lunedì 9 novembre 2009

Saltare la Messa della Domenica

Questa mattina l’alba è eccezionale. Una palla rossa enorme sta rapidamente salendo dall’orizzonte. Mi sono appena svegliato e non riesco a staccare lo sguardo da un tale spettacolo mozzafiato, che oggi e’ particolarmente bello dopo giorni e giorni di nuvoloni neri. Stanotte non ha piovuto ed il cielo e’ limpidissimo. L’alba è d’una bellezza arcana a cui, fortunatamente, non riesco ad abituarmi.


E’ domenica, e spero di poter dormire ancora un po’ anche perche’ sono due notti che l’ululato del cicalino mi sveglia verso l’una, per il solito cesareo urgente. Meno male che ce l’abbiamo sempre fatta ed i bambini sono tutti nati benissimo, nonostante tanta paura. E’ chiaro pero’ che l’adrenalina che scarichi durante l’intervento in sala, ti tiene poi sveglio per molte ore, ed e’ difficile addormentarsi nuovamente, anche quando si ritorna a letto a notte ancora fonda.


In effetti mi riaddormento subito dopo aver contemplato il sole nascente... dormo saporitamente ancora per 2 ore, ed alle 8.30 vado verso la cappella, con gli occhi gonfi, ma con il fisico rinfrancato. Voglio pregare i salmi e poi andare a Messa con i malati alle 9.


Purtroppo però, subito dopo le lodi mattutine, vengo chiamato fuori di chiesa da Kanyua che mi dice di correre subito in ospedale. “Mi sa che anche oggi la Messa la salto!”


Non ci penso due volte: vado direttamente in sala parto anche senza aver chiesto di che cosa si tratasse. Infatti lo so che la maternita’ e’ il nostro osso duro, e che il 99% delle complicazioni vengono di li’.


Ed infatti mi trovo davanti due donne: una giace sulla prima barella ed ha appena partorito. Il bimbo non e’ in buone condizioni; e’ tutto viola, e gli stiamo dando ossigeno.


“La madre ha provato a partorire a casa e non ci e’ riuscita. E’ quindi venuta da noi, ma il parto e’ stato molto difficile. Ora il piccolo ha problemi respiratori gravi perche’ ha inalato meconio... ma gli abbiamo gia’ praticato tutti i farmaci di rianimazione”, mi dice prontamente Claudia.


Ma il mio sguardo e’ attratto dalla seconda barella su cui un’altra gravida si sta contorcendo per le doglie. “Mi avete chiamato per questa mamma? Quale e’ il problema?”


E’ Wambeti a prendere la parola e mi dice: “La donna non riesce a spingere, ed il battito cardiaco fetale e’ irregolare.”

Abbozzo una autodifesa poco convinta, e dico: “Vuoi che andiamo in sala adesso o dopo Messa?”


Wambeti sorride e mi ripete: “Il battito fetale non va bene. Comunque sei tu il medico, e a te spetta la decisione finale”.


Con un po’ di dispiacere che mi deriva dal fatto che conosco l’importanza della Messa domenicale per un cristiano ed un religioso, prendo l’unica decisione possibile: “Andiamo in sala subito!”. La mia scelta mi da’ subito pace: come avrei infatti potuto starmene seduto in chiesa, con il rischio che il ritardo nel praticare l’intervento potesse poi causare la morte del piccolo o complicazioni serie per la madre?. Ho la certezza che il Cottolengo sarebbe d’accordo con me, e mi sento nel cuore le sue parole: “Va’ e corri come sulle ali della carità, perché non è lasciare Dio, quando lo lasci per andare a servire lo stesso Iddio che soffre nel bisognoso!”.


Ed e’ cosi’ che anche oggi ho ascoltato i canti che venivano dalla lavanderia, mentre, con le mani insanguinate, estraevo un pupo ormai stanco e sofferente ma ancora vivo. E’ cosi’ che ho celebrato la mia Messa domenicale ancora una volta cercando di salvare quante piu’ vite ci sia umanamente possibile.


La mamma e’ ora raggiante, anche se sente il dolore del post operatorio. Il suo pupo e’ un maschio. Dopo una iniziale rianimazione, ha pianto forte. Adesso e’ gia’ nel letto con lei, e si attacca al seno voracemente. Il sacerdote mi ha visto uscire madido di sudore dalla sala operatoria, proprio mentre lasciava l’ospedale dopo la Messa: non ha fatto commenti, ma mi ha salutato dicendo: “Non preoccuparti; ho pregato per te... e poi Dio lo sa!”



Fr Beppe

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Chaaria è un sogno da realizzare giorno per giorno.

Un luogo in cui vorrei che tutti i poveri e gli ammalati venissero accolti e curati.

Vorrei poter fare di più per questa gente, che non ha nulla e soffre per malattie facilmente curabili, se solo ci fossero i mezzi.

Vorrei smetterla di dire “vai altrove, perché non possiamo curarti”.

Anche perché andare altrove, qui, vuol dire aggiungere altra fatica, altro sudore, altro dolore, per uomini, donne e bambini che hanno già camminato per giorni interi.

E poi, andare dove?

Gli ospedali pubblici hanno poche medicine, quelli privati sono troppo costosi.

Ecco perché penso, ostinatamente, che il nostro ospedale sia un segno di speranza per questa gente. Non ci sarà tutto, ma facciamo il possibile. Anzi, l’impossibile.

Quello che mi muove, che ci muove, è la carità verso l’altro, verso tutti. Nessuno escluso.

Gesù ci ha detto di essere presenti nel più piccolo e nel più diseredato.

Questo è quello che facciamo, ogni giorno.


Fratel Beppe Gaido


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