto questo, con la vostra accoglienza e affetto! 
Grazie a Laura Canu per avermi fatto da mamma e sorella, grazie a Marco Massi, Miriana Barberis, Marianna Manera, Bibi Avella, Serena Mussi, Biagio Celiento, Angelica Bellenghi, Claudio Ame e Beniamino per aver condiviso questi meravigliosi 20 giorni a Chaaria!
E grazie ai miei affetti più grandi per aver permesso che io vivessi tutto questo con tanta serenità!"

Cristina Aresu




domenica 29 gennaio 2017

martedì 3 maggio 2016

Lettera da un veterano

Eccomi ancora a Chaaria per l’ennesima volta. Il viaggio è stato come sempre  stancante e lungo ma stavolta a renderlo ancora più faticoso  si è aggiunta la  situazione dell’ultimo tratto di strada  per raggiungere Chaaria, completamente distrutto  e pieno di  enormi voragini dovute al prolungarsi delle  piogge incessanti che vi sono in questo periodo. 
La bravura del nostro driver, Joseph, ci ha comunque condotto agevolmente ed in sicurezza  a destinazione.
Oramai, dopo esservi stato numerose volte, mi posso  anche considerare un veterano ma, nonostante ciò, ogni volta Chaaria riesce ancora a stupirmi e confondermi lasciandomi, al rientro in Italia,  un senso   perdurante di malinconia ed un forte desiderio  di tornare presto lì a svolgere il mio servizio  verso tutte le povere persone  che vi si rivolgono, collaborando con Fr. Beppe, Fr. Giancarlo e tutto lo staff della missione.
Sono arrivato nel primo pomeriggio di venerdì 30 aprile  ed oggi, dopo solamente due giorni, mi sembra già di essere qui  da tanto tempo, ed anzi mi sembra di non essermi mai allontanato da Chaaria che avevo lasciato lo scorso febbraio.

giovedì 7 gennaio 2016

Recensione di "Polvere rossa"

Cap 2: “Chaaria mi ha cambiato profondamente la vita… A Chaaria ho scoperto che cosa è la felicità”.
Cap 7: “Oggi mi sono svegliato con un umore pessimo e una sensazione di fallimento e di solitudine…”
Cap 25: “Nella vita ci sono dei momenti oscuri, smarrimenti… ci sentiamo soli…”
Fr. Beppe si presenta così nel suo secondo libro in cui racconta la sua esperienza di vita, come religioso e come medico, nel profondo Kenya.
Apparentemente, questa confessione ci appare come una grande contraddizione, in realtà al termine della lettura queste parole ci mostrano la sua fragilità umana, ma anche la sua profonda fede.
Questo secondo libro è la conferma di una testimonianza di come si può vivere integralmente la vocazione al dono della propria vita agli altri.
L’equilibrio che, in fondo, caratterizza l’azione di Beppe è riassunto in un’altra sua frase: “Il futuro è certamente nelle mani di Dio, ma anche un po’ nelle nostre ”. Egli non si tira indietro per nulla di fronte alle mille difficoltà, anche sconvolgenti, che incontra instancabilmente giorno e notte nel suo ospedale, perché dentro di sé ha la forza della fede.
I vari capitoli raccontano episodi fortemente commoventi che descrivono l’incontro con la sofferenza delle donne, delle mamme e dei bambini, ma anche episodi al limite della tolleranza che descrivono con una certa crudezza il contatto con la violenza e i suoi effetti sul corpo delle vittime (il capitolo 28 “non si può leggere!”).


sabato 19 dicembre 2015

Lettera di Sara

Caro Beppe,
non c’è giorno che passa in cui non penso al mondo di Chaaria.
Spesso guardo l’ora e immagino che cosa starai facendo in questa rossa terra che mi ha permesso di conoscerti.
Ricordo con immensa gratitudine l’esperienza che ho vissuto, grazie al tuo consenso, verso il lavoro ospedaliero, ma la ricordo anche con profonda tristezza perché mi rendo sempre più conto (e non ci credevo) che la realtà “chaariana” mi manca e mi manca veramente tanto.
Credevo di tornare in Italia e ri-immergermi in questa realtà che per tre mesi ho abbandonato; invece il rientro è stato ed è tutt’ora molto duro da accettare. Non per la realtà occidentale, ma perché Chaaria è stata un’esperienza “purtroppo” positiva che mi ha dato la possibilità di capire qual è la mia vera strada da seguire, mi ha illuminato sul cammino della mia futura vita e tutto questo senza che io lo cercassi.
E’ giunto così, improvvisamente al mio rientro, giorno dopo giorno.
Ho capito che ho una profonda passione verso l’ambito disabile (il mio “lavoro” qui in Italia) e sono queste persone che cerco di aiutare migliorando la loro qualità di vita, cercando di integrarle nella società e di dar loro la possibilità di praticare attività fisica come mezzo di autofiducia fisica e psichica.
Ma poi c’è l’Africa...c’è Chaaria che non mi lascia dormire.
Sono giunta alla consapevolezza che la mia strada risiede proprio nel prendersi cura del prossimo e questo lo faccio con il cuore.

sabato 1 agosto 2015

Il grazie di Maria, volontaria del gruppo di Mitungu, a Chaaria per due settimane

Ciao Beppe.
Ho appena terminato la mia piccolissima esperienza presso il Chaaria Hospital. Purtroppo non ci siamo conosciuti ma ho letto il tuo libro e la tua presenza a Chaaria si sente moltissimo.
Volevo ringraziare te e Giancarlo per avermi dato la possibilità di conoscere la vostra missione e per avermi permesso di partecipare in piccolissima parte.
Sono un infermiera laureata da poco, e alle primissime armi con questo lavoro, nonostante la mia età.
Il vostro modo di lavorare, il vostro impegno e il vostro cuore saranno preziosi bagagli per continuare ad amare questo lavoro e cercare di dare sempre il meglio di me.
Siete un esempio di buona volontà.
E volevo quindi ringraziare tutti voi doppiamente.
Sto per andare a lavorare in Germania se tutto va bene, ma spero di poter tornare al più presto (se mi vorrete) con più tempo a disposizione, più conoscenze e più esperienza.

Maria Santirocco, da Roma



Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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