venerdì 6 novembre 2009

Buoni figli... Grazie di esistere!


La mia prima esperienza a Chaaria con i Buoni Figli risale a tre anni fa.
Io, di lavoro, faccio la commessa e prima di allora non avevo mai avuto a che fare con persone disabili. L'impatto è stato duro perchè, non conoscendo i ragazzi, non sapevo come interpretare il loro linguaggio, i loro gesti ed il tutto mi spaventava un pò.
Dopo poco tempo tutto quello che prima mi faceva paura è diventato un qualcosa di unico e buffo che contraddistingue ognuno di loro.
I Buoni Figli sono speciali!
Con loro non puoi fingere, mettono a nudo la tua anima. Ti amano per ciò che sei e ti danno veramente tanto.
La giornata con loro è ricca di calore umano, di dialogo, di sorrisi, di abbracci, di gioco....riescono a trasmetterti talmente tante emozioni che quando torni a casa hai il cuore e gli occhi pieni di questi momenti ed è difficilissimo riabituarsi alla vita occidentale dove tutti sono di corsa, dove i sorrisi non sempre sono sinceri e dove sembra che non abbiamo più tempo per amare le persone perchè siamo troppo concentrati su noi stessi.
I Buoni Figli sono diventati molto importanti per me, fanno parte della mia vita e fino quando ci sarà la possibilità tornerò a trovarli ogni anno.
Spero che molte altre persone abbiano la fortuna e la voglia di provare questa esperienza.
GRAZIE a Milena, Pinuccia, Luca, Michele, Martin, Grazia e Max che mi hanno accompagnata durante la mia terza permanenza a Chaaria rendendola ancora più indimenticabile;
GRAZIE a Fratel Beppe,a Fratel Lorenzo ed alle Sister per l'accoglienza e per tutto quello che fate per Chaaria;
GRAZIE a tutte le persone che lavorano nella missione, per la vostra disponibilità e la vostra simpatia.


SAWA, SAWA!



Una volontaria

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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